giovannicecchinato.it logo
search
pages

IpoTetico Diario #09 - Liquido Confine III

date » 03-03-2020

permalink » url

tags » Sile, Hasselblad, Laguna, Venezia, Caposile, fiume, albero, salso, dolce, acqua, ipotetico, diario,

Liquido Confine

Siamo affascinati dai confini, sopratutto quelli immateriali,
spesso li osserviamo,
con una sorta di lusinga nel voler varcarli.
Per dimostrare a noi stessi che possiamo farlo.
Come se fossimo gli unici a poterlo fare.
Come se non vi fossero mai complicazioni,
che tutto fosse permesso e non avesse conseguenze.
E ne uscissimo sempre vincitori, sedotti da un illusione.
Che alla fine, si rivela, una certa, sicura ed erronea, illusione.

Come se l’acqua dolce tracimasse nell’acqua salsa,
valicando il proprio confine,
fisico.
Ognuna delle due perderebbe qualcosa di suo.
Sarebbe persa la peculiarità.

Lo sapevano gli antichi veneziani che pensarono bene
di non far sfociare un fiume
d'acqua dolce,
dentro il sistema perfetto della laguna salata.
Crearono una barriera, un nuovo confine,
che non permettesse la coesistenza dell’acqua
dolce
con quella salsa.
Perché non era buona cosa.
Così come non può coesistere il bene con il male,
la virtù con la trasgressione,
la giustizia con l’ingiustizia,
la vita con la morte,
la purezza con la contaminazione,
la verità con la bugia.

L'unico confine in perenne fluttuazione,
indefinita
è quello del mare.

In una sorta di eterno conflitto per sommergere o respingere il bagnasciuga.
Un liquido confine in perenne mutamento.
Che prima o poi avrà un unico vincitore.

Come unico resta l’antico Tiresia,
sia mare che terra, sia uomo che donna,
l'unica eccezione senza bisogno di un confine,
testimone nel tempo per l'Olimpo.



Argine del fiume Sile sulla Laguna Nord di Venezia
dic 2019





Qui uno stralcio del progetto in corso




Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2020

Les Rencontres d'Arles 2019

Les Rencontres d'Arles 2019
50^ anni di successi del festival di fotografia più conosciuto in Europa



Quando Lucien Clergue (morto nel 2014) invitò nel 1974 Ansel Adams a questa piccola manifestazione fotografica, non poteva prevedere il successo a catena che si sarebbe creato. Insieme a Michel Tournier (morto nel 2016) e Jean-Maurice Rouquette, che ci ha lasciato quest’anno, formarono un gruppo capace di convergere l’attenzione mondiale dell’attività fotografica verso questa piccola città camarguese famosa precedentemente solo per il soggiorno del pittore Vincent Van Gogh.

Questo cinquantenario segna un momento di riflessione, svolta ed innovazione in questa rassegna. Lo stuolo di curatori di altissimo livello e l’organizzazione competente al massimo nel campo fotografico ha voluto rompere dei cliché ed avviarsi verso una rassegna i cui i nomi conosciuti mondialmente fossero assenti, ma altrettanti artisti di talento indiscusso e sicuramente di riferimento per il domani fossero invece i protagonisti.

Quando ho guardato per la prima volta il programma, confesso di non aver riconosciuto nessuno degli autori che venivano presentati. Con un po di sospetto ho cominciato ad avviarmi presso le esposizioni nei posti principali di centro città.
Posso assicurarvi , che subito dopo, una specie di sottile euforia ha preso il sopravvento e la voglia di esplorare tutti i restanti spazi mi ha assalito.

Spiccano tra tutte le mostre di Evangelia Kranioti “The living, the dead and those at sea”, Philippe Chancel “Datazone”, Mohamed Bourissa “Free Trade”, Mario del Corto “Vegetal Umanity, as the garden unfurls”, Cristian Lutz “Eldorado” e l’installazione di The Anonymous Project “The House”.
Progetti nuovi, realmente collegati al presente, citativi, ma allo stesso tempo capaci di scatenare pensieri, dubbi sul futuro, sulla nostra esistenza attuale e sulle diverse modalità di intraprendere i nostri percorsi di vita.



Evangelia KRANIOTI, greca, filmmaker e fotografa, ha esplorato i bordi delle esistenze e dei destini individuali tra cargo, marinai e prostitute, nel carnevale di Rio de Janeiro, nel Libano, in Africa e per finire nella necropoli del Cairo, usando una fotografia staged di altissimo livello che evocava a tratti Philip Lorca di Corcia.




Philip CHANCEL, in un lavoro durato 15 anni, ha esplorato le aree più sensibili del mondo per studiare e documentare i sintomi più evidenti del nostro declino, e mostrandoci in maniera inequivocabile i segni del prossimo, possibile, disastro.




Se Chancel si muove definendo zone geografiche sensibili, Mohamed BOURISSA esplora in maniera multimediale il libero scambio di merci. Evidenziando i ricchi “compratori”, coloro che “producono merce” nelle parti povere del mondo, ed i “disoccupati”, esercito invisibile che emerge solo se si sta usando un applicazione sul proprio smartphone. La mostra è stata allestita, non a caso, all'interno del MONOPRIX, un supermercato alla periferia di Arles.






Spettacolare l’installazione del lavoro di ANONYMOUS PROJECT, che seguendo i dettami dell’era post-fotografica, recupera immagini di autori anonimi per ricreare ambienti e sensazioni della vita degli anni ’50 e ’60. Momenti in cui si pensava ad un futuro prospero e felice, non di certo distopico come quello che stiamo vivendo.



Se queste opere, perché non posso chiamarle differentemente, mi hanno affascinato e colpito, le restanti hanno comunque avviato processi di pensiero, confronto e curiosità. Il numero delle mostre è sicuramente elevato e la settimana a disposizione non ha potuto permettere di vedere tutto, ma solo la parte principale de “Les Rencontres”.

Assieme alle esposizioni principali, dopo la Stazione, nello spazio Ground Control, i premi “Louis Roeder per le gallerie emergenti” ci ha introdotto a 10 selezioni di altissimo livello con giovani e sconosciuti autori che hanno presentato progetti personali, sociali, di indagine di qualità davvero superiore. Fra tutti il lavoro di Shinji Nagabe “Banana Republic” e JJ Levine “Family”.

Una retrospettiva sui 50 anni passati del festival ha creato la giusta connessione con il presente, unica pecca che nello spazio della chiesa “des trinitaires” (ma non solo in quello) il caldo era insopportabile. Pochi condizionatori e qualche ventilatore in molti spazi hanno sacrificato le visite e nei giorni più caldi, reso la visione di alcune mostre veramente impegnativa.





Nello spazio Mistral dedicato agli editori, non di meno allestito in un piazzale assolato, la permanenza è stata impegnativa ma nonostante tutto, vista la presenza di amici, vecchi e nuovi ci siamo trattenuti li per un bel po', con piacere. Possiamo dire che siamo stati fortunati ad avere un chiosco che spillava birra fresca molto vicino. Ritengo che come servizio di emergenza avrebbe dovuto essere più diffuso, noi ne abbiamo usufruito parecchio. Sia mai, per questioni di prevenzione della salute personale.

Una applicazione da scaricare gratuitamente nel telefono ci teneva costantemente informati degli eventi, le call, le conferenze, e gli eventi serali nei vari spazi della città.
Alla fine le considerazioni finali al rientro sono state più che positive, assieme agli spazi che prevedevano un recupero di progetti fotografici del '900 come quello sulle invenzioni, a volte molto bislacche, questa nuova ventata di aria fresca (solo fotografica) ci ha rinfrancato e caricato.
Se non fosse che nell’hotel dove ho soggiornato, non andava il condizionatore per 4 notti su 5, tutto sarebbe stato da catalogare come ottimo.
Ma come si sà non tutto fila sempre liscio.
Mi accontento ben volentieri.


Qui troverete il sito ufficiale del festival



Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2019

Lo Sguardo e l'Ombelico Edizione 2019


"Lo Sguardo e l’Ombelico"

3^ Edizione 26 gennaio - 23 marzo 2019

L’altra metà della mela?



L'incontro di apertura del 2017 con il prof. Riccardo Caldura e Fulvio Bortolozzo



“Fotografia” (s.f.) Procedimento che, mediante processi chimico-fisici, permette di ottenere, servendosi di un apposito apparecchio (macchina fotografica), l’immagine di persone, oggetti, strutture, situazioni. (Cit. Voc. Treccani)
Quindi, la “fotografia” come risultato del processo, nel rivelare il suo contenuto materiale, non ha sicuramente nessun ruolo di genere.
Essa ci mostra in maniera neutra, fisica, quello che un processo meccanico ha generato.
Sia stato esso di origine chimica o digitale.
Ma nei nostri occhi che guardano quel contenuto e lo dichiarano di conseguenza “immagine”, si innesca un meccanismo, che nei i più attenti si chiama “lettura”.
Tale “lettura” può essere raffinata o superficiale, dipende dal grado di cultura del “lettore” stesso, dalla sua esperienza in merito, dalla sua sensibilità verso quell’”immagine”.
Sopratutto dall’educazione del suo sguardo.
Ma esiste un termine per cui all’interno di quella “lettura” si possa distinguere se l’autore di quell’”immagine”sia stato un uomo od una donna?
C’è chi sostiene indiscutibilmente di si, chi invece lo nega altrettanto energicamente.
Quanto può essere diversa, allora, la fotografia fatta da una donna da quella fatta da un uomo?
Esiste uno sguardo prettamente femminile ed uno maschile?
Uno più portato alla poesia , all’emozione ed uno più tecnico e neutro?
Ma alla fine, può essere utile differenziarlo o meno?
E’ un tema interessante, e ricco di risvolti che andremo a sviluppare, indagare, insieme alle fotografe ospiti e la loro esperienza diretta.
Dunque in questa edizione, tutta al femminile, ascolteremo nomi di spicco della fotografia italiana, sia professionale che artistica che ci parleranno della loro esperienza in merito e della loro visione di donne nella fotografia in questo terzo millennio.


26 gennaio 2019 - Paola De Pietri

09 febbraio 2019 - Silvia Camporesi

23 febbraio 2019 - Marina Alessi

09 marzo 2019 - Allegra Martin e Benedetta Falugi

23 marzo 2019 - Maria Vittoria Backhaus



Tutti gli incontri sono gratuiti e si terranno al Centro Culturale Candiani di Mestre con inizio alle ore 18:00.

Organizzazione e cura degli incontri è come per le edizioni passate, un mio piccolo onere ed un grande orgoglio.


1^ ed. Febbraio 2017 Incontro con Efrem Raimondi



1^ ed. Marzo 2017 incontro con Settimio Benedusi



2^ ed. Febbraio 2018 incontro con Luca Panaro



La manifestazione è patrocinata dall'Assessorato alla Cultura di Venezia e CNA Veneto.

Sponsor Photomarket Video - Mestre


A questo indirizzo si possono rivedere i video delle passate edizioni.


Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2019

Progetto "Ipogei di Ventotene" Aprile 2018

date » 24-04-2018 14:10

permalink » url

tags » ventotene, speleologia, fotografia, grotte, arte, giovanni cecchinato, grana, isola, pontine, Roma, Lazio, archeologia,

Al venerdì prendiamo la strada di Formia, insieme a Steve ed a Maurizio, il nostro riferimento speleologico. Maurizio è colui che ha scoperto le cavità che andremo a documentare. Grazie all’unione delle idee e delle conoscenze tra Maurizio e Steve nasce questo progetto che l’Amministrazione dell’isola di Ventotene ha preso in considerazione. La macchina corre verso sud, ma la musica di Steve si lancia più a sud-est.
L’aliscafo alle 3 del pomeriggio ci porta velocemente verso Ventotene, ormeggiamo dopo circa un ora e subito dopo cominciamo a smistarci nei rispettivi alloggi. Verso le 5 andiamo a piedi verso il sito ad effettuare una perlustrazione. La situazione non è pericolosa ma neanche tanto sicura, non è semplice e non è veloce.
Sopra ai due ipogei è stata costruita una casa, le cui sporgenze sono precarie.





L’enorme buco antistante all'abitazione permette di individuare tre aperture; la centrale, quella più grande, è di sicuro il condotto di aerazione, la più piccola quello che resta del punto di accesso.
Passiamo parte del tempo a cercare di capire come organizzarci tra i due gruppi di lavoro; io e Steve cercheremo di fotografare (nel buio) ; Marco, Ilaria e Anna tenteranno di portare giù un laser-scan e creeranno, tramite dei target di riferimento, una visione matematica delle due cavità.
Il giorno dopo ci si alza presto e alle 8 si è già operativi e pronti ad andare nel luogo definito. Maurizio prepara gli imbraghi e non senza qualche difficoltà ci caliamo fino al livello base di entrata dove poi verranno calate anche tutte le attrezzature.



I ragazzi del rilevamento laser però arrivano in ritardo, provati da una nottata passata a cacciare insetti dalla stanza e dai letti. Comunque la gioventù li aiuta, l’adrenalina sale e fa dimenticare ogni problema e, decisi, ci apprestiamo a scendere.
Vado avanti io, in avanscoperta e mi calo per primo nel pertugio di entrata. E’ ostruito da una piccola frana, il che mi lascia scendere solo con difficoltà.




Comunque scendo, sia mai. Arrivo fino al confluire delle due cavità e lo spettacolo che mi trovo davanti non è dei più edificanti. Data l’altezza delle due cavità di circa 5/6 mt, che si dipartono dall’ingresso come in una “L”, una montagna di rifiuti arriva quasi fino al soffitto e scende in forma conica verso i pavimenti, per forse 10 mt. Ora ... non mi appresto minimamente ad azzardare discorsi etici, ma probabilmente per un periodo, non proprio corto, di anni, si è gettato a dismisura in quel buco di tutto. Nessuno ha mai detto nulla. Adesso noi dobbiamo andarci sopra e starci tutto il giorno. (sic!)





Il mio problema fotografico sarà quello di isolare quello che rimane libero dai rifiuti e dovrà permettere una identificazione del luogo. Dovrò cercare di produrre una buona immagine, aiutato dalla luce di un faretto da 1000w, assoggettato però alla mancanza di corrente, che va’ e viene. Ma se la fotografia è l’arte del risolvere, in questo frangente se ne avrà la più palese dimostrazione.
Mi sono velocemente accorto che tutta la ricerca iconografica fatta in queste ultime settimane, se ne potrà andare velocemente a quel paese; dunque, forte concentrazione sul come potevo portare a casa il minimo indispensabile.
Definiti i punti di interesse ci siamo messi al lavoro e nel giro di un paio d’ore siamo riusciti a definire qualcosa, nella prima zona di lavoro, mentre Marco (l'ingegnere del laser-scan) lavora nell’altra.
Fatta una pausa all’aria aperta ci sostituiamo di posizioni e mi appresto a fotografare li dove i segni della lavorazione della grotta si fanno più evidenti.



Arriva il tardo pomeriggio e con l’evidente felicità di tutti, relativa al fatto di abbandonare quel dolomitico monnezzaio, usciamo a riveder le stelle e rientriamo alla base. Aspetto di non poco conto che rallegra di colpo tutti è la cena in serata al “Giardino”, sperando di arrivarci, che, personalmente, faccio fatica anche solo a parlare.

Tecnicamente l’esame fotografico l’ho intrapreso definendo tre punti di ripresa nei quali ho usato la mia Arca Swiss con il dorso Phase One IQ160, messa su cavalletto. Ho ottenuto delle immagini con una risoluzione di 8900x6700 px c/a utilizzabili a 300 dpi per una base di stampa di 76x57 cm (teorico negativo di base) nel formato 6x4,5. Ho lavorato cercando di restare nella zona dei 400 ISO e con diaframma chiuso a F16.
Negli altri approcci, quelli della ricerca dei dettagli, ho utilizzato la mia Leica M 262 ed ho lavorato a mano libera cercando le particolarità di lavorazione delle cavità facendomi aiutare con il faretto alogeno da 1000 w che aveva Steve.

Qui la galleria con il lavoro prodotto. Spero il piccolo resoconto possa essere di aiuto e mi auguro che questo progetto sia di ampio respiro e porti la nostra associazione Grana a dei risultati positivi e alla definizione del progetto. Scusatemi ancora per la scarsa bravura nello scrivere.

Lo stesso articolo lo puoi trovare nel tumblr di Grana qui


Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2018

Il progetto prima dello scatto



Ciao a tutti,
eccoci a questo secondo appuntamento dedicato alla fotografia per il gruppo “Mestre Mia”.
Visto l’insieme di elementi trattati l’altra volta, oggi sarò più leggero, e spero di riuscire a raccontare meglio i miei pensieri.
Non vi introdurrò ad Evolutio Visio come promesso, lo farò nel prossimo articolo.
Oggi vi parlerò di un altro argomento, secondo me importantissimo in fotografia. Parlo del “progetto fotografico” che sta prima di ogni fotografia. Resta inteso tra di noi, che l’ esempio che seguirà sarà comunque sul nostro territorio, su Mestre in particolare.

Da fotografo, tengo molto alle idee che precedono qualsiasi fotografia. Vivendo poi in un epoca che ridonda di immagini fotografiche, però, logico che quasi tutto sia ormai visto e trattato.
Ogni qualvolta ci proponiamo di fare qualcosa, la nostra idea è sicuramente già stata usata, e la nostra fotografia già ampiamente scattata da chissà quante altre persone.
Non a caso, ludicamente parlando, è apparsa sul mercato una macchina fotografica che non scatta la foto se quello che vogliamo riprendere è già stato pubblicato fortemente sul web o ha un numero eccessivo di geo-tag. Una sorta di diniego allo scatto che, ne sono sicuro, porterebbe l’utente medio ad una forte frustrazione in merito, ma penso anche al fotografo esperto. La macchina disobbediente si chiama “Camera Restricta” dateci un occhio qui. Se vi avanza del tempo date un occhio anche al video che parla di una ragazza che tenta di scattare delle foto a Copenhagen.

Come fare allora per poter avere qualche margine di differenza tra tutto ciò che prolifera in questo mondo e la nostra produzione?
La mia personale risposta, e convinzione, sta nell’idea, nel progetto, nell’insieme fotografico.
Diciamo anche che non è solo mia, ma è una considerazione ben sedimentata in molti grandi autori e critici fotografici.
Ce ne parla ampiamente Augusto Pieroni in un libro che dovrebbe avere ogni fotografo che si chiama "Leggere la fotografia".
Reperimento, Elaborazione, Acquisizione, Processo ed Edizione, sono le cinque fasi operative che dovrebbero precedere e poi accompagnare le immagini, ma non mi dilungherò su di loro.
Ecco perché un immagine può non contare molto, sopratutto se vistosa, ma contano di più, un insieme di immagini.
Una sorta di racconto che ci permetta di leggere la visione di quella persona, di quell’autore.
La sua personale maniera di vedere il mondo, il suo “linguaggio”, che come ricorderete abbiamo cominciato a discutere nell’articolo precedente.

Spesso si confronta la fotografia con la pittura.
Io non lo ritengo esatto, tenderei a confrontare la fotografia con la scrittura. Anche qui non sono solo.
Nel senso che, un insieme di immagini possono raccontare una storia, un’idea, ma fanno capire se l’autore ha un progetto, una maniera di proporre il suo lavoro omogenea e continuativa.
L’insieme può essere inframezzato da punteggiature, accenti, che lo caratterizzano, tramite colori e settori. Può parlare di persone o volumi, ombre o luci, fermandosi su dettagli o su ampie vedute.
Ecco che allora l’insieme, che forzatamente deve essere preceduto da un pensiero, comincia a raccontare non solo una storia ma anche la vita ed i sentimenti di colui che ci sta proponendo il tutto, con la sua personale visione.

Gli autori di spessore, così come gli scrittori importanti, sono riconoscibili per il loro stile, per la personalità univoca che trasmettono alle loro opere, alle loro fotografie, quasi una cessione fisica del loro carattere e della loro visione in ciò che producono.
E che si riscontra omogeneamente in tutto i loro operato.
Non dunque uno stilismo (come ha detto Ferdinando Scianna), ma un vero e proprio stile.
Non frutto di un attimo ma di un pensiero continuo.
Come ci ha ribadido Efrem Raimondi poco tempo fa in una conferenza al Centro Culturale Candiani, non si ritrae qualcosa o qualcuno, quando si scatta, si ritrae se stessi.
Ne consegue che la propria immagine e il proprio pensiero vengono distillati nel proprio lavoro fotografico e visibili non in uno scatto ma in un gruppo di immagini.

Per arrivare all’ esempio che vi propongo oggi, appongo ancora una piccola precisazione.

Circa un anno fa su Facebook incontrai un gruppo di fotografi che si erano uniti in un gruppo che si chiama “L’elogio dell’ombra”.
Fotografi che da tutta Italia si confrontavano su di un tema diciamo “banale” come quello dell’ombra, tentando di estrapolarne, distillarne l’inusuale, trovandone la forma giusta per “elogiare l’ombra”.
Per cui un progetto pregevole di unione di persone ed idee che tentano di produrre del materiale fotografico con un tema preciso e dei paletti definiti.
Ad oggi un gruppo di autori selezionati di questo gruppo (tra cui mi annovero) ha portato i risultati di questo gruppo in una mostra collettiva in più sedi espositive : Novafeltria (RI), Calcata (VT), Modena, Fanano (MO), e a breve altre date porteranno quei lavori in altre parti d’Italia.

Quando mi sono apprestato a candidare le mie foto, ho fatto precedere più di un ragionamento. E solo poi ho deciso di mettermi in gioco.

Le foto esposte nella collettiva riguardano Mestre e sebbene dovessero parlare di ombra, ho voluto che vi fosse una idea precisa in merito.
L’ombra come ristoro, ma anche un limite labile (dove finisce? dove inizia?) con la luce.
Come labile è il confine tra la vita e la morte.
Per chi conosce un po della mia vita sa che la perdita di tutta la mia famiglia mi ha segnato profondamente.
Ma nonostante tutto, la speranza o il conforto di persone care, ha lenito nel tempo i vari malesseri.
In una particolare parte della mia città, la quale, povera, è al centro sempre di mille polemiche, ho stranamente trovato una sorta di piccola pace e serenità.
Ora, in un determinato momento della giornata e dell’anno, sono riuscito a catturare, in questa sequenza, la mia sensazione di dove luce e ombra si sovrappongono.
Dove l’ombra ristora dall’arsura, insieme a dei simboli metaforici di vita, e di passaggio del tempo.
Forse nel ristoro dell’ombra, una sensazione di una qualche protettiva presenza, sempre vigile, ristoratrice.
Ecco dunque, questa era la mia visione, prima di creare le immagini che vi propongo, e che ora parlano di Mestre in giro per l’Italia.


Mestre 2015 - Canale dell'Osellino









Spero ancora ancora di non avervi annoiato, nel contempo spero di esservi stato utile per capire un po di più questo delicato ma complesso mondo fotografico. Anche se lo scribacchino non è tanto bravo. Alla prossima, e lasciate i vostri commenti senza timore.



Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

La fotografia del territorio e Insta-Mestre





Ciao a tutti,
inizio oggi questa rubrica, che si occuperà di fotografia, non per quella che può essere una considerazione generale o di massa, ma visto che devo cercare di parlarne io, per quella che è la mia ventennale esperienza professionale e la mia continua e mai finita (mai finirà), curiosità culturale e passione per questo ambiente. Mi scuso in anticipo però, per la mia, forse non precisa, maniera di scrivere.

Comincerò questo primo articolo, parlando di un progetto a me caro, poiché riguarda la nostra città, Mestre.
Risulta anche abbastanza adeguato con il tema del gruppo “Mestre Mia”, visto che nel tempo ho avuto modo di sviluppare più di un progetto di analisi fotografica sul territorio urbano della città che assieme viviamo.

Parto parlandovi di un mio grandissimo interesse che nacque dalla visione delle fotografie di un grande maestro quale era Gabriele Basilico nel 2001, proprio su di Mestre, che mi stupì profondamente poiché mi consegnava una visione della nostra città molto precisa e analitica.
Quel lavoro ha evidenziato degli aspetti peculiari di Mestre nel 2001, magari più “banali” all’occhio del suo abitante, ma proprio perché “non giudicati importanti” di conseguenza ”non osservati” riemergevano prepotenti nelle foto di Gabriele Basilico e poichè “visti” reclamavano giustizia ed interesse.

Ecco che nel corso degli anni una maggiore consapevolezza visiva e tecnica, ed il ricordo di quell’esposizione, mi ha fatto approcciare e delineare un progetto che mi ha permesso di documentare la nostra città non solo per come la sento io ma per come può essere rilevante ma, penso, “utile” documentarla.



Però prima di parlare di ciò, vi inoltro su alcuni minimi dettagli storici che rappresentano l’origine di questo tipo di fotografia, chiamata “Fotografia di territorio” o come usano definirla oltreoceano “New Topographics - A man altered landscape” (il nome prende origine da una grande mostra a proposito della mutazione dei territori americani dal dopoguerra in poi, fatta negli anni ’70).
Infatti, se pensiamo allo sviluppo industriale del secolo scorso ed il suo successivo passaggio al post-industrale, pensiamo anche alle estreme conseguenze patite dal secolare processo della natura che diventava così schiavo di una progressiva artificializzazione del mondo e dei suoi paesaggi.
A differenza dei secoli passati il processo romantico (tipico del ‘700 e ’800) tra il “paesaggio costruito” ed il “paesaggio naturale”, è lentamente sparito lasciando lo scettro a dei mutamenti radicali nel segno del caos.

Necessitava e diventava vitale in quegli anni, documentarlo con il mezzo più immediato ed utile, la fotografia.

Ecco che allora, anche in Italia la “fotografia di territorio” che ben accetta dunque l’idea della “New Topographics”, ha cominciato ad occuparsi di descrivere le mutazioni dei paesaggi e le metamorfosi che hanno portato gli stessi ad evolversi da grandi spazi agresti a spazi urbanizzati.
Nasce e si aggrega in quel periodo un nucleo di capiscuola che hanno fatto della loro visione dei territori, un tratto distintivo in un crescente mare di immagini fotografiche.
Parlo di Luigi Ghirri, Arturo Quintavalle, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, William Guerrieri, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella, Francesco Radino, e molti, molti altri, magari poco conosciuti al grande pubblico, ma che diventeranno importantissimi ai giorni nostri per i lavori fotografici eseguiti in quegli anni.

Questi grandi “prelevatori di immagini” che si apponevano ai colleghi americani, (ricordo solo i miei prediletti quali Stephen Shore, Lewis Baltz ed Walker Evans senza però dimenticare la scuola europea di Dusseldorf con i coniugi Becher) hanno creato un Atlante di un’Italia in fase sia di espansione urbana che di modifica stravolgente dei suoi paesaggi.
Nel contempo hanno documentato tutti i risvolti positivi e negativi di questa metamorfosi, con linguaggi fotografici che spesso sfioravano la poesia, come nel caso di Luigi Ghirri.
Partendo dalla visione di Italia del dopoguerra in pieno sviluppo economico, per arrivare ai giorni nostri.
Ne parla molto Roberta Valtorta in un suo bellissimo libro che si chiama “Luogo ed Identità nella fotografia italiana contemporanea” per cui rimando gli interessati a questo volume di rara precisione, dedicato sicuramente ad un lettore competente.

Perché vi parlo di ciò? Perché quando parliamo di “fotografia di un territorio”, dobbiamo partire da dei presupposti ben precisi, che non sono il semplice fotografare qualcosa, ma il relazionarsi con il nostro “sguardo verso la città”, con il nostro luogo, e razionalizzare la nostra visione al fine di creare il nostro racconto dei posti, così come suggerito e concretizzato da tutta la fascia dei fotografi della “New Topographics” .
Cercando di capirne i tratti distintivi con attenzione e pazienza, e basandoci sulla “sua storia”.
Gabriele Basilico usava dire che bisognava avere uno “sguardo lento”, io aggiungo (ma non sono il solo) che bisogna avere uno “sguardo progettuale e acculturato”, inteso a raccontare non la parte “fenomenale” ma bensì la parte più “anonima” e “quotidiana” dei luoghi per raccontare al meglio la “medietà” del vivere moderno.
Non tramite il “guardare di più” ma il “guardare meglio”.
Non a caso le periferie e gli aggregati cementizi rappresentano al meglio le “città medie” dove abitiamo.
E dopo tutto, Mestre rappresenta l’archetipo della “città media” del tri-veneto.



Passati i tempi della “fotografia emozionale” o della “fotografia dell’attimo” (escluso il “reportage fotografico” nel senso più stretto del termine) , perchè oramai inflazionati e ridondanti nel bacino di deposito delle immagini che troviamo nel web, la “fotografia documentaria del territorio” rimane un importante tema nel descrivere i tempi ma sopratutto i luoghi dove l’umanità vive.
Rendendo così possibile una analisi dell’evoluzione abitativa e della necessità di aggregarsi comunemente accordata nel condividere spazi e luoghi.

Ora passo però ai miei diretti risultati.
Con questi presupposti nel 2011 mi sono approcciato a descrivere il mio territorio, la mia città, cercando prima di tutto di avere bene in testa un metodo ed una visione complessiva di tutto il lavoro che avrei fatto, e dopo quattro anni, nel 2015, sono riuscito a concretizzare “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Ma questo progetto ha subito ben tre ripensamenti nel corso di questo periodo e un esempio precedente ad Evolutio Visio (che ne è la concreta risultanza) è visionabile qui



“Insta-Mestre” voleva essere una seconda visione (dopo un primo progetto che non ha dato una sufficiente soddisfazione) , fatta usando Instagram, della Mestre che percorrevo e guardavo quotidianamente usando un mezzo sempre disponibile, quale il telefono, ma il risultato finale, per quanto interessante, era deficitario di un esame critico ed asettico del visibile.
Ero sicuramente inteso (o succube) ad una parte emotiva, e forse molto “low-fi”, il tutto dovuto al mezzo di ripresa.
Era inteso, ad esempio, ad un maggior dettaglio dei luoghi ripresi. Dettaglio che sarebbe poi sparito in “Evolutio Visio” per dare spazio ai volumi abitativi nel senso più ampio.
Inoltre il senso di “non -luogo” emergerà di più nella fase di “Evolutio Visio” che in “Insta-Mestre”.
Infatti nell’ultima fase la mancanza voluta dell’elemento umano rende ancora di più straniante ed “in attesa” le parti della città riprese, quasi ad indurre ad una voglia di “essere abitate” o ad una sensazione di “eterna attesa”.

La prossima volta ve ne parlerò meglio.
Spero di non avervi annoiato e, scusatemi se non sono stato sufficientemente chiaro, i vostri commenti in merito saranno graditi.




Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

Women : Annie Leibovitz (Milano)

date » 20-09-2016 21:03

permalink » url

tags » Leibovitz, Milano, mostra, fotografia, Orobia, fabbrica, photography, exibhition, Women, portraits,

Women : Annie Leibovitz (Milano)
Fabbrica Orobia 15 Milano
9 settembre - 2ottobre


Milano 20 settembre 2016
Annie Leibovitz documenta il nostro tempo da quasi mezzo secolo. Nel 1970 le sue fotografie cominciarono ad apparire su Rolling Stone, che a quei tempi era una rivista giovane ed emergente di politica e cultura popolare. Da li in poi ritrae molti personaggi pubblici conquistando fama e notorietà per il suo stile pulito ed essenziale. I richiami ai grandi maestri reinterpretati con la sua visione acutizza le sue fotografie rendendole delle vere icone, come la sua foto di John Lennon nudo sopra ad Yoko Ono, scattate poche ore prima che gli sparassero. il suo progetto "Women" iniziato con Susan Sontag è in esposizione a Fabbrica Orobia a Milano. Uno spazio inusuale come la mostra stessa che mira ad essere un punto di incontro e di riflessione più che un esposizione convenzionale. Grandi "led wall" con tutte le sue più importanti fotografie del progetto ed un muro con appuntate a spilli alcune foto che vengono descritte con cura ed attenzione in un opuscolo fornito gratuitamente. Una mostra che riserva anche la sorpresa di essere gratuita in una location davvero affascinante, dove i visitatori possono anche dedicare del tempo alla visione di molti libri di fotografia di tutto rispetto.

Qui il link di Fabbrica Orobia

GJCL2327.jpgGJCL2328.jpgGJCL2332.jpgGJCL2333.jpg

Les Rencontres de la photographie, Arles

date » 07-09-2016 22:03

permalink » url

tags » Arles, Rencontres, Fotografia, Mostre, Incontri, Storie,

47ˆ Edizione - Settimana di apertura dal 4 al 10 luglio 2016
Dopo circa 8 ore di guida, arrivo ad Arles, una cittadina appena al di sopra di Marsiglia, posizionata a Nord solo a pochi chilometri dalla foce del Rodano. Arles è il più grande comune della Francia, con un territorio superiore a quello di Parigi. I monumenti più importanti, però, sono a pochi passi l'uno dell'altro, nel centro storico di questa bella cittadina che vivacchia placida sulle sponde del Rodano. Ha un passato glorioso, di cui conserva l'Arena e il Teatro Romano, a cui bisogna aggiungere il portale e il chiostro della Chiesa di St. Trophime, tutti entrati a far parte del Patrimonio mondiale dell'Umanità tutelato dall'Unesco. Arles è punto di passaggio obbligato durante una visita in Provenza, soprattutto per chi vuole visitare la Camargue.

Quando arrivo il cielo è terso e spira sempre una brezza da nordovest che rinfresca la calura e la rende secca. Così, tramite il presidente del Fotoclub Padova, al quale mi sono aggregato, in maniera metodica ed organizzata mi sono preparato a questa mia prima visita a "Les Rencontres de la Photographie".

Qui vi metterò alcuni scatti ed alcune considerazioni



Già la prima mostra mi colpisce ed affascina, "La perfetta imperfezione", (una collettiva ... parliamone ... uno degli artisti è Joan Fontcuberta) un esempio a dir poco lampante sul concetto di fotografia d'arte. Spesso se ne discute in maniera anche fin troppo ampia. Ma il succo rimane che la fotografia artistica è il mezzo con cui un artista contemporaneo si esprime, cioè la fotografia diventa un mezzo, non l'origine, non viene da un "fotografo" e prioritariamente campeggia il concetto o ancor di più il progetto di comunicazione ed il suo relativo linguaggio. Per cui se vedi foto come queste e ti viene il classico "ma che che foto sono?" "non capisco.. ma che c...o di foto!", ecco, ... passa oltre che và bene ...



Don Mc Cullin, non ha bisogno di presentazioni, una bellissima antologia dei suoi più famosi lavori in una delle location centrali. Mostra bellissima, dove peraltro si ha l'occasione di vedere com'era Palmira, prima di venire distrutta dai talebani. Dai suoi primi lavori alle ultime riflessioni sui paesaggi. Qui un accostamento a Salgado viene ovvio, anche lui distrutto interiormente dalle visioni delle guerre torna a sublimare la bellezza della terra ... per cucire e guarire le sue cicatrici dell'anima ... come il fotografo brasiliano ... però con meno ... meno pubblicità.



Ad Arles ogni muro è buono per diventare una piccola esposizione, rimandi, appuntamenti, feste, vernici, di tutto... tanti giovani artisti non selezionati appendono le loro foto sui muri.. una maniera a basso budget per far vedere i propri lavori.



Uno dei punti di ritrovo principali della cittadina è la piazza Du Forum, dove tutti i ristorantini in queste settimane lavorano senza sosta. Un punto dove ti puoi ritrovare a mangiare a fianco di qualche celebrità del mondo fotografico che mangia la tua stessa paella. Lì si danno appuntamento tutti e nel caos generale la vita della cittadina diventa una specie di movida fotografica.



Oltre alle esposizioni ufficiali, un centinaio di altre location vengono adibite ad esposizioni. Così ti può capitare di entrare in un garage fino a poco tempo prima abbandonato, che invece ospita i giovani emergenti della fotografia europea. (sic! .... e che foto!)



Interessante lo Yakusima Photography Festival che porta i suoi migliori lavori ad Arles. In uno bello spazio le fotografie giapponesi emergono in tutto il loro minimalismo, e con la solita armonia insita dei loro paesaggi. Sperimentazione di alcuni, documentazione di altri. Anche le modalità di esporre diventano gioco visivo.





In una cittadina che mi ha sorpreso, per la mitezza del clima, e l'aspetto, un po fatiscente degli edifici, non poteva mancare un aspetto turistico che però, pare appassioni tantissimo i camarguesi. La "Course Camarguaise", una sorta di scontro con il toro, che (per fortuna) non viene ucciso ma solo affrontato da un gruppo di corridori che devono sfilare una marca dalle corna dell'animale, di corsa ... tenendo conto che l'animale spesso rincorre ferocemente chi gli si avvicina. E le incornate sono frequenti .... (... non rompete le balle al cavaliere nero!!)





Qualche aspetto serale degli incontri che si protraggono fino a tarda sera.



Les Ateliers, uno spazio enorme dove gran parte delle esposizioni si concentra. Un vecchia zona industriale riconvertita, bellissima, dove a fianco la grande archistar Frank Gehry, sta realizzando una zona di esposizione veramente futuristica.



La lettura dei portfoli avviene in varie parti della città. Centinaia di giovani si avvicendano per sottoporre ai "guru" i loro lavori. Ad ognuno sono concessi 20min, qualche settimana prima dell'apertura della manifestazione tutti i lettori erano "sold out" ... ma quanta fotografi ci sono?



Il Maestro Ferdinando Scianna ad Arles per una sua esposizione in una delle gallerie del centro.



A pochi chilometri da Arles, il mediterraneo lambisce Les Saintes Maries de la Mer ... un piccolo ma carinissimo paese, vale la pena trascorrere qualche ora.





Una delle mostre che più mi hanno colpito, quella di Eamonn Doyle "END". Grandi fotografie di gente e posti di Dublino, portano a ragionare su degli elementi di decadenza del genere umano. Un europa anziana, spenta, preoccupata, la parte giovane senza futuro, schiavizzata dai mass media. Un lavoro enorme e grandioso, in termini fisici proprio. Alcune foto erano grandi come i muri che circondavano lo spazio espositivo. Coinvolgente.

Esponevano inoltre, Michael Ackerman, Andres Serrano, Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, William Klein, Yann Gross, Bernard Plossu, Sid Grossman, Ethan Levitas / Garry Winogrand e tantissimi altri. Le mostre rimarranno aperte fino al 25 settembre 2016. Qui il sito ufficiale. Les Rencontres

arles1.jpgarles2.jpgarles3.jpgarles4.jpgarles5.jpgarles6.jpgarles7.jpgarles7b.jpgarles8.jpgarles9.jpgarles10.jpgarles11.jpgarles12.jpgarles13.jpgarles14.jpgarles15.jpg

Le domande del bianco e nero. Parte uno

date » 08-09-2016 04:05

permalink » url


Le domande del bianco e nero, ovvero del "meglio avere dubbi che avere solo certezze"
Piccolo vademecum ai quesiti del fotografo proto-cosciente.
Critica un sapiente e lo renderai ancor più sapiente. Critica uno stolto e ti farai un nemico.

Parte Uno - Prima dello scatto

Da tempo mi vengono chieste delucidazioni su alcuni argomenti riguardanti la fotografia in generale. Sia chiaro, non mi considero un maestro, ma dopo svariati anni di professione, qualcosa sulla fotografia lo ho capito.

Ho capito che bisogna sempre farsi delle domande …

Si … perché mi accorgo che ce n’è sempre da imparare … non è mai finita …

Infatti come recita un vecchio detto veneto che mio nonno citava sempre: “Il saggio non sà nulla, l’intelligente ha molti dubbi, el mona sa sempre tutto”

ecco…

anche nella fotografia coloro che sanno tutto … con delle esclusioni …. fanno parte dell’ultima categoria.

(dico esclusioni, perché esiste comunque una schiera di persone, professionisti, docenti, giornalisti, critici, esperti, che di fotografia ci vivono quotidianamente, con competenza, che non oserei mai introdurre nell''ultima categoria).

Per cui, nella fotografia in bianco e nero, (ma anche in quella a colori) alcuni dubbi debbono sorgere, in più fasi dell’operatività.

Reputo giusta una considerazione fatta in un articolo di Settimio Benedusi, nel quale lui diceva che una foto in bianco e nero è l’ultima spiaggia di una fotografia brutta.

Quando una foto è venuta male a colori, spesso si tenta la magia del bianco e nero, perché nel mostrarla a qualcuno … “ah! adoro il bianco e nero!” … ecco … si aspetta solo questo .. per quando insulso ne sia il contenuto…

Ora, penso di poter fare delle mie considerazioni su questa tecnica e ... porre delle domande che sono le stesse che io mi pongo quando scatto.

Tra un po .. ve le illustro… sperando che servano almeno per arrivare alla considerazione che tecnicamente, quella che abbiamo prodotto sia una buona foto in bianco e nero.

Augusto Pieroni diceva nel suo saggio “Leggere la fotografia” che una fotografia deve avere prima di se … Contesto Forme e Contenuti … ma deve avere sviluppato prima, una fase di ideazione, di reperimento, di scatto, di sviluppo e di esposizione….

Quindi cominceremo con le domande che riguardano l''ideazione ed il reperimento.

Che poi … piccolo ragionamento … alcune di queste domande vanno bene sempre … in qualsiasi fotografia che scattiamo …

Dictat - Per fare una foto in bianco e nero, la penso prima in bianco e nero.

… e mi domando ….

- Questo contesto che voglio fotografare è migliore se reso a colori o B&N? Può andare in tutti e due i casi?
- Sono sicuro che in B&N verrà qualcosa di significativo?
- A che cosa devo dare rilevanza ? Qual’è il soggetto? Ha un senso in B&N?
- Ci stò mettendo qualcosa di mio? O stò solo fotografando alla “cazzicanista” … pardon! … compulsivamente?
- A qualcuno interessa quello che stò vedendo? e di conseguenza quello che voglio fotografare?
- Racconta qualcosa?
- E’ solo un introspezione mia o voglio che “gli altri” la guardino? Perciò … sto cercando di esprimere qualcosa di comprensibile agli altri? meglio ancora il mio linguaggio è comprensibile?
- Sto citando qualche autore del passato? Se si ... lo faccio bene? Ci sto mettendo anche del mio?
- Sto evitando cose ed oggetti o porzioni di inquadratura che disturbano l’immagine?
- Gli angoli? I margini? Come verranno?
- Sto cercando di ridurre al minimo le cose da includere nella composizione?
- Fà parte di un mio progetto? Ho cercato di metterci la mia visione in maniera da rendere omogenea una futura visione?
- La stò percependo in B&N?!!? (me lo devo ripetere bene..)
- Saprò trattare tutte le tonalità che vedo ora a colori?

e qui mi fermo … o se volete aggiungetene voi ...

Sia chiaro … non è che devo ingaggiare un burocrate che mi confermi tutto prima di andare a fare uno scatto … ma … a mano a mano che mi pongo tutte le questioni (e c’è spazio per mille altre ...) fin dalle prime volte si scremeranno tutte le situazioni che risultano banali e non fotografabili, o inutili … fino a quando le domande principali saranno e resteranno le sole a confermarci che stiamo cercando di fare un discorso personale … e che non stiamo fotografando compulsivamente ……

E le domande principali stà a voi capirle…

Le prossime domande saranno quelle da farsi al momento dello scatto, pertanto un po più tecniche, le ultime quando andremmo a post-produrre ed a stampare... perchè le foto vanno stampate ... lo sapevate?

:-D

A tutti quelli che fin qui mi hanno letto ... Ciao! alla prossima ...

i1profiler.jpg

Evolutio Visio Piacenza Galleria Biffi Arte


Sulle orme di Gabriele Basilico
Piacenza
Galleria Biffi Arte, Via Chiapponi 39
Dal 6 di febbraio 2016 al 6 di marzo 2016

Foto di Giovanni Cecchinato

E’ partito il terzo step espositivo di “Evolutio Visio” a Piacenza. Ultima tappa designata dell’esposizione. Una serata importante dove confrontarsi con le impressioni degli abitanti di Piacenza e le sensazioni che ne derivano da questo progetto su Mestre. Ha suscitato interesse e colpito come la mostra si sia adattata allo spazio espositivo dopo essere stata esposta anche al Centro Culturale Candiani e all’Università IUAV di Venezia. Artista ospitato in concomitanza, Marco Ramasso con le tele del suo progetto Presenze.
La mostra resterà aperta fino al 6 di marzo 2016.

Qui la pagina Facebook e qui il sito web della galleria Biffi Arte.

GJCL0776_feb_06_2016_.jpgGJCL0812_feb_06_2016_.jpgGJCL0777_feb_06_2016_.jpgGJCL0783_feb_06_2016_.jpgGJCL0785_feb_06_2016_.jpgGJCL0787_feb_06_2016_.jpgGJCL0790_feb_06_2016_.jpgGJCL0793_feb_06_2016_.jpgGJCL0801_feb_06_2016_.jpg

search
pages
Link
https://www.giovannicecchinato.it/diary-d

Share link on
CLOSE
loading