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Del Totenburg di Quero Vas

date » 16-08-2021

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tags » Totenburg, Quero, Vas, Tarantino, Quentin, Vincenzo, Agostini, Montagna, Nazismo,

Del Totenburg o Castello dei morti di Quero Vas.



Sto leggendo da qualche giorno un libro molto denso ed interessante ("La montagna di Quentin" di Vincenzo Agostini) che ragiona su molti aspetti del fascismo e del nazismo, partendo da un film (e da una scena in specifico) del film “Bastardi senza Gloria” di Quentin Tarantino.
Un modo per ragionare su di alcuni aspetti della cinematografia Tarantiniana, densa di cultura e di citazioni nascoste, e prenderla come base per un ragionamento sulle autocrazie , le loro componenti, le loro ideologie.
Partendo da digressioni sulle tipologie e la psicologia del “maschio fascista “, ancora attualissime peraltro, e molte altre disquisizioni su come il fascismo non sia un movimento politico ma uno stato umorale dell’essere umano, sono rimasto affascinato dalla storia del Totenburg di Quero Vas.
Posizionato in luogo strategico per la visione del territorio circostante, questo edificio composto da blocchi in porfido provenienti dal Passo Rolle, deve la sua singolarità al colore delle pietre di un rosso cupo che ricordano il colore del sangue.
Creato dall’architetto Robert Tishler nel 1939 il “Castello dei morti” o Totenburg veniva inaugurato alla presenza di gran parte della Wehrmacht e rappresentanze delle SS e del Reich per ricordare i resti di 3461 soldati tedeschi periti li nella prima guerra mondiale, dove la ridotta era il punto avanzato di una linea di attacco dell'esercito Austro-Tedesco.
Da li a poco sarebbe successo il disastro mondiale che tutti noi conosciamo, ma in quel specifico caso perfino il Generale Augusto Grassi vide in questa costruzione dei significati "evidentemente ostili".



Negli ultimi decenni ha perso il suo appellativo iniziale, e viene chiamato (nelle indicazioni stradali) solo monumento commemorativo, o cimitero tedesco. Una monumento ben visibile sul Col’ Maor, che spicca tra la vegetazione e gli abitati, ma un architettura cosi, carica di simbolismi, era segno di una sicura originaria intenzione di ri-appropriazione di un suolo che si rivendicava e si sognava diventasse proprietà.
Ad oggi, rimane un baluardo, pressoché sconosciuto ai più. Ma di enorme impatto per chi lo visita. I simboli del fasto nazista sono stati cancellati e rimpiazzati da più benevole croci, ma un aquila resta ancora, anche se la svastica che artiglia è stata cancellata.


Porta alla riflessione la stanza ricavata al centro del monumento, a cui si ha accesso tramite un corridoio poco illuminato, che costringe gli occhi ad abituarsi (non facilmente) e permettere cosi di avanzare con sicurezza.
Al centro della stanza, sulla quale sovrasta un oculo a fornire luce proprio nel punto centrale dove il "Blutaltar", l'altare del sangue, si erge nero e solenne, sorvegliato su ogni parete da soldati germanici che più che difenderlo sembrano pensosi e raccolti a capire il senso degli accadimenti e del tempo.



Il luogo incute timore ma allo stesso tempo porta a riflettere sul senso delle guerre e sui simboli del potere.
Vi suggerisco la lettura del libro “La montagna di Quentin” di Vincenzo Agostini, una lettura ricca e riflessiva su molti aspetti storici e psicologici delle dittature, con approfondimenti nel campo del cinema, dell’architettura e della montagna.





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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2021



La serena inquietudine del territorio - numero zero

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Le ragioni ed i propositi del progetto de
“La serena inquietudine del territorio”



Paesaggio
Porzione di territorio considerata
dal punto di vista prospettico o descrittivo,
per lo più con un senso affettivo cui può
più o meno associarsi anche un’esigenza
di ordine artistico ed estetico(1)



Era il 2008 quando, riflettendo sulla trasformazione della mia città e della mia regione, mi venne in mente questo ossimoro, quello relativo ad una ‘serena inquietudine’. Una sorta di maschera, che pervade il luogo che abito. Che si vorrebbe essere fatto a misura d’uomo, abitabile, ergonomico, studiato a priori. Che invece risulta essere costruito per strati, a posteriori, con vari impedimenti e poco razionale. Ma si vive, per forza, facendo ‘buon viso a cattivo gioco’. Così, a quel tempo, pensai di avviare un progetto di indagine fotografica sul territorio veneziano che tentasse di restituire quella sensazione.
Questa idea si arrestò poco dopo, per via della sua trasformazione in quello che sarebbe diventato poi “Evolutio Visio - Mestre 2015” un progetto specifico sulla città di Mestre che andava a confrontarsi con il lavoro di Gabriele Basilico, da lui effettuato 15 anni prima sul territorio mestrino. Lavoro esposto in più occasioni ed in più parti d’Italia, che aveva come fulcro una visione della città di Mestre che si poteva considerare come ‘città media’ e, di conseguenza, archetipo di molte altre realtà urbane. Città che si era evoluta, città che si era cristallizzata.
Ripresi quell’ossimoro e divenne una realtà quando, nel 2016, decisi di creare una pagina sul social Facebook con quel titolo, che mi auguravo riunisse autori che, sposando questa visione, sviluppassero nuove indagini, allargandone il campo a tutto il Veneto. Non avrei mai sperato in tanta partecipazione e interesse, avvenuti con il totale entusiasmo da parte di tutti i partecipanti a questo progetto.
Vista poi la quantità di materiale prodotto dai singoli autori, in quest’anno di reclusioni casalinghe dovute alla pandemia ho pensato che ci si potesse avvicinare al concetto di “patronato ideologico”(2) mirando a uno sviluppo tangibile del materiale migliore postato sulla pagina e, vista la mancanza di due dei tre soggetti principali necessari ad indagini similari, cioè una committenza pubblica ed il soggetto mediatore, mi sembrava fosse una buona idea quella di sviluppare con tutte queste fotografie una rivista cartacea, non più indagine personale ma di ricerca di gruppo, autoprodotta ed autogestita.
Oggi qui, tutti assieme, prendiamo in mano il risultato finale di quell’idea iniziale, cercando di abbozzare quella “iconografia dell’incerto”(3) che nella sua multiforme estensione ed eterogeneità assume una rilevanza rispetto alla visione di ogni singolo autore. Una mappatura di ‘luoghi minori e non’, di una parte delle province venete (purtroppo non tutte) che in questa fase ‘pilota’ tenta di indagare non solo la poetica ma anche la malasorte degli spazi urbani e rurali, dove la destinazione ad una ‘lettura’ a posteriori potrebbe diventare utile per chi effettivamente può (e dovrebbe) darne una soluzione.
Mi auguro che possa esserci in futuro l’opportunità di continuare ad indagare e riflettere sulla nostra regione (definita così solo in termini ‘di territorio’ e di progetto, e senza nessuna visione campanilistica). Regione che, come molte altre, ‘inquietamente’ continua a sopravvivere sotto una sorta di ‘serena’ superficiale normalità.
E alla fine di tutto questo progetto (lo spero vivamente) potrebbe accadere che “saremo riusciti a capire quello che stavamo cercando solo dopo averlo trovato”.(4)
In conclusione, e osservando il risultato finale di questo numero “0” (per cui, ripeto, assolutamente ‘pilota’), mi rendo conto che un impianto fotografico cosi eterogeneo e diverso, per stili ed espressione, non debba assolutamente intendersi come definitivo o esaustivo, ma mi auguro sia prodromico a pubblicazioni successive con obiettivi specifici, e che diventi uno strumento utile a interpretare i luoghi che in questo piccolo spazio temporale ci sono stati dati (‘concessi’) da vivere, ricordando il pensiero che Luigi Ghirri fece a riguardo dell’ambiente, che già negli anni ’70/’80 mutava, ed era già “un disastro visivo colossale”, quindi, oggi, con il nostro esame fotografico, proveremo ad apportare a tutto ciò una ‘critica’ in maniera dialettica e non come facendone un ‘assunto’.(5)



Il magazine è acquistabile qui sulla piattaforma di Blurb


Note
(1) Dionisio Gavagnin, Fini & Confini - Dal Paesaggio al Territorio, dal catalogo dell’omonima mostra al MuPa;
(2) William Guerrieri, La fotografia come pratica culturale, p. 209, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(3) Malvina Borgherini, Sul mostrare, p. 57, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(4) Jo Nesbø, L’uomo di neve, cit. da Stefano Munarin in Territorio, urbanistica, fotografia: una piccola storia tra autobiografia e vicende collettive, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(5) Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, p. 54, ed. Quodlibet.

Identificazione di un paesaggio

Identificazione di un paesaggio
Venezia - Marghera
Fotografia e trasformazioni nella città contemporanea
Un ragionamento sull’importanza della “New Topography” nel territorio Veneto.






Paesaggio - Porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, per lo più con un senso affettivo cui può più o meno associarsi anche un esigenza di ordine artistico ed estetico (1)


Un tema a cui mi sento particolarmente legato, fotograficamente, è quello della descrizione e della mutazione dei paesaggi contemporanei tramite quello stile che normalmente, tra gli addetti, è definito come “New Topography”.
Un tema ed un metodo importante sopratutto nel caso della nostra regione, il Veneto.
Nella descrizione lessicale del termine paesaggio, che ha trovato non poche difficoltà ad essere inclusa nei dizionari (se ne riconosce il termine alla fine del ‘700 nella lingua francese, poi, solo dopo molto tempo, a mano a mano ha preso corpo anche in altri idiomi) deve essere sottintesa anche la sua rappresentazione più ampia che è quella di “territorio”, per la quale invece, non ci sono dubbi, rappresenti un termine molto diffuso fin dall’antichità poiché legato alla definizione precisa di confini, possedimenti, proprietà.

In fotografia il paesaggio è un soggetto molto indagato. Proprio per questa sua peculiarità può assumere un aspetto molto soggettivo, in virtù del fatto che si adatta all’occhio di chi lo guarda.

Lo sapeva benissimo il rimpianto Paolo Costantini, curatore di mostre iconiche, rimaste nella mente di molti appassionati di fotografia. Egli aveva ben presente l’importanza del paesaggio veneto quando negli anni 2000 ideò, creò, organizzò, un esposizione che diventò una pietra miliare nella difficile e controversa indagine che è quella sul tessuto produttivo nel polo industriale di Marghera.

Egli riunì un gruppo di fotografi, che senza sorta di errore in merito, rappresentavano la crema della “New topography” mondiale.
Fotografi nei quali si riconoscevano le tensioni di un modo di intendere la fotografia che rifiutava di fare solo proposte formali od ornamentali (2) .
Fotografi del calibro di L. Baltz, F. Golke, J. Gossage. A. Hutte, S. Shore (solo per citarne alcuni) che potevano rappresentare al meglio l’inquietudine di una fotografia che rifletteva su di sé stessa, non trovandosi in pace con l’ambiente che esplora.
In questa esposizione, storica, di cui il catalogo (in foto) rappresenta una sorta di manuale esemplificativo di quella che possiamo dire una “fotografia di paesaggio” alla quale aggiungerei “moderno, contemporaneo ed industriale” è fonte di continuo ripensamento e confronto per me.
Uno dei molti scrigni dove contenere i saperi e sul quale confrontarsi quando si tratta di parlare del paesaggio Veneto, di cui Marghera con la sue industrie rappresenta uno spaccato molto importante.

Lo so che, normalmente, il rimando alla mostra di Rochester del 1975 “New Topographics: Photographs of a Man-altered Landscape” è un po’ il “Sacro Graal” di questo tipo di attenzione verso i cambiamenti del paesaggio contemporaneo (ricordando che a suo tempo, l’esposizione fu ampiamente ed aspramente criticata). Ma nonostante la sua iconicità, alla quale seguirà anche qui in Italia un altro progetto molto importante come quello di Luigi Ghirri “Viaggio in Italia”, la mostra “Identificazione di un paesaggio” è, a mio parere, importantissima poiché si rivolge a questa parte di territorio Veneto che abitualmente guardiamo con sufficienza e del quale viviamo quotidianamente le forme, non occupandoci più delle sue problematiche insite.

Infatti all’interno del catalogo, in un lungo saggio, Paolo Costantini ci rimanda a dei suoi ragionamenti relativi al lascito di quest’esposizione che, adesso, a 20 anni di distanza possiamo considerare anticipatori di “una frattura storica” (3) della fotografia con le problematiche del paesaggio moderno.

All’interno del catalogo troviamo le analisi fotografiche che Lewis Baltz, John Davies, Jean Louis Garnell, John Gossage, Frank Gohlke, Anthony Hernandez, Axel Hutte, Geoffrey James, Richard Pare, Toshio Shibata, Stephen Shore, fecero nel distretto industriale di Marghera.
Ognuno con il proprio occhio, ognuno alla ricerca del proprio paesaggio.
Indagini molto differenti tra di loro, che portano alla luce paesaggi soggettivi che di colpo diventano tematiche "in sospeso" assieme alle responsabilità irrisolte dei poteri economici e politici.
Ognuno di loro aveva assunto l’intento di portare alla luce l’inquietudine e le dissonanze di un distretto che già 20 anni fa' cedeva il passo al cambio dei tempi e lentamente moriva, lasciando dietro di sé, problematiche relative a bonifiche ed abbandoni, fatiscenze e degrado, necessità di riconversione.

Ecco che al centro del ragionamento, la fotografia, quella parte di fotografia che (ereditando il nome dalla mostra americana del ’75) definiamo come “New Topography”, ci aiuta e diventa “utile”. Utile a ricordare, utile ad analizzare, utile a produrre delle domande ed a trovare (se possibile, se ne esistono delle volontà) delle soluzioni, oppure diventare, se non si sono verificate le condizioni precedenti, almeno (o forse sopratutto) un “documento”.

Tutto questo enorme progetto di esame, sul quale mi ritrovo a ritornare periodicamente, non solo indica un metodo culturale, metaforico e sociale, necessario di una rilettura continua nel tempo, ma anche un parametro di base per i fotografi che affrontano il tema del paesaggio.
Ultima considerazione è quella sull’importanza del mezzo fotografico e della necessaria cultura che lo dovrebbe sostenere, permettendo cosi alla effimera definizione che di solito facciamo della “fotografia”, in generale collegata alle parola “emozione”, di essere sostituita ad un significato di “sostanza” e di “utilità” anche per chi in futuro si rivolgerà ad essa.
Fortunatamente, oggi, riusciamo ad identificare la bontà di quei presupposti e possiamo dire che la fotografia può essere un media che fornisce strumenti per capire le modificazioni dei territori e dei paesaggi, siano essi quelli “interiori” o quelli esterni, dunque appartenenti a tutti noi, in cui tutti dobbiamo sentirci direttamente corresponsabili della loro trasformazione sia in meglio che in peggio. Si potrebbe dire in conclusione che in questo approccio alla fotografia “l’estetica deve essere , in qualche modo, sottomessa alla dimensione morale” (cit. Vincenzo Castella) (4).



(1) Dionisio Gavagnin - Fini & Confini - Dal Paesaggio al Territorio, dal Catalogo dell’omonima mostra al MuPa di Torre d Mosto (VE)
(2) Identificazione di un paesaggio - Paolo Costantini p.12 - Ed. Silvana editoriale
(3) Identificazione di un paesaggio - Paolo Costantini p.14 - Ed. Silvana editoriale
(4) Roberta Valtorta - In cerca dei luoghi (non si trattava solo di paesaggio) - saggio della stessa in Luogo ed identità nella fotografia italiana contemporanea - p.76 - Ed. Einaudi




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La Serena Inquietudine del Territorio - Il progetto, il gruppo

La Serena Inquietudine del Territorio

Un idea, una rivista, un intento utile nella fotografia.




Era il 2008 quando, riflettendo sulla continua trasformazione della mia città, Mestre, mi venne in mente questo ossimoro, quello relativo ad una "serena inquietudine” del vivibile. Una sorta di maschera, che pervade il luogo che abito. Luogo, che si vorrebbe essere fatto a misura d'uomo, abitabile, ergonomico, studiato a priori. Che risulta essere invece costruito per strati, a posteriori, con vari impedimenti e poco razionale. Ma che “si vive”, nel bene e nel male. Facendo buon viso a cattivo gioco.

Ovunque guardassi, lo stato "inquieto" del costruito e dei territori periferici e centrali era evidente, ma restava "placidamente e serenamente" visibile senza remore e intenti di miglioramento da parte di chi doveva preoccuparsene; fosse esso un soggetto pubblico o quanto meno privato.



Sheila Bernard - Torbe Masiere, Sospirolo (BL)



Quell'ossimoro divenne un'idea concreta nel 2016 quando decisi di creare una pagina sul social Facebook, che riunisse “fotografi autori” che, mi auguravo, interpretassero questa visione allargando il campo a tutto il Veneto. Non pensavo davvero, in tanta partecipazione e interesse, più di un centinaio di richieste pervenute per entrare nel gruppo.

La pagina Facebook “La Serena Inquietudine del Territorio” raggruppa alla data odierna 66 fotografi e non, di varie estrazioni, che contribuiscono in maniera continuativa alla creazione di uno zoccolo duro di immagini che ci permetteranno di corredare, assieme a dei testi, una futura rivista.



Arcangelo Piai - Conegliano (TV)


A fine anno, saremo in gruppo a raccontare il lavoro che si sta progettando in questi mesi, cercheremo di portare una riflessione sui nostri luoghi, della nostra regione che "inquietamente" continuano a sopravvivere sotto una sorta di "serena" superficiale normalità, all’interno di questa probabile rivista, auto-pubblicata, ma che sarà disponibile al pubblico.

La progettualità che accomuna tutti quanti noi spero che ci permetterà di esaminare, analiticamente in alcuni, emotivamente in altri, i luoghi che abitiamo e così questa “visione collettiva” (speriamo ancora) diventi uno strumento per tentare di evidenziare le zone d’ombra o i luoghi che ci fanno pensare, senza tendere alla spettacolarizzazione di qualcosa, ma invece semplicemente esporre, più fedelmente possibile, per essere di aiuto, per stimolare un miglioramento.

Mi auguro che questo "Nr. 0" sia il capostipite e che diventi uno strumento utile a “guardare con più interesse e partecipazione” i luoghi della regione che abitiamo e altresì ringrazio Alessandro Angeli che mi coadiuva in quest'avventura e tutti gli autori che mi accompagnano in maniera così partecipe.



Edoardo Cuzzolin - Monselice (PD)




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AAngeli_3.jpgGRado_3.jpgMMarotto_3.jpgSBonaldo_3.jpgFMorassutto_4.jpgMVedana.jpgTGarbasso_4.jpgCPiccoli_1.jpgGPagotto2.jpgGMeneghetti_4.jpgCChiapponi_3.jpgABarbini_1.jpgPPozzobon_01.jpgSBattaglia_01.jpgAAngeli_02.jpgTGarbasso_5.jpgSBattaglia_02.jpgCChiapponi_.jpgSPellizzer_2.jpgALovison.jpgFFinotto.jpgGABattistella.jpgSBanetta_3.jpg

Les Rencontres d'Arles 2019

Les Rencontres d'Arles 2019
50^ anni di successi del festival di fotografia più conosciuto in Europa



Quando Lucien Clergue (morto nel 2014) invitò nel 1974 Ansel Adams a questa piccola manifestazione fotografica, non poteva prevedere il successo a catena che si sarebbe creato. Insieme a Michel Tournier (morto nel 2016) e Jean-Maurice Rouquette, che ci ha lasciato quest’anno, formarono un gruppo capace di convergere l’attenzione mondiale dell’attività fotografica verso questa piccola città camarguese famosa precedentemente solo per il soggiorno del pittore Vincent Van Gogh.

Questo cinquantenario segna un momento di riflessione, svolta ed innovazione in questa rassegna. Lo stuolo di curatori di altissimo livello e l’organizzazione competente al massimo nel campo fotografico ha voluto rompere dei cliché ed avviarsi verso una rassegna i cui i nomi conosciuti mondialmente fossero assenti, ma altrettanti artisti di talento indiscusso e sicuramente di riferimento per il domani fossero invece i protagonisti.

Quando ho guardato per la prima volta il programma, confesso di non aver riconosciuto nessuno degli autori che venivano presentati. Con un po di sospetto ho cominciato ad avviarmi presso le esposizioni nei posti principali di centro città.
Posso assicurarvi , che subito dopo, una specie di sottile euforia ha preso il sopravvento e la voglia di esplorare tutti i restanti spazi mi ha assalito.

Spiccano tra tutte le mostre di Evangelia Kranioti “The living, the dead and those at sea”, Philippe Chancel “Datazone”, Mohamed Bourissa “Free Trade”, Mario del Corto “Vegetal Umanity, as the garden unfurls”, Cristian Lutz “Eldorado” e l’installazione di The Anonymous Project “The House”.
Progetti nuovi, realmente collegati al presente, citativi, ma allo stesso tempo capaci di scatenare pensieri, dubbi sul futuro, sulla nostra esistenza attuale e sulle diverse modalità di intraprendere i nostri percorsi di vita.



Evangelia KRANIOTI, greca, filmmaker e fotografa, ha esplorato i bordi delle esistenze e dei destini individuali tra cargo, marinai e prostitute, nel carnevale di Rio de Janeiro, nel Libano, in Africa e per finire nella necropoli del Cairo, usando una fotografia staged di altissimo livello che evocava a tratti Philip Lorca di Corcia.




Philip CHANCEL, in un lavoro durato 15 anni, ha esplorato le aree più sensibili del mondo per studiare e documentare i sintomi più evidenti del nostro declino, e mostrandoci in maniera inequivocabile i segni del prossimo, possibile, disastro.




Se Chancel si muove definendo zone geografiche sensibili, Mohamed BOURISSA esplora in maniera multimediale il libero scambio di merci. Evidenziando i ricchi “compratori”, coloro che “producono merce” nelle parti povere del mondo, ed i “disoccupati”, esercito invisibile che emerge solo se si sta usando un applicazione sul proprio smartphone. La mostra è stata allestita, non a caso, all'interno del MONOPRIX, un supermercato alla periferia di Arles.






Spettacolare l’installazione del lavoro di ANONYMOUS PROJECT, che seguendo i dettami dell’era post-fotografica, recupera immagini di autori anonimi per ricreare ambienti e sensazioni della vita degli anni ’50 e ’60. Momenti in cui si pensava ad un futuro prospero e felice, non di certo distopico come quello che stiamo vivendo.



Se queste opere, perché non posso chiamarle differentemente, mi hanno affascinato e colpito, le restanti hanno comunque avviato processi di pensiero, confronto e curiosità. Il numero delle mostre è sicuramente elevato e la settimana a disposizione non ha potuto permettere di vedere tutto, ma solo la parte principale de “Les Rencontres”.

Assieme alle esposizioni principali, dopo la Stazione, nello spazio Ground Control, i premi “Louis Roeder per le gallerie emergenti” ci ha introdotto a 10 selezioni di altissimo livello con giovani e sconosciuti autori che hanno presentato progetti personali, sociali, di indagine di qualità davvero superiore. Fra tutti il lavoro di Shinji Nagabe “Banana Republic” e JJ Levine “Family”.

Una retrospettiva sui 50 anni passati del festival ha creato la giusta connessione con il presente, unica pecca che nello spazio della chiesa “des trinitaires” (ma non solo in quello) il caldo era insopportabile. Pochi condizionatori e qualche ventilatore in molti spazi hanno sacrificato le visite e nei giorni più caldi, reso la visione di alcune mostre veramente impegnativa.





Nello spazio Mistral dedicato agli editori, non di meno allestito in un piazzale assolato, la permanenza è stata impegnativa ma nonostante tutto, vista la presenza di amici, vecchi e nuovi ci siamo trattenuti li per un bel po', con piacere. Possiamo dire che siamo stati fortunati ad avere un chiosco che spillava birra fresca molto vicino. Ritengo che come servizio di emergenza avrebbe dovuto essere più diffuso, noi ne abbiamo usufruito parecchio. Sia mai, per questioni di prevenzione della salute personale.

Una applicazione da scaricare gratuitamente nel telefono ci teneva costantemente informati degli eventi, le call, le conferenze, e gli eventi serali nei vari spazi della città.
Alla fine le considerazioni finali al rientro sono state più che positive, assieme agli spazi che prevedevano un recupero di progetti fotografici del '900 come quello sulle invenzioni, a volte molto bislacche, questa nuova ventata di aria fresca (solo fotografica) ci ha rinfrancato e caricato.
Se non fosse che nell’hotel dove ho soggiornato, non andava il condizionatore per 4 notti su 5, tutto sarebbe stato da catalogare come ottimo.
Ma come si sà non tutto fila sempre liscio.
Mi accontento ben volentieri.


Qui troverete il sito ufficiale del festival



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La fotografia di cantiere

La fotografia di cantiere a Venezia
Una parte importante nella documentazione di un lavoro di edilizia.




La logica vuole che prima di un edificio ci stato qualcos’altro.
O il niente.
O un altro manufatto.
Sempre per logica, una costruzione finita, o una ristrutturazione, passano attraverso una fase spesso dimenticata e temporanea che è il cantiere.

Mi ha incuriosito una definizione di cantiere, trovata in un volume fotografico interessante:

“Siamo abituati, per distratta consuetudine, a considerare il cantiere edile come la necessaria preparazione per qualcos’altro, la fase transitoria verso lo stadio di completamento dell’opera, il periodo di caos necessario e preliminare rispetto alla realizzazione, come se l’edificio finito dovesse essere il risultato inevitabile e predeterminato dei passaggi precedenti. Ciò naturalmente non è del tutto vero.”

Il libro è “Cantiere d’autore” ed in queste parole, Pio Baldi, presidente della Fondazione MAXXI, centra il punto non solo nella costruzione del fantastico museo di Roma, opera dell’architetto Zaha Hadid, ma su tutti i mille piccoli cantieri che danno vita a qualcosa che poi verrà abitato.

In realtà come quella di Venezia, il “cantiere” è di vitale importanza.

In questa città che si sviluppa attorno al X e XI secolo che diventerà poi una delle maggiori potenze del Mediterraneo, la costruzione di edifici, palazzi, abitazioni, oltre che ad essere innovativa e peculiare, muta nel trascorrere del tempo, adeguandosi alle rinnovate necessità della città.
Bastano un paio di cose per capire i presupposti costruttivi temibili e difficili: le case non hanno le fondamenta (per come le conosciamo classicamente) e sono perennemente immerse nell’acqua.
Eppure, hanno resistito e continuano a farlo da centinaia d’anni. Combattendo il madido e la più temibile salinità capace di sgretolare i muri più forti. Nei secoli una sapienza edile si è tramandata e per operare in un contesto così fragile e delicato ci vuole anche una buona abilità ed una competenza enorme.

Da tempo seguo le operazioni di cantiere di una azienda che opera in questi termini e che crede fortemente nel valore della storia nella ristrutturazione di un edificio. Azienda che segue i dettami originali delle costruzioni veneziane e nel ristrutturarle li adeguano alle normative e ad i materiali di costruzione attuali.

Soprattutto oggi dove case in contesti d’effetto, all’interno di una delle città più visitate d’Italia, diventano di nuovo abitabili e usufruibili, sia temporaneamente che stabilmente con i dettami imposti dalla legge e con il rispetto per il preesistente.
Ma la stessa azienda crede anche fortemente nella documentazione di quell’atto transitorio e di metamorfosi che è il cantiere.
Poiché, e qui ritorna la logica iniziale è destinato ad essere inglobato nell’attuale.

Ecco, allora, che entra in gioco anche un altra variante che è quella della fotografia.
Ed il fotografo deve diventare un traduttore che permetta di interpretare il prima, il durante, il dopo.
Ecco l’importanza del “com’era”, del “come abbiamo operato”, il tutto tradotto da una attività fotografica che permetta di capirlo.



Un tetto incendiato viene smantellato e ricostruito. Visibili i segni della costruzione delle travi con attrezzi manuali che hanno dato forma alla trave stessa. La capriata si chiamava a “un monaco” che individuava i travi verticali che la componevano. Si vede chiaramente la “spiza” ed il “pecà” i punti di appoggio delle singole travi incavate nel legno. Nonostante il calore sopportato le travi fanno ancora i loro dovere.




A parte vengono tenuti tutti i “copi” originali che rivestivano il tetto.





Un altro esempio di creazione di un muro a “scorzoni” che serviva per costruire dei muri non portanti.



Il rifacimento di un appartamento che si affaccia su Santa Maria del Giglio






Un esempio di ristrutturazione prima/dopo di un appartamento vicino a San Marcuola.




Nel produrre i miei lavori fotografici di architettura e cantieristica, uso una macchina tecnica Arca Swiss Rm3di con uno Schneider 5,6/35 XL Apo-Digitar, che mi restituisce una visuale di 102° ed un cerchio d’immagine di 90mm, a f11. Il dorso digitale applicato è un PhaseOne IQ160. Per garantire una massima efficenza utilizzo Capture One 11 per il trattamento dei file RAW, garantendo così, alla mia clientela, una qualità sopra alla norma.




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Un piccolo resoconto sulla Fujifilm GSX 50R

FUJIFILM GSX 50R



Ciao,
visto che in alcuni di voi è sorta la curiosità in merito alle performances di questa macchina fotografica, sorella del modello GSX50S, vi posso indicare alcune mie piccole riflessioni in merito, esenti da giudizi di parte, dopo questi primi giorni di utilizzo di un modello datomi in test (FUJIFILM GFX 50R con obiettivo GF 23mm f4) ed in attesa della mia macchina ufficiale. Sicuramente sul web potrete trovare articoli tecnici e recensioni abbastanza accurate su questo modello.

Prima di tutto sgombero il campo dal concetto “medio formato” perché non possiamo realmente parlarne, se non per via di una iniziativa di marketing pubblicitario.
Da possessore di sistemi Phase One, lo dico con cognizione di causa.



Il sensore si trova in una fascia intermedia tra il “full frame” di molte ammiraglie blasonate ed il sistema delle due leader di mercato Hasselblad e Phase One.
Il che comunque, come sappiamo bene, fa buon gioco e se le “dimensioni contano” sopratutto quelle del fotodiodo che cattura la luce, ci accorgiamo della differenza sopratutto nei passaggi tonali.
E posso dire che confrontando con la mia Canon 5D Mark IV “full frame”, ne ho avuto la certezzal. In una sessione di lavoro effettivo, ho potuto notare, non tanto nella definizione o nella struttura dell'immagine, (che possiamo definire "quasi" alla pari tra le due, visto anche l'utilizzo del 24mm TS/E II nella Canon che è una lente eccezionale) tanto quanto la gestione del colore e la resa tonale più morbida ed omogenea, sicuramente più realistica; insisto e mi ripeto ... “una più morbida transizione nel passaggio toni".

La FUJIFILM 50R è dotata di un sensore CMOS da 51,4 MP e di un processore X-Processor Pro. Questo implica che se però noi usiamo delle schede poco performanti, viene vanificata tutta la velocità di elaborazione e di scatto. L'otturatore a tendina è stato sviluppato specificamente per questa fotocamera e assicura una velocità massima di 1/4000s (1/16000s con l'otturatore elettronico), una velocità di sincro flash di 1/125 sec o inferiore, alte prestazioni e una lunga durata, con una resistenza dell'otturatore fino a 150.000 scatti*, assicurando al contempo ridotte vibrazione e un funzionamento silenzioso. Questo è il primo modello del sistema GFX a supportare la tecnologia a basso consumo energetico Bluetooth®. Le immagini scattate possono essere trasferite in modo semplice e rapido a smartphone e tablet accoppiati con la fotocamera tramite l’app FUJIFILM Camera Remote, diventando veramente comodo.
Una delle cose interessanti è la misurazione TTL 256 zone, con modalità Multi / Spot / Media / Media pesata al centro
La compensazione dell’esposizione si muove da -5,0 EV a +5,0 EV a intervalli di 1/3 EV, meglio dei soliti 3 stop ed è presente una comoda funzione di intervallometro.
Il mirino OLED a colori 0,5" ca. e da 3,69 milioni di punti, dà una buona visibilità in merito, che però implica di avere sempre la macchina accesa con le ovvie richieste di energia.
Sono presenti 15 modalità di sviluppo JPG (PROVIA / Standard, Velvia / Vivid, ASTIA / Soft, CLASSIC CHROME, PRO Neg.Hi, PRO Neg.Std, Black& White, Black& White+Ye Filter, Black& White+R Filter, Black& White+GFilter, Sepia, ACROS, ACROS+Ye Filter, ACROS+R Filter, ACROS+G Filter) ma al sottoscritto che lavora sempre in Raw non può che interessare in minima parte.

Grande cosa è che la macchina è 160,7mm (largh.) x 96,5mm (alt.) x 66,4mm (prof.) in misure ma sopratutto è poco meno di 800 gr. di peso, il che fornisce una buona trasportabilità, senza grandi pesi ed ingombri. Basta una normale sacca a tracolla. Nella mia Greenland ci stava anche una datata ma stupenda Hasselblad SWC/M, giusto per dirvi.



Ora, un lato poco positivo è che la velocità di scatto non rappresenta una grande attrattiva, ma per chi come me veniva da Hasselblad sistema H, non è di certo una novità e ci si adegua immediatamente.
Alla fine la cosa importante è di sicuro come si vanno a trattare i dati Raw e con che software. Io uso Capture One nella vers. 11, come molti di voi già sapranno, ed i file Fuji sono gestibili in maniera molto dinamica e produttiva.

Qui vi allego un mio scatto di test, fatto sul Col Visentin sul Nevegal (BL) in pieno controluce e con abbondanti aree in ombra, il sole è in campo e lo si vede in alto a destra.






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E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2019

Pubblicazione su LOTUS International



E'stata una strana sensazione ricevere a casa per posta l'ultimo numero di LOTUS International.
Strana perché all'interno, tra foto di J. Meyerowitz e R. Misrach ho trovato delle foto di G. Cecchinato.
😏
Non che non lo sapessi, intendiamo, le foto mi erano state ordinate tempo addietro.
Ma ugualmente, alla vista, di una parte del mio lavoro "Liquido Confine" , su di una rivista tanto prestigiosa, mi ha dato una sorta di forte soddisfazione.
Svanita subito dopo, vissuta in un breve momento.

Che dire, ho fatto un post, perché in questo diario ci stava.
Giusto per ricordare quella fugace emozione.






IpoTetico Diario #08 - Un dettaglio una minuzia

date » 06-11-2018

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tags » Dettaglio, Antonioni, Guerra, Fontcuberta, Porzione, Fotografia, Pensiero, Termine, Cadore, Belluno, ipotetico, diario,

Un dettaglio una minuzia
Novembre 2018



Quello che mi sorprende, non sempre per la verità,
quando guardo qualsiasi scatto fotografico
è che in una piccola parte di esso si nascondono, si racchiudono, tanti sfuggevoli dettagli.
Ma non è cosa nuova, direte voi.
Dettagli dovuti al tempo che si è depositato su di essi,
a volte
dovute all’indeterminatezza del caso.
Logico, che vada in questo modo.
Ogni piccola cosa in questo mondo è vasta tanto quanto un universo,
di molecole e atomi
e di conseguenza "elementi" che compongono un insieme.
Questo mi fa pensare su come sia “impensabile” avere mai un senso preciso del tutto.
Quanto tutto sia stratificato e composito.
Nel fotografico poi,
senza scomodare Franco Vaccari ed il suo “Inconscio Tecnologico”,
ogni fotografia, davvero, rivela mondi laterali
o insiti e sconosciuti al momento dello scatto stesso.
Ed è quello che ancora mi appassiona,
la visione di quello che “non avevo visto”
e tutte le sue possibili, nascoste, composite, sfaccettature.
I possibili scenari anche solo fantasiosi.
Che prendono forma nel mio pensiero.
Ecco perché a volte mi fido di più di una fotografia che di qualsiasi altra cosa.
Lei a volte mi rivela delle storie
non incluse in ciò che vedo in quel momento.
Magari solo nel mio immaginario, sia ben chiaro.
Me lo ha spiegato bene Antonioni in “Blow-up”.
E non è un dettaglio che la sceneggiatura fosse dell’ “ottimista” Tonino Guerra.
Ma, adesso, anche senza svelare crimini o storie contorte.
Mi basta che quella mia minuzia mi permetta di pensare a qualche storia di vita,
comune, qualunque,
serena o disgraziata che sia.
Ecco perché ancora provo piacere a fotografare in questa era post-fotografica, giusto per citare Fontcuberta.
Può essere importante, educativo, comparativo,
leggere, con una porzione di fotografia,
la vita di chi passava per una porta
o guardava da una finestra?
Immagino,
la ricerca del calore verso una stufa?
Il preparare da mangiare verso la sera?
E confrontare la mia, la nostra, agiata esistenza?
Il nostro subitaneo giudizio a qualsiasi cosa.
Rispetto ad una lenta e paziente saggezza popolare.
Il nostro comfort odierno rispetto ad uno scomodo e naturale confronto con la montagna.
Sarà forse sbagliato leggere questo?
O vederlo?
Non lo so, penso faccia parte del gioco
e del guardare tramite un obiettivo
ciò che il mondo ci mette davanti.
D’altra parte, un bravo fotografo ha detto
che bisogna
dichiarare la propria visione del mondo, fotografia dopo fotografia.
Io non posso che dichiarare la mia, ci provo, tento di farlo.
Magari sbaglio.




Dal progetto SS51 - Immagini da una desistenza
Termine di Cadore (BL)
Ottobre 2018



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ISOZERO

date » 08-10-2018 17:43

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tags » ISOZERO, Efrem, Raimondi, Laboratorio, Fotografia, Rimini, Oxygen,

ISOZERO
Viserbella - Rimini
05-07 ott 2018





Nello scorso week-end un po’ sottotraccia, ma non sottotono, ho partecipato al primo incontro del laboratorio di fotografia ISOZERO di Efrem Raimondi a Rimini.
Sono stati un paio di giorni pieni di fotografie, nuovi e vecchi amici, progetti, e indicazioni.
Un paio di giorni di confronti, alcuni tesi, altri scherzosi, ma comunque confronti.
Perché, a mio avviso, la fotografia è questo, un confronto continuo.
Pochi scatti, perlopiù fatti per rilassare la mente, molte parole e molti concetti.
Logico che nell’incontro di una trentina di fotografi, provenienti da ogni parte d’Italia, le differenze di visione siano molte e talvolta ampie, ma la presenza di un coach di tutto rispetto ha permesso di creare un terreno neutro in cui, bene o male, i singoli progetti sono stati vivisezionati, scardinati, criticati ma sopratutto arricchiti.
Dal mio piccolo e personale punto di vista non posso che ringraziare Efrem Raimondi, di tutto ciò.
Ma sento, in egual misura, di ringraziare tutti i partecipanti per avermi permesso di vedere e dialogare con loro sui loro progetti fotografici, e poi anche sul mio.
Ne sono uscito di sicuro più carico e felice di far parte di questo laboratorio, inusuale nel suo metodo e nel suo percorso.
Oggi posso dire: grazie Efrem, ci vediamo alla prossima, e vedrai che non potrai più dirmi che il mio progetto lo vuoi fare tu.


Qui il link al blog di Efrem Raimondi e a ISOZERO



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