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Lo sguardo e l'ombelico V ediz. 2021

Lo sguardo e l'ombelico V ediz. 2021

5^ edizione 2020
Tornare a ri-vedere


Centro Culturale Candiani - Mestre





“Affinché ogni modernità sia degna di diventare antichità, è necessario che la bellezza misteriosa che la vita umana vi mette involontariamente ne sia estratta”. C. Baudelaire ( da “Il pittore della vita moderna”)

Così cominciavo la presentazione della 4^ edizione della nostra manifestazione di incontri sulla fotografia, nei primi mesi del 2020.
Quello che non pensavamo accadesse, la perdita della socialità, la paralisi economica, un lockdown, è avvenuto.
Il tutto a causa di un evento pandemico di portata mondiale che tutti , purtroppo, conosciamo.
E ci siamo fermati.
In questo momento di timida ripresa, in una società in risveglio ma con molti timori e nuove problematiche sociale attive, questa manifestazione, prova a riprendere le fila del discorso iniziato nel 2020 e ci ridà una speranza di ritrovo per parlare di fotografia e della sua cultura, tema che ci è molto caro.
A quasi due anni di distanza (pochi mesi ci mancherebbero), riproviamo a ritrovarci e a dialogare con i grandi interpreti della fotografia italiana contemporanea.
Il tema degli incontri sarà collegato agli intenti della quarta edizione, dunque continuato e ripreso.
Nell'immagine di presentazione (gentilmente concessa da Anna di Prospero) ci ritroviamo tutto il senso di questo tempo.
Con gli occhi coperti e speranzosi di vedere qualsiasi forma di bellezza ci sia stata (temporaneamente) nascosta, pronti a rivedere dopo un attesa.
Poco importa che non abbiamo potuto vedere attorno a noi e godere del mondo per qualche lasso di tempo.
Adesso è il momento di riaprire lo sguardo e di nutrirci di quello che di bello e formativo la fotografia può regalarci.
Vi aspetto al Centro Culturale Candiani.

G. Cecchinato

9 Ottobre 2021 - William Guerrieri - Ore 17:30 - Corpi e macchine al lavoro - introduce Dionisio Gavagnin
16 ottobre 2021 - Gianantonio Battistella - Ore 17:30 - Il volo del falchetto - introduce Stefano Munarin
30 Ottobre 2021 - Paolo Ranzani - Ore 17:30 - Professione Fotografo - introduce Giovanni Cecchinato
13 Novembre 2021 - Anna Di Prospero - Ore 17:30 - La ricerca dell'io negli spazi che abitiamo - introduce Monica Mazzolini
20 novembre 2021 - Marco Introini - Ore 17:30 - Dal disegno alla fotografia - introduce Christian Mattarollo


Sponsor della manifestazione Photomarket Video



09/10/21 ore 17:30
William Guerrieri - Corpi e macchine al lavoro
Introduce l’incontro Dionisio Gavagnin


William Guerrieri (1952, Reggio Emilia). Vive a Modena. Fotografo e curatore è stato ideatore con Paolo Costantini e Guido Guidi del progetto d’indagine territoriale Linea di Confine per la Fotografia Contemporanea con sede a Rubiera, Reggio Emilia, di cui è attualmente coordinatore.
Ha curato per Linea di Confine numerose mostre e pubblicazioni fra le quali Via Emilia. Fotografie, luoghi e non luoghi 1 e 2, (Linea di Confine 1999/2000); la mostra e la pubblicazione Luoghi come paesaggi. Fotografia e committenza pubblica in Europa negli anni Novanta, (Linea di Confune, 2000). Ha inoltre curato con T. Serena, l’indagine in progress e la collana “Linea veloce Bologna-Milano” (Linea di Confine, Rubiera, 2003/2010), con F. Fabiani la mostra al MAXXI di Roma, TAV. Bologna - Milano, 2013; con A. Frongia la mostra tenuta all’Ospitale di Rubiera e la pubblicazione Red Desert Now! L’eredità di Antonioni nella fotografia italiana contemporanea, (Linea di Confine, 2017).
Ha pubblicato i saggi Photography Observation as Awareness of Place, in Photographic observation a tool for landscape policies (Ministere de l’Ecologie, de l’Energie, du Developpement durable, 2009); Attualità del documentario in Luogo e identità nella fotografia italiana contemporanea, a cura di R. Valtorta (Einaudi, 2013); Commissionig, photograpy and the crisis of territorial political rapresentation, in European photography commissions and the landscape, a cura di F. Gierstberg (ICO-Fundation, 2019).
Come fotografo ha pubblicato le monografie Oggi nessun può dirsi neutrale (Ar/Ge Kunst Edizioni, Bolzano, 1998); Zona 16 (Open Space, Milano, 1999); Where It was (Linea di Confine, 2006); Il Villaggio (Linea di Confine, 2009), The Dairy. Images for the italian countryside (Linea di Confine/ Koenig Books, 2015), New Lands (Linea di Confine, 2017), Bodies of work (Linea di Confine, 2018).




26/10/21 ore 17:30
Gianantonio Battistella - Il volo del falchetto
Introduce l’incontro Stefano Munarin


Treviso 1957, architetto, si dedica particolarmente a ricerche e studi sulla rappresentazione dell’architettura, del paesaggio e sulla sperimentazione del linguaggio fotografico.
Docente titolare di Linguaggi e Tecnica della Fotografia al Corso di Laurea in Scienze e Tecnologie Multimediali dell’Università di Udine dal 1998 al 2008 e collaboratore del prof. Italo Zannier presso l’Istituto Universitario dell’Architettura di Venezia nel corso di Storia e tecnica della fotografia e presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia nel corso di Storia della fotografia dal 1983 al 1998.
Ha collaborato con il Dipartimento di Storia dell’Architettura del I.U.A.V., a numerose ricerche sulla fotografia italiana del XIX sec., fra le quali: Gli archivi fotografici come memoria dell’architettura eseguendo delle verifiche a campione delle vedute storiche definite Il processo del rifotografare; Gli archivi fotografici della Bibliotèque Nationale di Parigi e di altre biblioteche pubbliche, relativamente alla fotografia veneta del 19° sec.
Direttore Scientifico dell’Archivio Storico Fotografico della Provincia di Treviso (FAST) per il riordino dell’archiviazione e catalogazione dei materiali fotografici storici e contemporanei (2003 – 2004).
Dal 1991 al 2004 collabora con il “Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia” di Spilimbergo, prima come docente nei corsi “Cultura della Fotografia” e poi come Direttore Scientifico dei corsi F.S.E. di “Operatore culturale in fotografia e risorse elettroniche”.
Nel 2014 ha organizzato e tenuto, presso il C.R.A.F. di Spilimbergo, il corso “Progetto e Fotografia - contributo all’uso consapevole dell’immagine fotografica nella prassi professionale” per la Formazione Professionale Continua (15 cfp) dell’Ordine degli Ingegneri e Architetti della Provincia di Pordenone.
Ha portato a termine nel 2013, una lunga collaborazione con l’Archivio Storico della Procuratoria di San Marco di Venezia per la riorganizzazione del Fondo Fotografico Ongania sulla Basilica di San Marco.
Nel 2019, sempre su incarico della Procuratoria di San Marco, ha portato a termine il riordino, la digitalizzazione e restauro digitale dell’archivio fotografico storico dei restauri della Basilica di San Marco, costituito da oltre 4300 negativi in vetro databili dalla fine dell’800 ai primi decenni del ‘900.
Dal 2004 al 2006 ha collaborato con il Centro Internazionale Studi Architettura Andrea Palladio di Vicenza nell’ambito del progetto Fototeca Carlo Scarpa con la realizzazione di una campagna fotografica sulle architetture scarpiane e, successivamente, realizza nel 2013, la campagna fotografica per il volume
L’immagine del Veneto – Un progetto di documentazione delle eccellenze architettoniche della regione del Palladio – L’età romana e tardoantica.
Nel 2015 ha realizzato la rassegna Fotografia e Contemporaneità, nel programma di Friuli Venezia Giulia Fotografia 2015, in qualità di curatore della mostra e del catalogo e nel 2016-2017 cura il programma delle mostre sulla fotografia contemporanea alla Galleria SP3 di Treviso.
Ha partecipato a numerosi progetti di rilievo fotografico del territorio pubblicando i suoi lavori in numerosi libri, cataloghi e riviste, fra i quali: Enciclopedia di urbanistica, Franco Angeli, Milano 1984; Disegni e Industria della Marca (a cura di M. Brusatin) S.I.T., Treviso 1985; G. Cristinelli, Cannaregio, Officina, Roma 1987; Città murate del Veneto (a cura di S. Bortolami), Pizzi, Milano 1988; Documenti di architettura rurale della Marca Trevigiana, Acelum, Asolo 1989; Il paesaggio costruito della Valsana (a cura di M. Brusatin), Acelum, Asolo 1989; I. Zannier, Architettura e fotografia, Laterza, Bari 1991; Fotologia, Alinari, Firenze (dal 1985 al 2003); Coltelli a Maniago, un racconto per immagini, Città di Maniago, Maniago 2006; Carlo Scarpa: Atlante delle architetture, Marsilio-Regione Veneto, Venezia 2006; Il furore delle immagini, Marsilio, Venezia 2010; Storia dell'architettura nel Veneto. L’età romana e tardoantica, Marsilio-Regione Veneto, Venezia 2013.
Ha partecipato a numerose rassegne di fotografia e arte contemporanea, fra le quali: La sperimentazione fotografica in Italia 1930-80 (1983), Viaggio in Italia (1984), L’insistenza dello sguardo-Fotografie italiane 1839-1989 (1989), Archivio dello Spazio (1991-93-96), Carlo Scarpa nella fotografia (2004); Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2011 e 2013).
Sue fotografie sono conservate in collezioni pubbliche e private, nazionali ed internazionali fra le quali: Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia (Spilimbergo, UD); Museo della Fotografia Contemporanea (Milano), Canadian Centre for Architecture (CCA), Montreal.
Nel 1993 gli viene conferito il premio Color Photography Awards al Photographic Resource Center, Boston University. Nel 1996 gli viene conferito il premio Friuli- Venezia Giulia Fotografia.
Alcune sue fotografie sono state esposte al Metropolitan Museum of Art di New York a corollario della mostra Venetian Glass by Carlo Scarpa (nov. 2013 - mar. 2014).




30/10/21 ore 17:30
Paolo Ranzani - Professione Fotografo


Fotografo ritrattista. Venti anni di esperienza nella fotografia di “people” spaziando dal ritratto per celebrity, beauty, adv e mantenendo sempre uno sguardo al reportage sociale.
Ha coordinato il dipartimento di fotografia dell'Istituto Europeo di Design ed è docente di Educazione al linguaggio fotografico presso la RM Moda e design di Milano.
Il suo portfolio comprende lavori autoriali e commerciali per FIAT, Iveco, Lavazza, Chicco, Oréal e la pubblicazione di quattro libri fotografici: “Ecce Femina” (2000), “99 per Amnesty” (2003),
“La Soglia. Vita, carcere e teatro” (premio reportage Orvieto Prof. Photography Awards 2005), “Go 4 it/ Universiadi 2007”.
Ha curato l'immagine per vari personaggi dello spettacolo, Arturo Brachetti, Luciana Littizzetto, Fernanda Lessa, Antonella Elia, Neja, Eiffel65, Marco Berry, Levante ...
Negli ultimi anni ha spostato la sua creatività anche alle riprese video, sia come regista che come direttore della fotografia, uno dei suoi lavori più premiati è il videoclip “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre otto milioni di visualizzazioni).
Paolo Ranzani è referente artistico 4k in merito al progetto “TORINO MOSAICO” del collettivo “DeadPhotoWorking”, progetto scelto per inaugurare “Luci d'Artista” a Torino.
Nel 2019 il lavoro fotografico sul teatro in carcere è stato ospite di Matera Capitale della Cultura.
Pubblicati e mostre:
“Ecce Femina” (2000),
“99 per Amnesty” (2003),
“La Soglia. Vita, carcere e teatro” (premio reportage Orvieto Prof. Photography Awards 2005), “Go 4 you/Universiadi 2007” ,
Premio 2005 per il ciack award fotografo di scena Premio 2007 fotografia creativa TAU VISUAL
Premio 2009 come miglior fotografo creativo editoriale
Ideatore e organizzatore del concorso fotografico internazionale OPEN PICS per il Salone del Libro di Torino – 2004
Scrive di fotografia per vari magazine in collaborazione fissa per CineSudFotoMagazine “Ap/Punti di vista” e “Storie di Fotografia”




13/11/21 ore 17:30
Anna Di Prospero - Una ricerca dell’io negli spazi che abitiamo
Introduce Monica Mazzolini


Anna di Prospero nasce a Roma nel 1987.

Ha studiato fotografia presso l’Istituto Europeo di Design a Roma e presso la School of Visual Arts di New York.

La sua ricerca fotografica si caratterizza per il segno introspettivo con cui esplora la quotidianità e il rapporto tra uomo e spazio. Il suo lavoro è stato esposto in numerose mostre personali e collettive in Italia e Stati Uniti, tra cui Les Rencontres D’Arles, Month of Photography Los Angeles, La Triennale di Milano e il Palazzo delle Esposizioni di Roma.

Tra i suoi riconoscimenti il Sony World Photography nella categoria Portraiture, il People Photographer of the Year degli International Photography Awards e il Discovery of the Year dei Lucie Awards 2011.




20/11/21 ore 17:30
Marco Introini - Dal disegno alla fotografia
Introduce Christian Mattarollo


Laureato in architettura presso il Politecnico di Milano.
Fotografo documentarista di paesaggio e architettura, è docente di Tecniche della rappresentazione dello spazio presso il Politecnico di Milano e di Fotografia dell’architettura presso la scuola di fotografia Bauer. Inserito nei venti fotografi di architettura protagonisti degli ultimi dieci anni da Letizia Gagliardi in La Misura dello Spazio (Contrasto 2010). Nel 2015 ha documentato l’architettura dal dopoguerra ad oggi in Lombardia per la Regione e MIBACT, viene invitato da OIGO (Osservatorio Internazionale sulle Grandi Opere) alla campagna fotografica sulla Calabria, The Third Island. Il progetto Milano Illuminista, viene selezionato dal Fondo Malerba per la Fotografia. Nel 2016 ha esposto Ritratti di Monumenti al Museo d’Arte Moderna MAGA; partecipa alla XXI Triennale con Warm Modernity_Indian Paradigm (curato da Maddalena d’Alfonso) che, con omonimo libro, ha vinto il RedDot Award 2016. Nel 2018 è stato impegnato nei progetti: Mantova, architetture dal XII secolo al XX secolo (Politecnico di Milano);Ormea: segni del paesaggio per il progetto Nasagonado Art Project, e con Francesco Radino Gli scali ferroviari di Milano per la Fondazione AEM. Nel 2019 è stato invitato alla residenza d’artista Bocs Art Cosenza e nello stesso anno è stato invitato ha realizzare un progetto fotografico sulle Repubbliche marinare per la biennale di Architettura di Pisa curata da Alfonso Femia.
Le sue opere sono conservate alla Fondazione MAXXI, CSAC, Museo MAGA, Fondazione AEM.





Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
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La serena inquietudine del territorio - numero zero

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Le ragioni ed i propositi del progetto de
“La serena inquietudine del territorio”



Paesaggio
Porzione di territorio considerata
dal punto di vista prospettico o descrittivo,
per lo più con un senso affettivo cui può
più o meno associarsi anche un’esigenza
di ordine artistico ed estetico(1)



Era il 2008 quando, riflettendo sulla trasformazione della mia città e della mia regione, mi venne in mente questo ossimoro, quello relativo ad una ‘serena inquietudine’. Una sorta di maschera, che pervade il luogo che abito. Che si vorrebbe essere fatto a misura d’uomo, abitabile, ergonomico, studiato a priori. Che invece risulta essere costruito per strati, a posteriori, con vari impedimenti e poco razionale. Ma si vive, per forza, facendo ‘buon viso a cattivo gioco’. Così, a quel tempo, pensai di avviare un progetto di indagine fotografica sul territorio veneziano che tentasse di restituire quella sensazione.
Questa idea si arrestò poco dopo, per via della sua trasformazione in quello che sarebbe diventato poi “Evolutio Visio - Mestre 2015” un progetto specifico sulla città di Mestre che andava a confrontarsi con il lavoro di Gabriele Basilico, da lui effettuato 15 anni prima sul territorio mestrino. Lavoro esposto in più occasioni ed in più parti d’Italia, che aveva come fulcro una visione della città di Mestre che si poteva considerare come ‘città media’ e, di conseguenza, archetipo di molte altre realtà urbane. Città che si era evoluta, città che si era cristallizzata.
Ripresi quell’ossimoro e divenne una realtà quando, nel 2016, decisi di creare una pagina sul social Facebook con quel titolo, che mi auguravo riunisse autori che, sposando questa visione, sviluppassero nuove indagini, allargandone il campo a tutto il Veneto. Non avrei mai sperato in tanta partecipazione e interesse, avvenuti con il totale entusiasmo da parte di tutti i partecipanti a questo progetto.
Vista poi la quantità di materiale prodotto dai singoli autori, in quest’anno di reclusioni casalinghe dovute alla pandemia ho pensato che ci si potesse avvicinare al concetto di “patronato ideologico”(2) mirando a uno sviluppo tangibile del materiale migliore postato sulla pagina e, vista la mancanza di due dei tre soggetti principali necessari ad indagini similari, cioè una committenza pubblica ed il soggetto mediatore, mi sembrava fosse una buona idea quella di sviluppare con tutte queste fotografie una rivista cartacea, non più indagine personale ma di ricerca di gruppo, autoprodotta ed autogestita.
Oggi qui, tutti assieme, prendiamo in mano il risultato finale di quell’idea iniziale, cercando di abbozzare quella “iconografia dell’incerto”(3) che nella sua multiforme estensione ed eterogeneità assume una rilevanza rispetto alla visione di ogni singolo autore. Una mappatura di ‘luoghi minori e non’, di una parte delle province venete (purtroppo non tutte) che in questa fase ‘pilota’ tenta di indagare non solo la poetica ma anche la malasorte degli spazi urbani e rurali, dove la destinazione ad una ‘lettura’ a posteriori potrebbe diventare utile per chi effettivamente può (e dovrebbe) darne una soluzione.
Mi auguro che possa esserci in futuro l’opportunità di continuare ad indagare e riflettere sulla nostra regione (definita così solo in termini ‘di territorio’ e di progetto, e senza nessuna visione campanilistica). Regione che, come molte altre, ‘inquietamente’ continua a sopravvivere sotto una sorta di ‘serena’ superficiale normalità.
E alla fine di tutto questo progetto (lo spero vivamente) potrebbe accadere che “saremo riusciti a capire quello che stavamo cercando solo dopo averlo trovato”.(4)
In conclusione, e osservando il risultato finale di questo numero “0” (per cui, ripeto, assolutamente ‘pilota’), mi rendo conto che un impianto fotografico cosi eterogeneo e diverso, per stili ed espressione, non debba assolutamente intendersi come definitivo o esaustivo, ma mi auguro sia prodromico a pubblicazioni successive con obiettivi specifici, e che diventi uno strumento utile a interpretare i luoghi che in questo piccolo spazio temporale ci sono stati dati (‘concessi’) da vivere, ricordando il pensiero che Luigi Ghirri fece a riguardo dell’ambiente, che già negli anni ’70/’80 mutava, ed era già “un disastro visivo colossale”, quindi, oggi, con il nostro esame fotografico, proveremo ad apportare a tutto ciò una ‘critica’ in maniera dialettica e non come facendone un ‘assunto’.(5)



Il magazine è acquistabile qui sulla piattaforma di Blurb


Note
(1) Dionisio Gavagnin, Fini & Confini - Dal Paesaggio al Territorio, dal catalogo dell’omonima mostra al MuPa;
(2) William Guerrieri, La fotografia come pratica culturale, p. 209, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(3) Malvina Borgherini, Sul mostrare, p. 57, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(4) Jo Nesbø, L’uomo di neve, cit. da Stefano Munarin in Territorio, urbanistica, fotografia: una piccola storia tra autobiografia e vicende collettive, da PhotoPaysage, ed. Quodlibet;
(5) Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, p. 54, ed. Quodlibet.

Identificazione di un paesaggio

Identificazione di un paesaggio
Venezia - Marghera
Fotografia e trasformazioni nella città contemporanea
Un ragionamento sull’importanza della “New Topography” nel territorio Veneto.






Paesaggio - Porzione di territorio considerata dal punto di vista prospettico o descrittivo, per lo più con un senso affettivo cui può più o meno associarsi anche un esigenza di ordine artistico ed estetico (1)


Un tema a cui mi sento particolarmente legato, fotograficamente, è quello della descrizione e della mutazione dei paesaggi contemporanei tramite quello stile che normalmente, tra gli addetti, è definito come “New Topography”.
Un tema ed un metodo importante sopratutto nel caso della nostra regione, il Veneto.
Nella descrizione lessicale del termine paesaggio, che ha trovato non poche difficoltà ad essere inclusa nei dizionari (se ne riconosce il termine alla fine del ‘700 nella lingua francese, poi, solo dopo molto tempo, a mano a mano ha preso corpo anche in altri idiomi) deve essere sottintesa anche la sua rappresentazione più ampia che è quella di “territorio”, per la quale invece, non ci sono dubbi, rappresenti un termine molto diffuso fin dall’antichità poiché legato alla definizione precisa di confini, possedimenti, proprietà.

In fotografia il paesaggio è un soggetto molto indagato. Proprio per questa sua peculiarità può assumere un aspetto molto soggettivo, in virtù del fatto che si adatta all’occhio di chi lo guarda.

Lo sapeva benissimo il rimpianto Paolo Costantini, curatore di mostre iconiche, rimaste nella mente di molti appassionati di fotografia. Egli aveva ben presente l’importanza del paesaggio veneto quando negli anni 2000 ideò, creò, organizzò, un esposizione che diventò una pietra miliare nella difficile e controversa indagine che è quella sul tessuto produttivo nel polo industriale di Marghera.

Egli riunì un gruppo di fotografi, che senza sorta di errore in merito, rappresentavano la crema della “New topography” mondiale.
Fotografi nei quali si riconoscevano le tensioni di un modo di intendere la fotografia che rifiutava di fare solo proposte formali od ornamentali (2) .
Fotografi del calibro di L. Baltz, F. Golke, J. Gossage. A. Hutte, S. Shore (solo per citarne alcuni) che potevano rappresentare al meglio l’inquietudine di una fotografia che rifletteva su di sé stessa, non trovandosi in pace con l’ambiente che esplora.
In questa esposizione, storica, di cui il catalogo (in foto) rappresenta una sorta di manuale esemplificativo di quella che possiamo dire una “fotografia di paesaggio” alla quale aggiungerei “moderno, contemporaneo ed industriale” è fonte di continuo ripensamento e confronto per me.
Uno dei molti scrigni dove contenere i saperi e sul quale confrontarsi quando si tratta di parlare del paesaggio Veneto, di cui Marghera con la sue industrie rappresenta uno spaccato molto importante.

Lo so che, normalmente, il rimando alla mostra di Rochester del 1975 “New Topographics: Photographs of a Man-altered Landscape” è un po’ il “Sacro Graal” di questo tipo di attenzione verso i cambiamenti del paesaggio contemporaneo (ricordando che a suo tempo, l’esposizione fu ampiamente ed aspramente criticata). Ma nonostante la sua iconicità, alla quale seguirà anche qui in Italia un altro progetto molto importante come quello di Luigi Ghirri “Viaggio in Italia”, la mostra “Identificazione di un paesaggio” è, a mio parere, importantissima poiché si rivolge a questa parte di territorio Veneto che abitualmente guardiamo con sufficienza e del quale viviamo quotidianamente le forme, non occupandoci più delle sue problematiche insite.

Infatti all’interno del catalogo, in un lungo saggio, Paolo Costantini ci rimanda a dei suoi ragionamenti relativi al lascito di quest’esposizione che, adesso, a 20 anni di distanza possiamo considerare anticipatori di “una frattura storica” (3) della fotografia con le problematiche del paesaggio moderno.

All’interno del catalogo troviamo le analisi fotografiche che Lewis Baltz, John Davies, Jean Louis Garnell, John Gossage, Frank Gohlke, Anthony Hernandez, Axel Hutte, Geoffrey James, Richard Pare, Toshio Shibata, Stephen Shore, fecero nel distretto industriale di Marghera.
Ognuno con il proprio occhio, ognuno alla ricerca del proprio paesaggio.
Indagini molto differenti tra di loro, che portano alla luce paesaggi soggettivi che di colpo diventano tematiche "in sospeso" assieme alle responsabilità irrisolte dei poteri economici e politici.
Ognuno di loro aveva assunto l’intento di portare alla luce l’inquietudine e le dissonanze di un distretto che già 20 anni fa' cedeva il passo al cambio dei tempi e lentamente moriva, lasciando dietro di sé, problematiche relative a bonifiche ed abbandoni, fatiscenze e degrado, necessità di riconversione.

Ecco che al centro del ragionamento, la fotografia, quella parte di fotografia che (ereditando il nome dalla mostra americana del ’75) definiamo come “New Topography”, ci aiuta e diventa “utile”. Utile a ricordare, utile ad analizzare, utile a produrre delle domande ed a trovare (se possibile, se ne esistono delle volontà) delle soluzioni, oppure diventare, se non si sono verificate le condizioni precedenti, almeno (o forse sopratutto) un “documento”.

Tutto questo enorme progetto di esame, sul quale mi ritrovo a ritornare periodicamente, non solo indica un metodo culturale, metaforico e sociale, necessario di una rilettura continua nel tempo, ma anche un parametro di base per i fotografi che affrontano il tema del paesaggio.
Ultima considerazione è quella sull’importanza del mezzo fotografico e della necessaria cultura che lo dovrebbe sostenere, permettendo cosi alla effimera definizione che di solito facciamo della “fotografia”, in generale collegata alle parola “emozione”, di essere sostituita ad un significato di “sostanza” e di “utilità” anche per chi in futuro si rivolgerà ad essa.
Fortunatamente, oggi, riusciamo ad identificare la bontà di quei presupposti e possiamo dire che la fotografia può essere un media che fornisce strumenti per capire le modificazioni dei territori e dei paesaggi, siano essi quelli “interiori” o quelli esterni, dunque appartenenti a tutti noi, in cui tutti dobbiamo sentirci direttamente corresponsabili della loro trasformazione sia in meglio che in peggio. Si potrebbe dire in conclusione che in questo approccio alla fotografia “l’estetica deve essere , in qualche modo, sottomessa alla dimensione morale” (cit. Vincenzo Castella) (4).



(1) Dionisio Gavagnin - Fini & Confini - Dal Paesaggio al Territorio, dal Catalogo dell’omonima mostra al MuPa di Torre d Mosto (VE)
(2) Identificazione di un paesaggio - Paolo Costantini p.12 - Ed. Silvana editoriale
(3) Identificazione di un paesaggio - Paolo Costantini p.14 - Ed. Silvana editoriale
(4) Roberta Valtorta - In cerca dei luoghi (non si trattava solo di paesaggio) - saggio della stessa in Luogo ed identità nella fotografia italiana contemporanea - p.76 - Ed. Einaudi




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Henri Cartier Bresson a Palazzo Grassi Venezia

Henri Cartier Bresson - Le Grand Jeu
Palazzo Grassi Venezia
Dal 11.07.20 al 20.03.21




Iniziata a luglio ed in programmazione fino a marzo, la mostra di Henri Cartier-Bresson rappresenta un vero tuffo nella storia della fotografia ed espone moltissime opere di questo caposcuola francese nato a Chanteloup-en-Brie (F) il 22 agosto del 1908.

La mostra installata a Palazzo Grassi a Venezia, rappresenta in maniera originale la famosa “Master Collection” del celebre fotografo. Cioè la sua personale selezione, fatta nel 1973, estrapolata dal lavoro di una vita e che vede esposte 385 stampe da lui definite la summa del suo lavoro. La stessa selezione è stata richiesta anche a cinque esperti famosi, creando così una diversa interpretazione del lavoro di questo grande fotografo. Quindi all’interno del percorso espositivo troveremo le sequenze prescelte, organizzate in editing differenti, da Francois Pinault, Annie Leibovitz, Javier Cercas, Wim Wenders, Sylvie Aubenas.

Henri Carier-Bresson, per chi non lo conoscesse, è uno dei fotografi più famosi al mondo e teorico di quello che viene definito “l’istante decisivo”. Negli anni ’30 girando il mondo, affina il suo sguardo che migra “tra stile, purezza geometrica e folgorazione surrealista”. Citando Platone diceva “Non entri nessuno che non conosca la geometria”. Infatti è uno dei primi fotografi a ricercare proporzioni e composizioni perfette ispirandosi ad Euclide ed ai principi delle proporzioni auree, che si compongono intuitivamente, senza sforzo, nel suo occhio.
Durante la guerra verrà catturato dai nazisti e rinchiuso a Ludwigsburg e solo al suo terzo tentativo di fuga riuscirà a ritornare in Francia. Nel 1947 in occasione di una sua retrospettiva al MoMA si creeranno le condizioni per fondare insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa Agenzia Fotografica Magnum. Inizierà innumerevoli viaggi in cui farà molteplici reportage che gli daranno fama mondiale. Le sue foto saranno sulle copertine di innumerevoli magazine.
Life, Der Stern, sono solo alcuni dei periodici di quel periodo che pubblicano i sui lavori, che indagano i movimenti socio-geopolitici nel mondo di quegli anni.
Dagli anni ’50 in poi, esprimerà la sua concezione della fotografia in quella frase che molti usano ripetere ancora oggi (come una definizione propria, ma che non lo è) che si riassume in :” Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore”.
Questo pensiero non assume, però, un significato di “unicità dello scatto”, anzi, quello di una ricerca continua che porta Henri Cartier-Bresson ad usare interi rullini per arrivare alla scelta di una sola foto che poi diventerà la sua prediletta.
Nella sua visione sarà imprescindibile usare una macchina fotografica Leica, prediligendo il bianco e nero, ma non disdegnando il colore.
Dagli anni 70 in poi, quando sarà acclamato a livello mondiale, il suo nome diventerà quasi un marchio di qualità, riassumendo le tre iniziali e diventando così HCB. Successivamente entrerà molto in disaccordo con “la fotografia” di quegli anni e lascerà l’Agenzia Magnum definendola una “ditta commerciale, con pretese estetiche”, creando contemporaneamente una sua Fondazione e morirà nella sua casa di Provenza nel 2004 a Cereste (F) all’età di 95 anni.

Tutti i riferimenti e le citazioni provengono da: “Henri Cartier-Bresson, lo sguardo del secolo” di Clément Chéroux.

Concomitantemente alla mostra di Henri Cartier-Bresson, segnalo l'interessante esposizione del fotografo egiziano Youssef Nabil, “Once Upon a Dream” che mette in risalto l'abilità dell’autore di ritrarre, di autoritrasi in maniera plastica e pittorica e di raccontare la società egiziana ed il mondo del cinema mediorientale.

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Isozero Lab - Fotografia a due tempi

date » 26-07-2020

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tags » Isozero, Efrem Raimondi, Silvana, Editoriale, Lab, Fotografia, Giovanni Cecchinato, Rimini, Venezia, Libro,

Isozero Lab - Fotografia a due tempi




Rientro da Rimini, è stato un we che mi ha regalato delle belle gioie.
Ci siamo ritrovati (quasi) tutti assieme.
E abbiamo visto, finalmente su carta, il libro che contiene tutti i nostri lavori.
E ci ha fatto felici, tutti.

Isozero Lab è stato un percorso in cui, prima di tutto, si è creato un gruppo con degli obiettivi precisi.
Un gruppo di persone che hanno avuto maniera di far crescere delle relazioni positive e produrre dei lavori degni di nota.
Un gruppo di persone che si è messo in gioco.
Un gruppo di persone che sotto un egida autorevole è riuscito a produrre un risultato fuori dal comune.
Un libro fotografico unico nel suo genere.
Che riunisce 28 sguardi diversi, unendoli in unica pubblicazione, con un minimo comune denominatore, lo stesso linguaggio.

Ecco perché è stato voluto anche da un “Editore” con la E maiuscola.
Perché è frutto di un gran lavoro di Efrem Raimondi con questi 28 sguardi, tra i quali mi ci annovero.
Torno a casa contento di aver rivisto degli amici, e avere in mano il risultato finale di quasi due anni di lavoro.
Un bellissimo percorso di formazione.
Altro che workshop.
Forse più un “Master”.

Ora un tassello si aggiunge. Per tutti noi.
Ma mi fa contento che anche Efrem ne gioisca e ne ne sia orgoglioso.


foto di Lubomira Bajcarova

Grazie ai compagni di viaggio,  Romina Zago, Nicola Petrara, Angelo Lucini, Mariangela Loffredo, Laura Albano, Lorena Ravelli, Nicole Marnati, Simone Luchetti, Gabriella Sartori, Donata Magnini, Carla Mondino, Alda Gazzoni, Tiziana Nanni, Elisa Biagi, Lubomira Bajcarova, Mauro Bastelli, Andrea Moretti, Maurizio Callegarin, Adolfo Massazza, Iara Di Stefano, Luca Tabarrini, Alessandro Inches, Luisa Raimondi, Nicola Tito, Paolo Nava, Sophie-Anne Herin, Esther Amrein autrice della foto di copertina.

PS. un grazie anche a Carla Mondino che con Efrem ha impaginato tutti questi lavori con maestria.

Qui trovate il libro presso il sito dell'editore

Oppure potete richiederlo direttamente a me qui

Qui l’articolo sul blog di Efrem Raimondi



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La Serena Inquietudine del Territorio - Il progetto, il gruppo

La Serena Inquietudine del Territorio

Un idea, una rivista, un intento utile nella fotografia.




Era il 2008 quando, riflettendo sulla continua trasformazione della mia città, Mestre, mi venne in mente questo ossimoro, quello relativo ad una "serena inquietudine” del vivibile. Una sorta di maschera, che pervade il luogo che abito. Luogo, che si vorrebbe essere fatto a misura d'uomo, abitabile, ergonomico, studiato a priori. Che risulta essere invece costruito per strati, a posteriori, con vari impedimenti e poco razionale. Ma che “si vive”, nel bene e nel male. Facendo buon viso a cattivo gioco.

Ovunque guardassi, lo stato "inquieto" del costruito e dei territori periferici e centrali era evidente, ma restava "placidamente e serenamente" visibile senza remore e intenti di miglioramento da parte di chi doveva preoccuparsene; fosse esso un soggetto pubblico o quanto meno privato.



Sheila Bernard - Torbe Masiere, Sospirolo (BL)



Quell'ossimoro divenne un'idea concreta nel 2016 quando decisi di creare una pagina sul social Facebook, che riunisse “fotografi autori” che, mi auguravo, interpretassero questa visione allargando il campo a tutto il Veneto. Non pensavo davvero, in tanta partecipazione e interesse, più di un centinaio di richieste pervenute per entrare nel gruppo.

La pagina Facebook “La Serena Inquietudine del Territorio” raggruppa alla data odierna 66 fotografi e non, di varie estrazioni, che contribuiscono in maniera continuativa alla creazione di uno zoccolo duro di immagini che ci permetteranno di corredare, assieme a dei testi, una futura rivista.



Arcangelo Piai - Conegliano (TV)


A fine anno, saremo in gruppo a raccontare il lavoro che si sta progettando in questi mesi, cercheremo di portare una riflessione sui nostri luoghi, della nostra regione che "inquietamente" continuano a sopravvivere sotto una sorta di "serena" superficiale normalità, all’interno di questa probabile rivista, auto-pubblicata, ma che sarà disponibile al pubblico.

La progettualità che accomuna tutti quanti noi spero che ci permetterà di esaminare, analiticamente in alcuni, emotivamente in altri, i luoghi che abitiamo e così questa “visione collettiva” (speriamo ancora) diventi uno strumento per tentare di evidenziare le zone d’ombra o i luoghi che ci fanno pensare, senza tendere alla spettacolarizzazione di qualcosa, ma invece semplicemente esporre, più fedelmente possibile, per essere di aiuto, per stimolare un miglioramento.

Mi auguro che questo "Nr. 0" sia il capostipite e che diventi uno strumento utile a “guardare con più interesse e partecipazione” i luoghi della regione che abitiamo e altresì ringrazio Alessandro Angeli che mi coadiuva in quest'avventura e tutti gli autori che mi accompagnano in maniera così partecipe.



Edoardo Cuzzolin - Monselice (PD)




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AAngeli_3.jpgGRado_3.jpgMMarotto_3.jpgSBonaldo_3.jpgFMorassutto_4.jpgMVedana.jpgTGarbasso_4.jpgCPiccoli_1.jpgGPagotto2.jpgGMeneghetti_4.jpgCChiapponi_3.jpgABarbini_1.jpgPPozzobon_01.jpgSBattaglia_01.jpgAAngeli_02.jpgTGarbasso_5.jpgSBattaglia_02.jpgCChiapponi_.jpgSPellizzer_2.jpgALovison.jpgFFinotto.jpgGABattistella.jpgSBanetta_3.jpg

IpoTetico Diario #09 - Liquido Confine III

date » 03-03-2020

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tags » Sile, Hasselblad, Laguna, Venezia, Caposile, fiume, albero, salso, dolce, acqua, ipotetico, diario,

Liquido Confine

Siamo affascinati dai confini, sopratutto quelli immateriali,
spesso li osserviamo,
con una sorta di lusinga nel voler varcarli.
Per dimostrare a noi stessi che possiamo farlo.
Come se fossimo gli unici a poterlo fare.
Come se non vi fossero mai complicazioni,
che tutto fosse permesso e non avesse conseguenze.
E ne uscissimo sempre vincitori, sedotti da un illusione.
Che alla fine, si rivela, una certa, sicura ed erronea, illusione.

Come se l’acqua dolce tracimasse nell’acqua salsa,
valicando il proprio confine,
fisico.
Ognuna delle due perderebbe qualcosa di suo.
Sarebbe persa la peculiarità.

Lo sapevano gli antichi veneziani che pensarono bene
di non far sfociare un fiume
d'acqua dolce,
dentro il sistema perfetto della laguna salata.
Crearono una barriera, un nuovo confine,
che non permettesse la coesistenza dell’acqua
dolce
con quella salsa.
Perché non era buona cosa.
Così come non può coesistere il bene con il male,
la virtù con la trasgressione,
la giustizia con l’ingiustizia,
la vita con la morte,
la purezza con la contaminazione,
la verità con la bugia.

L'unico confine in perenne fluttuazione,
indefinita
è quello del mare.

In una sorta di eterno conflitto per sommergere o respingere il bagnasciuga.
Un liquido confine in perenne mutamento.
Che prima o poi avrà un unico vincitore.

Come unico resta l’antico Tiresia,
sia mare che terra, sia uomo che donna,
l'unica eccezione senza bisogno di un confine,
testimone nel tempo per l'Olimpo.



Argine del fiume Sile sulla Laguna Nord di Venezia
dic 2019





Qui uno stralcio del progetto in corso




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La fotografia di cantiere

La fotografia di cantiere a Venezia
Una parte importante nella documentazione di un lavoro di edilizia.




La logica vuole che prima di un edificio ci stato qualcos’altro.
O il niente.
O un altro manufatto.
Sempre per logica, una costruzione finita, o una ristrutturazione, passano attraverso una fase spesso dimenticata e temporanea che è il cantiere.

Mi ha incuriosito una definizione di cantiere, trovata in un volume fotografico interessante:

“Siamo abituati, per distratta consuetudine, a considerare il cantiere edile come la necessaria preparazione per qualcos’altro, la fase transitoria verso lo stadio di completamento dell’opera, il periodo di caos necessario e preliminare rispetto alla realizzazione, come se l’edificio finito dovesse essere il risultato inevitabile e predeterminato dei passaggi precedenti. Ciò naturalmente non è del tutto vero.”

Il libro è “Cantiere d’autore” ed in queste parole, Pio Baldi, presidente della Fondazione MAXXI, centra il punto non solo nella costruzione del fantastico museo di Roma, opera dell’architetto Zaha Hadid, ma su tutti i mille piccoli cantieri che danno vita a qualcosa che poi verrà abitato.

In realtà come quella di Venezia, il “cantiere” è di vitale importanza.

In questa città che si sviluppa attorno al X e XI secolo che diventerà poi una delle maggiori potenze del Mediterraneo, la costruzione di edifici, palazzi, abitazioni, oltre che ad essere innovativa e peculiare, muta nel trascorrere del tempo, adeguandosi alle rinnovate necessità della città.
Bastano un paio di cose per capire i presupposti costruttivi temibili e difficili: le case non hanno le fondamenta (per come le conosciamo classicamente) e sono perennemente immerse nell’acqua.
Eppure, hanno resistito e continuano a farlo da centinaia d’anni. Combattendo il madido e la più temibile salinità capace di sgretolare i muri più forti. Nei secoli una sapienza edile si è tramandata e per operare in un contesto così fragile e delicato ci vuole anche una buona abilità ed una competenza enorme.

Da tempo seguo le operazioni di cantiere di una azienda che opera in questi termini e che crede fortemente nel valore della storia nella ristrutturazione di un edificio. Azienda che segue i dettami originali delle costruzioni veneziane e nel ristrutturarle li adeguano alle normative e ad i materiali di costruzione attuali.

Soprattutto oggi dove case in contesti d’effetto, all’interno di una delle città più visitate d’Italia, diventano di nuovo abitabili e usufruibili, sia temporaneamente che stabilmente con i dettami imposti dalla legge e con il rispetto per il preesistente.
Ma la stessa azienda crede anche fortemente nella documentazione di quell’atto transitorio e di metamorfosi che è il cantiere.
Poiché, e qui ritorna la logica iniziale è destinato ad essere inglobato nell’attuale.

Ecco, allora, che entra in gioco anche un altra variante che è quella della fotografia.
Ed il fotografo deve diventare un traduttore che permetta di interpretare il prima, il durante, il dopo.
Ecco l’importanza del “com’era”, del “come abbiamo operato”, il tutto tradotto da una attività fotografica che permetta di capirlo.



Un tetto incendiato viene smantellato e ricostruito. Visibili i segni della costruzione delle travi con attrezzi manuali che hanno dato forma alla trave stessa. La capriata si chiamava a “un monaco” che individuava i travi verticali che la componevano. Si vede chiaramente la “spiza” ed il “pecà” i punti di appoggio delle singole travi incavate nel legno. Nonostante il calore sopportato le travi fanno ancora i loro dovere.




A parte vengono tenuti tutti i “copi” originali che rivestivano il tetto.





Un altro esempio di creazione di un muro a “scorzoni” che serviva per costruire dei muri non portanti.



Il rifacimento di un appartamento che si affaccia su Santa Maria del Giglio






Un esempio di ristrutturazione prima/dopo di un appartamento vicino a San Marcuola.




Nel produrre i miei lavori fotografici di architettura e cantieristica, uso una macchina tecnica Arca Swiss Rm3di con uno Schneider 5,6/35 XL Apo-Digitar, che mi restituisce una visuale di 102° ed un cerchio d’immagine di 90mm, a f11. Il dorso digitale applicato è un PhaseOne IQ160. Per garantire una massima efficenza utilizzo Capture One 11 per il trattamento dei file RAW, garantendo così, alla mia clientela, una qualità sopra alla norma.




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Un piccolo resoconto sulla Fujifilm GSX 50R

FUJIFILM GSX 50R



Ciao,
visto che in alcuni di voi è sorta la curiosità in merito alle performances di questa macchina fotografica, sorella del modello GSX50S, vi posso indicare alcune mie piccole riflessioni in merito, esenti da giudizi di parte, dopo questi primi giorni di utilizzo di un modello datomi in test (FUJIFILM GFX 50R con obiettivo GF 23mm f4) ed in attesa della mia macchina ufficiale. Sicuramente sul web potrete trovare articoli tecnici e recensioni abbastanza accurate su questo modello.

Prima di tutto sgombero il campo dal concetto “medio formato” perché non possiamo realmente parlarne, se non per via di una iniziativa di marketing pubblicitario.
Da possessore di sistemi Phase One, lo dico con cognizione di causa.



Il sensore si trova in una fascia intermedia tra il “full frame” di molte ammiraglie blasonate ed il sistema delle due leader di mercato Hasselblad e Phase One.
Il che comunque, come sappiamo bene, fa buon gioco e se le “dimensioni contano” sopratutto quelle del fotodiodo che cattura la luce, ci accorgiamo della differenza sopratutto nei passaggi tonali.
E posso dire che confrontando con la mia Canon 5D Mark IV “full frame”, ne ho avuto la certezzal. In una sessione di lavoro effettivo, ho potuto notare, non tanto nella definizione o nella struttura dell'immagine, (che possiamo definire "quasi" alla pari tra le due, visto anche l'utilizzo del 24mm TS/E II nella Canon che è una lente eccezionale) tanto quanto la gestione del colore e la resa tonale più morbida ed omogenea, sicuramente più realistica; insisto e mi ripeto ... “una più morbida transizione nel passaggio toni".

La FUJIFILM 50R è dotata di un sensore CMOS da 51,4 MP e di un processore X-Processor Pro. Questo implica che se però noi usiamo delle schede poco performanti, viene vanificata tutta la velocità di elaborazione e di scatto. L'otturatore a tendina è stato sviluppato specificamente per questa fotocamera e assicura una velocità massima di 1/4000s (1/16000s con l'otturatore elettronico), una velocità di sincro flash di 1/125 sec o inferiore, alte prestazioni e una lunga durata, con una resistenza dell'otturatore fino a 150.000 scatti*, assicurando al contempo ridotte vibrazione e un funzionamento silenzioso. Questo è il primo modello del sistema GFX a supportare la tecnologia a basso consumo energetico Bluetooth®. Le immagini scattate possono essere trasferite in modo semplice e rapido a smartphone e tablet accoppiati con la fotocamera tramite l’app FUJIFILM Camera Remote, diventando veramente comodo.
Una delle cose interessanti è la misurazione TTL 256 zone, con modalità Multi / Spot / Media / Media pesata al centro
La compensazione dell’esposizione si muove da -5,0 EV a +5,0 EV a intervalli di 1/3 EV, meglio dei soliti 3 stop ed è presente una comoda funzione di intervallometro.
Il mirino OLED a colori 0,5" ca. e da 3,69 milioni di punti, dà una buona visibilità in merito, che però implica di avere sempre la macchina accesa con le ovvie richieste di energia.
Sono presenti 15 modalità di sviluppo JPG (PROVIA / Standard, Velvia / Vivid, ASTIA / Soft, CLASSIC CHROME, PRO Neg.Hi, PRO Neg.Std, Black& White, Black& White+Ye Filter, Black& White+R Filter, Black& White+GFilter, Sepia, ACROS, ACROS+Ye Filter, ACROS+R Filter, ACROS+G Filter) ma al sottoscritto che lavora sempre in Raw non può che interessare in minima parte.

Grande cosa è che la macchina è 160,7mm (largh.) x 96,5mm (alt.) x 66,4mm (prof.) in misure ma sopratutto è poco meno di 800 gr. di peso, il che fornisce una buona trasportabilità, senza grandi pesi ed ingombri. Basta una normale sacca a tracolla. Nella mia Greenland ci stava anche una datata ma stupenda Hasselblad SWC/M, giusto per dirvi.



Ora, un lato poco positivo è che la velocità di scatto non rappresenta una grande attrattiva, ma per chi come me veniva da Hasselblad sistema H, non è di certo una novità e ci si adegua immediatamente.
Alla fine la cosa importante è di sicuro come si vanno a trattare i dati Raw e con che software. Io uso Capture One nella vers. 11, come molti di voi già sapranno, ed i file Fuji sono gestibili in maniera molto dinamica e produttiva.

Qui vi allego un mio scatto di test, fatto sul Col Visentin sul Nevegal (BL) in pieno controluce e con abbondanti aree in ombra, il sole è in campo e lo si vede in alto a destra.






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Inaugurazione "Pastorale Veneziana" (pensando a P. Roth)


PASTORALE VENEZIANA (pensando a P. Roth)
Maggio 2018



“Capire bene la gente non è vivere. Vivere è capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male. Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.” Philip Roth 







Era circa fine maggio dell’anno scorso e mi trovavo ad effettuare un commissionato sulla Biennale di Architettura di Venezia. Solitamente quando affronto un lavoro così cerco di restare legato a solo quello che la committenza ha richiesto. Ma in maniera parallela, in quel frangente, mi scattò in testa una lettura connessa alla relazione tra le persone presenti ed il “Luogo Biennale”. Da poco se ne era andato Philip Roth, grande scrittore americano, di cui lessi “Pastorale Americana” e “Ho sposato un comunista”. Entrambi i libri ritraevano e definivano bene l’America degli anni '70/'90 e ne creavano una fotografia precisa della media borghesia (ebrea) di quegli anni, con tutte le sue contraddizioni. Forse solo per similitudine, contraddizioni più o meno esplicite, o semplice voglia di omaggio, ho collegato la mia lettura di questo evento e ne ho trovato un “pretesto” per accomunare progetti/opere e "persone presenti". Una specie di spaccato umano (senza troppa analisi ed un po’ “di pancia”) nei giorni di pre-apertura, dove gli invitati sono solo i media e gli addetti al settore, che rendono, con il loro “fruire o stazionare” nel “Luogo Biennale”, un momento sicuramente diverso rispetto a quello usuale.








INAUGURAZIONE VENERDI 31 ALLE ORE 18:00
PRESSO PHOTOMARKET VIA GIUSTIZIA 49/A
fianco Ristorante All'Amelia



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