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Les Rencontres d'Arles 2019

Les Rencontres d'Arles 2019
50^ anni di successi del festival di fotografia più conosciuto in Europa



Quando Lucien Clergue (morto nel 2014) invitò nel 1974 Ansel Adams a questa piccola manifestazione fotografica, non poteva prevedere il successo a catena che si sarebbe creato. Insieme a Michel Tournier (morto nel 2016) e Jean-Maurice Rouquette, che ci ha lasciato quest’anno, formarono un gruppo capace di convergere l’attenzione mondiale dell’attività fotografica verso questa piccola città camarguese famosa precedentemente solo per il soggiorno del pittore Vincent Van Gogh.

Questo cinquantenario segna un momento di riflessione, svolta ed innovazione in questa rassegna. Lo stuolo di curatori di altissimo livello e l’organizzazione competente al massimo nel campo fotografico ha voluto rompere dei cliché ed avviarsi verso una rassegna i cui i nomi conosciuti mondialmente fossero assenti, ma altrettanti artisti di talento indiscusso e sicuramente di riferimento per il domani fossero invece i protagonisti.

Quando ho guardato per la prima volta il programma, confesso di non aver riconosciuto nessuno degli autori che venivano presentati. Con un po di sospetto ho cominciato ad avviarmi presso le esposizioni nei posti principali di centro città.
Posso assicurarvi , che subito dopo, una specie di sottile euforia ha preso il sopravvento e la voglia di esplorare tutti i restanti spazi mi ha assalito.

Spiccano tra tutte le mostre di Evangelia Kranioti “The living, the dead and those at sea”, Philippe Chancel “Datazone”, Mohamed Bourissa “Free Trade”, Mario del Corto “Vegetal Umanity, as the garden unfurls”, Cristian Lutz “Eldorado” e l’installazione di The Anonymous Project “The House”.
Progetti nuovi, realmente collegati al presente, citativi, ma allo stesso tempo capaci di scatenare pensieri, dubbi sul futuro, sulla nostra esistenza attuale e sulle diverse modalità di intraprendere i nostri percorsi di vita.



Evangelia KRANIOTI, greca, filmmaker e fotografa, ha esplorato i bordi delle esistenze e dei destini individuali tra cargo, marinai e prostitute, nel carnevale di Rio de Janeiro, nel Libano, in Africa e per finire nella necropoli del Cairo, usando una fotografia staged di altissimo livello che evocava a tratti Philip Lorca di Corcia.




Philip CHANCEL, in un lavoro durato 15 anni, ha esplorato le aree più sensibili del mondo per studiare e documentare i sintomi più evidenti del nostro declino, e mostrandoci in maniera inequivocabile i segni del prossimo, possibile, disastro.




Se Chancel si muove definendo zone geografiche sensibili, Mohamed BOURISSA esplora in maniera multimediale il libero scambio di merci. Evidenziando i ricchi “compratori”, coloro che “producono merce” nelle parti povere del mondo, ed i “disoccupati”, esercito invisibile che emerge solo se si sta usando un applicazione sul proprio smartphone. La mostra è stata allestita, non a caso, all'interno del MONOPRIX, un supermercato alla periferia di Arles.






Spettacolare l’installazione del lavoro di ANONYMOUS PROJECT, che seguendo i dettami dell’era post-fotografica, recupera immagini di autori anonimi per ricreare ambienti e sensazioni della vita degli anni ’50 e ’60. Momenti in cui si pensava ad un futuro prospero e felice, non di certo distopico come quello che stiamo vivendo.



Se queste opere, perché non posso chiamarle differentemente, mi hanno affascinato e colpito, le restanti hanno comunque avviato processi di pensiero, confronto e curiosità. Il numero delle mostre è sicuramente elevato e la settimana a disposizione non ha potuto permettere di vedere tutto, ma solo la parte principale de “Les Rencontres”.

Assieme alle esposizioni principali, dopo la Stazione, nello spazio Ground Control, i premi “Louis Roeder per le gallerie emergenti” ci ha introdotto a 10 selezioni di altissimo livello con giovani e sconosciuti autori che hanno presentato progetti personali, sociali, di indagine di qualità davvero superiore. Fra tutti il lavoro di Shinji Nagabe “Banana Republic” e JJ Levine “Family”.

Una retrospettiva sui 50 anni passati del festival ha creato la giusta connessione con il presente, unica pecca che nello spazio della chiesa “des trinitaires” (ma non solo in quello) il caldo era insopportabile. Pochi condizionatori e qualche ventilatore in molti spazi hanno sacrificato le visite e nei giorni più caldi, reso la visione di alcune mostre veramente impegnativa.





Nello spazio Mistral dedicato agli editori, non di meno allestito in un piazzale assolato, la permanenza è stata impegnativa ma nonostante tutto, vista la presenza di amici, vecchi e nuovi ci siamo trattenuti li per un bel po', con piacere. Possiamo dire che siamo stati fortunati ad avere un chiosco che spillava birra fresca molto vicino. Ritengo che come servizio di emergenza avrebbe dovuto essere più diffuso, noi ne abbiamo usufruito parecchio. Sia mai, per questioni di prevenzione della salute personale.

Una applicazione da scaricare gratuitamente nel telefono ci teneva costantemente informati degli eventi, le call, le conferenze, e gli eventi serali nei vari spazi della città.
Alla fine le considerazioni finali al rientro sono state più che positive, assieme agli spazi che prevedevano un recupero di progetti fotografici del '900 come quello sulle invenzioni, a volte molto bislacche, questa nuova ventata di aria fresca (solo fotografica) ci ha rinfrancato e caricato.
Se non fosse che nell’hotel dove ho soggiornato, non andava il condizionatore per 4 notti su 5, tutto sarebbe stato da catalogare come ottimo.
Ma come si sà non tutto fila sempre liscio.
Mi accontento ben volentieri.


Qui troverete il sito ufficiale del festival



Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2019

La fotografia del territorio e Insta-Mestre





Ciao a tutti,
inizio oggi questa rubrica, che si occuperà di fotografia, non per quella che può essere una considerazione generale o di massa, ma visto che devo cercare di parlarne io, per quella che è la mia ventennale esperienza professionale e la mia continua e mai finita (mai finirà), curiosità culturale e passione per questo ambiente. Mi scuso in anticipo però, per la mia, forse non precisa, maniera di scrivere.

Comincerò questo primo articolo, parlando di un progetto a me caro, poiché riguarda la nostra città, Mestre.
Risulta anche abbastanza adeguato con il tema del gruppo “Mestre Mia”, visto che nel tempo ho avuto modo di sviluppare più di un progetto di analisi fotografica sul territorio urbano della città che assieme viviamo.

Parto parlandovi di un mio grandissimo interesse che nacque dalla visione delle fotografie di un grande maestro quale era Gabriele Basilico nel 2001, proprio su di Mestre, che mi stupì profondamente poiché mi consegnava una visione della nostra città molto precisa e analitica.
Quel lavoro ha evidenziato degli aspetti peculiari di Mestre nel 2001, magari più “banali” all’occhio del suo abitante, ma proprio perché “non giudicati importanti” di conseguenza ”non osservati” riemergevano prepotenti nelle foto di Gabriele Basilico e poichè “visti” reclamavano giustizia ed interesse.

Ecco che nel corso degli anni una maggiore consapevolezza visiva e tecnica, ed il ricordo di quell’esposizione, mi ha fatto approcciare e delineare un progetto che mi ha permesso di documentare la nostra città non solo per come la sento io ma per come può essere rilevante ma, penso, “utile” documentarla.



Però prima di parlare di ciò, vi inoltro su alcuni minimi dettagli storici che rappresentano l’origine di questo tipo di fotografia, chiamata “Fotografia di territorio” o come usano definirla oltreoceano “New Topographics - A man altered landscape” (il nome prende origine da una grande mostra a proposito della mutazione dei territori americani dal dopoguerra in poi, fatta negli anni ’70).
Infatti, se pensiamo allo sviluppo industriale del secolo scorso ed il suo successivo passaggio al post-industrale, pensiamo anche alle estreme conseguenze patite dal secolare processo della natura che diventava così schiavo di una progressiva artificializzazione del mondo e dei suoi paesaggi.
A differenza dei secoli passati il processo romantico (tipico del ‘700 e ’800) tra il “paesaggio costruito” ed il “paesaggio naturale”, è lentamente sparito lasciando lo scettro a dei mutamenti radicali nel segno del caos.

Necessitava e diventava vitale in quegli anni, documentarlo con il mezzo più immediato ed utile, la fotografia.

Ecco che allora, anche in Italia la “fotografia di territorio” che ben accetta dunque l’idea della “New Topographics”, ha cominciato ad occuparsi di descrivere le mutazioni dei paesaggi e le metamorfosi che hanno portato gli stessi ad evolversi da grandi spazi agresti a spazi urbanizzati.
Nasce e si aggrega in quel periodo un nucleo di capiscuola che hanno fatto della loro visione dei territori, un tratto distintivo in un crescente mare di immagini fotografiche.
Parlo di Luigi Ghirri, Arturo Quintavalle, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, William Guerrieri, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella, Francesco Radino, e molti, molti altri, magari poco conosciuti al grande pubblico, ma che diventeranno importantissimi ai giorni nostri per i lavori fotografici eseguiti in quegli anni.

Questi grandi “prelevatori di immagini” che si apponevano ai colleghi americani, (ricordo solo i miei prediletti quali Stephen Shore, Lewis Baltz ed Walker Evans senza però dimenticare la scuola europea di Dusseldorf con i coniugi Becher) hanno creato un Atlante di un’Italia in fase sia di espansione urbana che di modifica stravolgente dei suoi paesaggi.
Nel contempo hanno documentato tutti i risvolti positivi e negativi di questa metamorfosi, con linguaggi fotografici che spesso sfioravano la poesia, come nel caso di Luigi Ghirri.
Partendo dalla visione di Italia del dopoguerra in pieno sviluppo economico, per arrivare ai giorni nostri.
Ne parla molto Roberta Valtorta in un suo bellissimo libro che si chiama “Luogo ed Identità nella fotografia italiana contemporanea” per cui rimando gli interessati a questo volume di rara precisione, dedicato sicuramente ad un lettore competente.

Perché vi parlo di ciò? Perché quando parliamo di “fotografia di un territorio”, dobbiamo partire da dei presupposti ben precisi, che non sono il semplice fotografare qualcosa, ma il relazionarsi con il nostro “sguardo verso la città”, con il nostro luogo, e razionalizzare la nostra visione al fine di creare il nostro racconto dei posti, così come suggerito e concretizzato da tutta la fascia dei fotografi della “New Topographics” .
Cercando di capirne i tratti distintivi con attenzione e pazienza, e basandoci sulla “sua storia”.
Gabriele Basilico usava dire che bisognava avere uno “sguardo lento”, io aggiungo (ma non sono il solo) che bisogna avere uno “sguardo progettuale e acculturato”, inteso a raccontare non la parte “fenomenale” ma bensì la parte più “anonima” e “quotidiana” dei luoghi per raccontare al meglio la “medietà” del vivere moderno.
Non tramite il “guardare di più” ma il “guardare meglio”.
Non a caso le periferie e gli aggregati cementizi rappresentano al meglio le “città medie” dove abitiamo.
E dopo tutto, Mestre rappresenta l’archetipo della “città media” del tri-veneto.



Passati i tempi della “fotografia emozionale” o della “fotografia dell’attimo” (escluso il “reportage fotografico” nel senso più stretto del termine) , perchè oramai inflazionati e ridondanti nel bacino di deposito delle immagini che troviamo nel web, la “fotografia documentaria del territorio” rimane un importante tema nel descrivere i tempi ma sopratutto i luoghi dove l’umanità vive.
Rendendo così possibile una analisi dell’evoluzione abitativa e della necessità di aggregarsi comunemente accordata nel condividere spazi e luoghi.

Ora passo però ai miei diretti risultati.
Con questi presupposti nel 2011 mi sono approcciato a descrivere il mio territorio, la mia città, cercando prima di tutto di avere bene in testa un metodo ed una visione complessiva di tutto il lavoro che avrei fatto, e dopo quattro anni, nel 2015, sono riuscito a concretizzare “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Ma questo progetto ha subito ben tre ripensamenti nel corso di questo periodo e un esempio precedente ad Evolutio Visio (che ne è la concreta risultanza) è visionabile qui



“Insta-Mestre” voleva essere una seconda visione (dopo un primo progetto che non ha dato una sufficiente soddisfazione) , fatta usando Instagram, della Mestre che percorrevo e guardavo quotidianamente usando un mezzo sempre disponibile, quale il telefono, ma il risultato finale, per quanto interessante, era deficitario di un esame critico ed asettico del visibile.
Ero sicuramente inteso (o succube) ad una parte emotiva, e forse molto “low-fi”, il tutto dovuto al mezzo di ripresa.
Era inteso, ad esempio, ad un maggior dettaglio dei luoghi ripresi. Dettaglio che sarebbe poi sparito in “Evolutio Visio” per dare spazio ai volumi abitativi nel senso più ampio.
Inoltre il senso di “non -luogo” emergerà di più nella fase di “Evolutio Visio” che in “Insta-Mestre”.
Infatti nell’ultima fase la mancanza voluta dell’elemento umano rende ancora di più straniante ed “in attesa” le parti della città riprese, quasi ad indurre ad una voglia di “essere abitate” o ad una sensazione di “eterna attesa”.

La prossima volta ve ne parlerò meglio.
Spero di non avervi annoiato e, scusatemi se non sono stato sufficientemente chiaro, i vostri commenti in merito saranno graditi.




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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

Il ricordo e l'ora magica

28-03-2017 19:45

tags: poesia, bologna, ricordo, deus,

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Una musica riaffiora il ricordo,
mentre guardavamo il mondo ed i nostri disaccordi.

Era l’ora magica,
e guidavo,
senza riuscire a staccare la mia mano dalla tua.

La luna ci guardava abbracciati
e convulsi
in quella stanza,
sopra i tetti di Bologna,
fatta di vetri
senza tende,
senza nessun ritegno,
ne pudore,
un letto perennemente sfatto,
valigie sempre pronte
a fuggire,
per chi sa quale direzione
e quale motivo.

Erano incontri
come di suoni di violini elettrici
urlanti,
baci che aspiravano l’anima,
eterni cristalli
di umida
e profumata saliva,
fatti per svelare la pace
di cuori
in un tumulto d’amore perenne.

Petali di fiori di pesco,
soffiati da una brezza di primavera,
tiepida e profumata,
come i tuoi capelli
mentre passavamo
ed il mio pensiero era acceso
come mille fonderie di acciaio,
che turbinano e fagocitano e vomitano
fuoco e metalli.

Ma ogni ora magica
finisce,
e lascia solo una crepa
in un cuore
che diventa solido
senza più battiti,
ma creato nel marmo più bianco
e candido
con scolpito
sopra
un sorriso.

Sentivo,
che erano due vite
pronte ad esplodere,
mentre filavano come razzi verso l’infinito
dello spazio siderale
nel freddo più profondo.

Due ballerini separati
tenuti assieme
solo dal magnetismo indotto
del loro desiderio assetato.

E ti dicevo
che averti
era come un mangiare,
alla tavola degli Dei.

Ma quello che è restato,
dopo
è un misero fast food
di periferia
pieno di vita sudaticcia
melodorante e
persone sgradevoli
e grassoccie
e superficiali
e hamburger scaduti.

Come potrei nutrirmi allora?
ancora
se non ho la tua anima
accanto alla mia,
se
non vedo i tuoi occhi.

Il disastro ideale,
che ci ha accompagnato
sempre,
ma si teneva
a debita distanza,
pronto al suo
colpo di scena
più letale.

Anni vissuti in un sogno di fuoco,
hanno partorito,
una vita da vivere
in un quotidiano
e abitudinario
e rassicurante
gelo.

Resta una canzone e
il ricordo della tua pelle
sotto le mie dita,
il tuo profumo,
le tue morbide gambe,
mentre le parole d’amore sono sepolte,
e gli orgogli bugiardi di entrambi
spediti
veri colpevoli
sulla sedia elettrica dell’inutilità.



Lo Sguardo e l' Ombelico 25 marzo 2017 Massimo Siragusa


Lo Sguardo e l'Ombelico - 25 marzo 2017

Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Massimo Siragusa






“State of the art” si direbbe in inglese, “lo stato dell’arte della fotografia di territorio” invece mi ha suggerito un collega fotografo, architetto, nonché autore (vista la presenza dei suoi lavori fotografici alla Biennale di Architettura di Venezia del 2014).
Così mi ha salutato ed è esordito, alla fine dell’incontro con Massimo Siragusa, tenuto ieri al Centro Culturale Candiani, mi è parso più che giusto e ho condiviso il complimento.




Un grande autore, che un nutrito gruppo di amici fotografi stava aspettando con impazienza, poiché tutti interessati alla fotografia di territorio, di architettura, di interni.
Una mole di lavoro imponente che Massimo Siragusa ci ha raggruppato in due sequenze eloquenti, una sul lavoro “Teatro d’Italia” diventato un libro nel 2012 edito da Contrasto, l’altra su “Lo Spazio Condiviso” lavoro di indagine sui circoli d’Italia, che riflette le mille anime e i mille caratteri di questi spazi di aggregazione.
Una fotografia lenta e ragionata, molto precisa e basata su inquadrature rigorose e ferree, che tradiscono la passione per la scuola di Dusseldorf e la reinterpretano in una chiave prettamente mediterranea.

Esperienza e piccoli aneddoti, in un paio di ore volate così ad ammirare una fotografia delicata e precisa che può invece mutare con progetti nuovi e più aggressivi come quello sulle periferie di Roma.
Massimo Siragusa ci ha lasciato sicuramente dei germogli che non mancheranno di fiorire, tenendo conto di alcune regole ben precise nella fotografia, (che ci hanno anche consegnato gli autori precedenti), studio, impegno, rigore di applicazione e progetto … perché la fotografia è una cosa importante.






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Women : Annie Leibovitz (Milano)

Women : Annie Leibovitz (Milano)
Fabbrica Orobia 15 Milano
9 settembre - 2ottobre


Milano 20 settembre 2016
Annie Leibovitz documenta il nostro tempo da quasi mezzo secolo. Nel 1970 le sue fotografie cominciarono ad apparire su Rolling Stone, che a quei tempi era una rivista giovane ed emergente di politica e cultura popolare. Da li in poi ritrae molti personaggi pubblici conquistando fama e notorietà per il suo stile pulito ed essenziale. I richiami ai grandi maestri reinterpretati con la sua visione acutizza le sue fotografie rendendole delle vere icone, come la sua foto di John Lennon nudo sopra ad Yoko Ono, scattate poche ore prima che gli sparassero. il suo progetto "Women" iniziato con Susan Sontag è in esposizione a Fabbrica Orobia a Milano. Uno spazio inusuale come la mostra stessa che mira ad essere un punto di incontro e di riflessione più che un esposizione convenzionale. Grandi "led wall" con tutte le sue più importanti fotografie del progetto ed un muro con appuntate a spilli alcune foto che vengono descritte con cura ed attenzione in un opuscolo fornito gratuitamente. Una mostra che riserva anche la sorpresa di essere gratuita in una location davvero affascinante, dove i visitatori possono anche dedicare del tempo alla visione di molti libri di fotografia di tutto rispetto.

Qui il link di Fabbrica Orobia

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Les Rencontres de la photographie, Arles

07-09-2016 22:03

tags: Arles, Rencontres, Fotografia, Mostre, Incontri, Storie,

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47ˆ Edizione - Settimana di apertura dal 4 al 10 luglio 2016
Dopo circa 8 ore di guida, arrivo ad Arles, una cittadina appena al di sopra di Marsiglia, posizionata a Nord solo a pochi chilometri dalla foce del Rodano. Arles è il più grande comune della Francia, con un territorio superiore a quello di Parigi. I monumenti più importanti, però, sono a pochi passi l'uno dell'altro, nel centro storico di questa bella cittadina che vivacchia placida sulle sponde del Rodano. Ha un passato glorioso, di cui conserva l'Arena e il Teatro Romano, a cui bisogna aggiungere il portale e il chiostro della Chiesa di St. Trophime, tutti entrati a far parte del Patrimonio mondiale dell'Umanità tutelato dall'Unesco. Arles è punto di passaggio obbligato durante una visita in Provenza, soprattutto per chi vuole visitare la Camargue.

Quando arrivo il cielo è terso e spira sempre una brezza da nordovest che rinfresca la calura e la rende secca. Così, tramite il presidente del Fotoclub Padova, al quale mi sono aggregato, in maniera metodica ed organizzata mi sono preparato a questa mia prima visita a "Les Rencontres de la Photographie".

Qui vi metterò alcuni scatti ed alcune considerazioni



Già la prima mostra mi colpisce ed affascina, "La perfetta imperfezione", (una collettiva ... parliamone ... uno degli artisti è Joan Fontcuberta) un esempio a dir poco lampante sul concetto di fotografia d'arte. Spesso se ne discute in maniera anche fin troppo ampia. Ma il succo rimane che la fotografia artistica è il mezzo con cui un artista contemporaneo si esprime, cioè la fotografia diventa un mezzo, non l'origine, non viene da un "fotografo" e prioritariamente campeggia il concetto o ancor di più il progetto di comunicazione ed il suo relativo linguaggio. Per cui se vedi foto come queste e ti viene il classico "ma che che foto sono?" "non capisco.. ma che c...o di foto!", ecco, ... passa oltre che và bene ...



Don Mc Cullin, non ha bisogno di presentazioni, una bellissima antologia dei suoi più famosi lavori in una delle location centrali. Mostra bellissima, dove peraltro si ha l'occasione di vedere com'era Palmira, prima di venire distrutta dai talebani. Dai suoi primi lavori alle ultime riflessioni sui paesaggi. Qui un accostamento a Salgado viene ovvio, anche lui distrutto interiormente dalle visioni delle guerre torna a sublimare la bellezza della terra ... per cucire e guarire le sue cicatrici dell'anima ... come il fotografo brasiliano ... però con meno ... meno pubblicità.



Ad Arles ogni muro è buono per diventare una piccola esposizione, rimandi, appuntamenti, feste, vernici, di tutto... tanti giovani artisti non selezionati appendono le loro foto sui muri.. una maniera a basso budget per far vedere i propri lavori.



Uno dei punti di ritrovo principali della cittadina è la piazza Du Forum, dove tutti i ristorantini in queste settimane lavorano senza sosta. Un punto dove ti puoi ritrovare a mangiare a fianco di qualche celebrità del mondo fotografico che mangia la tua stessa paella. Lì si danno appuntamento tutti e nel caos generale la vita della cittadina diventa una specie di movida fotografica.



Oltre alle esposizioni ufficiali, un centinaio di altre location vengono adibite ad esposizioni. Così ti può capitare di entrare in un garage fino a poco tempo prima abbandonato, che invece ospita i giovani emergenti della fotografia europea. (sic! .... e che foto!)



Interessante lo Yakusima Photography Festival che porta i suoi migliori lavori ad Arles. In uno bello spazio le fotografie giapponesi emergono in tutto il loro minimalismo, e con la solita armonia insita dei loro paesaggi. Sperimentazione di alcuni, documentazione di altri. Anche le modalità di esporre diventano gioco visivo.





In una cittadina che mi ha sorpreso, per la mitezza del clima, e l'aspetto, un po fatiscente degli edifici, non poteva mancare un aspetto turistico che però, pare appassioni tantissimo i camarguesi. La "Course Camarguaise", una sorta di scontro con il toro, che (per fortuna) non viene ucciso ma solo affrontato da un gruppo di corridori che devono sfilare una marca dalle corna dell'animale, di corsa ... tenendo conto che l'animale spesso rincorre ferocemente chi gli si avvicina. E le incornate sono frequenti .... (... non rompete le balle al cavaliere nero!!)





Qualche aspetto serale degli incontri che si protraggono fino a tarda sera.



Les Ateliers, uno spazio enorme dove gran parte delle esposizioni si concentra. Un vecchia zona industriale riconvertita, bellissima, dove a fianco la grande archistar Frank Gehry, sta realizzando una zona di esposizione veramente futuristica.



La lettura dei portfoli avviene in varie parti della città. Centinaia di giovani si avvicendano per sottoporre ai "guru" i loro lavori. Ad ognuno sono concessi 20min, qualche settimana prima dell'apertura della manifestazione tutti i lettori erano "sold out" ... ma quanta fotografi ci sono?



Il Maestro Ferdinando Scianna ad Arles per una sua esposizione in una delle gallerie del centro.



A pochi chilometri da Arles, il mediterraneo lambisce Les Saintes Maries de la Mer ... un piccolo ma carinissimo paese, vale la pena trascorrere qualche ora.





Una delle mostre che più mi hanno colpito, quella di Eamonn Doyle "END". Grandi fotografie di gente e posti di Dublino, portano a ragionare su degli elementi di decadenza del genere umano. Un europa anziana, spenta, preoccupata, la parte giovane senza futuro, schiavizzata dai mass media. Un lavoro enorme e grandioso, in termini fisici proprio. Alcune foto erano grandi come i muri che circondavano lo spazio espositivo. Coinvolgente.

Esponevano inoltre, Michael Ackerman, Andres Serrano, Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, William Klein, Yann Gross, Bernard Plossu, Sid Grossman, Ethan Levitas / Garry Winogrand e tantissimi altri. Le mostre rimarranno aperte fino al 25 settembre 2016. Qui il sito ufficiale. Les Rencontres

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Le domande del bianco e nero. Parte uno

08-09-2016 04:05

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Le domande del bianco e nero, ovvero del "meglio avere dubbi che avere solo certezze"
Piccolo vademecum ai quesiti del fotografo proto-cosciente.
Critica un sapiente e lo renderai ancor più sapiente. Critica uno stolto e ti farai un nemico.

Parte Uno - Prima dello scatto

Da tempo mi vengono chieste delucidazioni su alcuni argomenti riguardanti la fotografia in generale. Sia chiaro, non mi considero un maestro, ma dopo svariati anni di professione, qualcosa sulla fotografia lo ho capito.

Ho capito che bisogna sempre farsi delle domande …

Si … perché mi accorgo che ce n’è sempre da imparare … non è mai finita …

Infatti come recita un vecchio detto veneto che mio nonno citava sempre: “Il saggio non sà nulla, l’intelligente ha molti dubbi, el mona sa sempre tutto”

ecco…

anche nella fotografia coloro che sanno tutto … con delle esclusioni …. fanno parte dell’ultima categoria.

(dico esclusioni, perché esiste comunque una schiera di persone, professionisti, docenti, giornalisti, critici, esperti, che di fotografia ci vivono quotidianamente, con competenza, che non oserei mai introdurre nell''ultima categoria).

Per cui, nella fotografia in bianco e nero, (ma anche in quella a colori) alcuni dubbi debbono sorgere, in più fasi dell’operatività.

Reputo giusta una considerazione fatta in un articolo di Settimio Benedusi, nel quale lui diceva che una foto in bianco e nero è l’ultima spiaggia di una fotografia brutta.

Quando una foto è venuta male a colori, spesso si tenta la magia del bianco e nero, perché nel mostrarla a qualcuno … “ah! adoro il bianco e nero!” … ecco … si aspetta solo questo .. per quando insulso ne sia il contenuto…

Ora, penso di poter fare delle mie considerazioni su questa tecnica e ... porre delle domande che sono le stesse che io mi pongo quando scatto.

Tra un po .. ve le illustro… sperando che servano almeno per arrivare alla considerazione che tecnicamente, quella che abbiamo prodotto sia una buona foto in bianco e nero.

Augusto Pieroni diceva nel suo saggio “Leggere la fotografia” che una fotografia deve avere prima di se … Contesto Forme e Contenuti … ma deve avere sviluppato prima, una fase di ideazione, di reperimento, di scatto, di sviluppo e di esposizione….

Quindi cominceremo con le domande che riguardano l''ideazione ed il reperimento.

Che poi … piccolo ragionamento … alcune di queste domande vanno bene sempre … in qualsiasi fotografia che scattiamo …

Dictat - Per fare una foto in bianco e nero, la penso prima in bianco e nero.

… e mi domando ….

- Questo contesto che voglio fotografare è migliore se reso a colori o B&N? Può andare in tutti e due i casi?
- Sono sicuro che in B&N verrà qualcosa di significativo?
- A che cosa devo dare rilevanza ? Qual’è il soggetto? Ha un senso in B&N?
- Ci stò mettendo qualcosa di mio? O stò solo fotografando alla “cazzicanista” … pardon! … compulsivamente?
- A qualcuno interessa quello che stò vedendo? e di conseguenza quello che voglio fotografare?
- Racconta qualcosa?
- E’ solo un introspezione mia o voglio che “gli altri” la guardino? Perciò … sto cercando di esprimere qualcosa di comprensibile agli altri? meglio ancora il mio linguaggio è comprensibile?
- Sto citando qualche autore del passato? Se si ... lo faccio bene? Ci sto mettendo anche del mio?
- Sto evitando cose ed oggetti o porzioni di inquadratura che disturbano l’immagine?
- Gli angoli? I margini? Come verranno?
- Sto cercando di ridurre al minimo le cose da includere nella composizione?
- Fà parte di un mio progetto? Ho cercato di metterci la mia visione in maniera da rendere omogenea una futura visione?
- La stò percependo in B&N?!!? (me lo devo ripetere bene..)
- Saprò trattare tutte le tonalità che vedo ora a colori?

e qui mi fermo … o se volete aggiungetene voi ...

Sia chiaro … non è che devo ingaggiare un burocrate che mi confermi tutto prima di andare a fare uno scatto … ma … a mano a mano che mi pongo tutte le questioni (e c’è spazio per mille altre ...) fin dalle prime volte si scremeranno tutte le situazioni che risultano banali e non fotografabili, o inutili … fino a quando le domande principali saranno e resteranno le sole a confermarci che stiamo cercando di fare un discorso personale … e che non stiamo fotografando compulsivamente ……

E le domande principali stà a voi capirle…

Le prossime domande saranno quelle da farsi al momento dello scatto, pertanto un po più tecniche, le ultime quando andremmo a post-produrre ed a stampare... perchè le foto vanno stampate ... lo sapevate?

:-D

A tutti quelli che fin qui mi hanno letto ... Ciao! alla prossima ...

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Evolutio Visio Piacenza Galleria Biffi Arte


Sulle orme di Gabriele Basilico
Piacenza
Galleria Biffi Arte, Via Chiapponi 39
Dal 6 di febbraio 2016 al 6 di marzo 2016

Foto di Giovanni Cecchinato

E’ partito il terzo step espositivo di “Evolutio Visio” a Piacenza. Ultima tappa designata dell’esposizione. Una serata importante dove confrontarsi con le impressioni degli abitanti di Piacenza e le sensazioni che ne derivano da questo progetto su Mestre. Ha suscitato interesse e colpito come la mostra si sia adattata allo spazio espositivo dopo essere stata esposta anche al Centro Culturale Candiani e all’Università IUAV di Venezia. Artista ospitato in concomitanza, Marco Ramasso con le tele del suo progetto Presenze.
La mostra resterà aperta fino al 6 di marzo 2016.

Qui la pagina Facebook e qui il sito web della galleria Biffi Arte.

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Fotografia Architettura, “Flash Urbani” uno scritto di Gianfranco Vecchiato


“Flash Urbani” uno scritto di Gianfranco Vecchiato su Evolutio Visio la mostra fotografica di Giovanni Cecchinato

La prima immagine fotografica fissata su lastra fu quella di una Architettura. Anno 1826, autore Joseph Niépce. Una incisione su lastra di peltro utilizzando “bitume di Giudea” su cui si fissò un paesaggio che Niépce vedeva dalla sua terrazza. Qualche anno prima (1810) Johann Wolfgang von Goethe pubblicò le sue ricerche sulla Teoria dei colori, e questo mescolarsi culturale fra studi di Letteratura e Scienza, fecero dire a Goethe che quest’ultima proveniva dalla Poesia. Una simbiosi che plasmò il carattere anche di una nuova forma d’Arte, quella fotografica che per il compositore Arrigo Boito “ nacque da un raggio di luce e da un veleno” . Boito colse nelle fotografie gli elementi estremi della vita e della morte, fissati dal tempo che li delimita e che si aprono allo stupore verso un’altra dimensione. L’istante che veniva fermato dall’immagine non sarebbe stato mai più lo stesso. Da allora la tecnica e la scienza sono progredite in ogni campo ma lo scatto fotografico è determinato dalla decisione di ogni autore di estrarre un immagine da uno specifico contesto con il proprio apporto di differenza espressiva, cromatica, emotiva, sensoriale. Tutti elementi importanti anche nella moderna psicanalisi come mezzo di indagine e di confronto. Ogni luogo rivela sempre, ad una attenta indagine, pregi e virtù, limiti culturali, sfruttamenti economici, disequilibri e qualità. Ed è così che nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, un edificio si conquista il suo spazio vitale e che entra nel sistema di relazioni urbane ed ambientali. “Parla” della nostra presenza con modi che si possono leggere da una fotografia. Si può fare una diagnosi, senza la confusione dell’insieme di cui fanno parte, così come guardando una persona se ne può intuire la sofferenza o la gioia.

Il fotografo Giovanni Cecchinato , Autore dei fotogrammi che hanno come soggetto identitario Mestre, ha realizzato in passato un cortometraggio, “Quieto Mare” insieme ad un libro “L’Equazione Possibile” per l’AVAPO, una Associazione di volontariato che si occupa dell’assistenza ai pazienti oncologici nel territorio mestrino.

Questa esperienza lo ha posto davanti alla “nudità” dei sentimenti essenziali. Da cui ne deriva una sorta di scelta anche nel fissare immagini di architetture e paesaggi urbani di Mestre, privi di persone. Il tutto pone degli interrogativi, portando i soggetti materiali ad interrogarsi continuamente “sull’immateriale”. James Hillman (1926/2011), psicanalista junghiano e filosofo americano che dedicò molti studi ai rapporti fra l’Uomo e l’Ambiente, nel saggio “Politica della Bellezza” osservò come molti traumi emotivi fossero dovuti alla incapacità di trasformare le realtà che attraversiamo. Il nostro pensiero sociale sul futuro e la capacità di conservare con le forme il nostro passato, trasformano continuamente in “visioni evolutive” un processo sul quale si manifestano traumi complessi per la cui terapia, Hillman, suggeriva di generare forme d’Arte. “Ciò che appare perduto per le Arti, è proprio quello di cui lo psicologo si occupa: l’Anima.”

Se nella Pittura Metafisica di Giorgio De Chirico l’assenza dell’Uomo si traduce in un archetipo geometrico, nei nostri spazi urbani, il vuoto tormenta un ottundimento psichico tra le relazioni personali. L’elemento estetico come fattore di creatività richiede sempre forme di azione politica. Nell’estetica si trova la parte inconscia della nostra cultura dove il concetto di “bellezza” è entrato in crisi quando è stato ignorato, omesso o considerato secondario rispetto al suo valore economico di mercato. Queste fotografie mostrano una parte della evoluzione edilizia di Mestre; sono frammenti singoli di un racconto complesso e tormentato, per diversi aspetti mai interamente rivelato. Gli abitanti sono dentro o fuori le mura edilizie con le espressioni dell’Anima cercate nei colori, sulle strade e nei giardini, nelle case e tra le ville, che furono. Prima di tutto quello che si vede c’era una diversa identità scomparsa con le demolizioni. Nuove fissità rimandano ad un tempo oggi rigenerato e sostituito, in un processo che non si è ancora fermato, dopo aver arato il campo urbano sottraendogli gran parte delle sue radici . Queste fotografie se paiono rivelare ed accentuare una sensazione di “solitudine”, fanno anche emergere identità tutt’altro che banali. Quando il campo visivo si allarga, il vestito di “modernità” edilizia rivela le sue fragilità, tra edifici incompiuti, altri che paiono “spuri” fra loro. Pensati singolarmente, interrogano una immagine sociale a volte incomprensibile. E dunque quale città rappresentano? Nel vederle si è rafforzata in me la convinzione che il primato della pianificazione urbana prevalga su quello della singola architettura. Tuttavia non sempre è così. Ci sono edifici che raccontano e indicano una Comunità che fatica a ritrovarsi nel suo centro, spaesata dai Centri Commerciali, attraversata da forme di insicurezza sociale, da progetti di riqualificazione rimasti incompiuti, pensati per generare racconti e naviganti su sparsi brani edilizi. Quelle Fotografie in bianco e nero che conservano il fascino aspro della Storia, senza la distrazione del colore, paiono rimandare alle cartoline d’epoca. Ecco gli anni ’60 con lo spingersi in altezza di edifici da via Poerio a piazza Barche, a Corso del Popolo, con il fragile certificato di “modernità” della Mestre industriale, con il caotico costruire decine di migliaia di nuovi alloggi, nuove scuole e una vivace presenza giovanile fatta di una crescente vitalità che la pone ai vertici in Italia. Il giudizio severo su ciò che si generò si interroga sul cosa avvenne senza che la Soprintendenza sollevasse alcun problema. Si entra quindi nella dimensione che lega il passato recente al presente: l’edificio a lato del Palazzo S.Lorenzo sorto nel 1961 il cui progettista fu l’Ingegner Ivanissevich; a lato della Rampa Cavalcavia c’è un’opera del 1956, con le terrazze a punta, evocazioni organiche alla F.L.Wright, dell’architetto E.Venturini. Il discusso edificio dell’architetto e pittore Urbani De Gheltoff in via G.Felisati, che si ispirava a forme plastiche con pareti che in origine erano colorate in blu, rosso e giallo. Il “Palazzo delle Generali” , per molti anni il più alto di Mestre, costruito alla fine degli anni ’60 in Corso del Popolo dall’architetto A.Scattolin. Una arteria pensata come poche, fin dagli anni ’30 come un asse moderno e con un coerente equilibrio formale lungo i suoi lati con portici e altezze uniformi. Ma il retro di quell’edilizia, che quasi mai arriva al valore di “architettura” , era casuale perché si studiava l’ornato solo sulla facciata principale. Da una operazione complessa di riqualificazione urbana ed edilizia, una parte di quel retro è stato mascherato da nuove architetture che si affacciano sul piazzale della Madonna Pellegrina, nel quartiere di Altobello. Una fotografia riprende l’edificio residenziale sorto nel 2012 progettato dall’architetto Carlo Magnani. C’è una casa restaurata, che racconta un tempo in cui era parte di un complesso industriale, quello delle Fornaci da Re ad Altobello. Fu salvata negli anni ’80 dalla demolizione per progetti di edilizia popolare e con ciò arrestando quella cultura che aveva distrutto tante memorie urbane. E’ il simbolo di una svolta culturale, ora restaurata e inserita nella rigenerazione urbana di quell’area. Su un’altro asse stradale che da periferico è divenuto essenziale, via Torino, parallelo alla ferrovia ed al Canal Salso, è in atto una grande trasformazione positiva. La strada si apre con un intervento recente che ha sostituito l’ex sede degli autobus Actv con un progetto misto commerciale, residenziale e direzionale su cui sorge un edificio dal forte carattere simbolico. Più avanti si sviluppa una sede universitaria, con alcuni edifici progettati dagli architetti Giampaolo e Giovanna Mar, che prospettano sull’edificio della Cassa di Risparmio del 1988 fatta dallo studio degli Architetti Bernasconi di Milano. Ci sono l’Hotel Laguna Palace e l’Edificio delle Poste, si innesta viale Ancona, altro asse di scorrimento, su cui si affacciano gli uffici pubblici comunali. Sul Cavalcavia l’edificio denominato Vempa non esiste più perché è in corso la costruzione di un Ostello. Anch’esso è entrato a far parte del passato. In via Giuseppe Verdi c’è un altro edificio singolare, le cui forme circolari e il vano scale inclinato portano la firma dello Studio degli architetti Giovanni Trevisan e Plinio Danieli. Poi si riconoscono un tratto di Riviera Magellano, la Galleria Barcella progettata dell’architetto Antonio Fornasiero, il “provvisorio” mercato stabile di via Fapanni, il ponte pedonale e ciclabile sospeso che collega al Parco di San Giuliano. Dai Grandi Magazzini “Le Barche” si vedono degli edifici residue testimonianze di una città che si raccoglieva tra il suo Castello, Piazza Ferretto e Piazza Barche in un mercato di scambi con Venezia attraverso il Canal Salso ed il Teatro Balbi, demolito negli anni dell’Ottocento in cui Goethe scrisse le sue teorie e si inventava la fotografia. Se è stata una città orfana Mestre, di cui Luigi Brunello descrisse i traumi nel libro “Gli anni del saccheggio”, è anche una città nuova. Una gran parte del suo territorio costruito ha meno di 50 anni. La vita ed il tempo continuano a seminare ed a costruire proposte, pensieri, confronti, in un caleidoscopio che è parte della vita quotidiana. Quando Charles Dickens visitò l’Italia a metà Ottocento descrisse da cronista luoghi che erano pieni di grandi contrasti. Edifici maestosi, simbolo e retaggio di un glorioso passato erano mescolati accanto ad una diffusa desolazione urbana. Tra questi antichi monumenti e quelle strade Egli annotò che scorreva una vita quotidiana decadente e però attiva e vivace. Nel tratteggiare i costumi popolari, le feste, le tradizioni e l’esuberanza di “uno spettacolo caotico simile ad una “lanterna magica”, Dickens ne rimase incuriosito ed affascinato . Quella energia popolare presente nella storia in formazione e sui territori è la parte del capitolo nascosto che Giovanni Cecchinato lascia alla profonda riflessione sul nostro futuro.

Gianfranco Vecchiato

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Fotografia Contemporanea dall'Europa Nord-Occidentale


Fondazione Fotografia Modena
Foro Boario – Modena

Una serie di artisti eccezionali provenienti dall’Europa Nord-Occidentale, riempie gli spazi espositivi della Fondazione Fotografia Modena fino al 10 gennaio 2016.
Primo fra tutti Tom Sandberg, che da solo vale la pena di essere preso in esame per questa (per me che vengo da Venezia) gita fuori porta. Questa manifestazione che è divisa in più parti, in questo momento si occupa dell’esame di artisti di quest’area. I contenuti della mostra permettono di esplorare questa visione nord-europea tramite la nitidezza e la ricchezza dei contenuti. Queste visioni che si distaccano emotivamente da visioni di altre aree europee, certificano come vengano a differire i linguaggi espressivi a seconda delle zone di appartenenza degli autori. Cosa che rappresenta per me ormai una sacralità ma in questo caso risulta certezza conclamata. Infatti se gli artisti dell’Est Europa sentono la ricerca artistica come un dovere per poter affrontare e ricomporre un passato importante, affrontando il tutto come una missione, gli artisti del Nord Europa intraprendono un viaggio verso se stessi, verso le relazioni umane, indagandole insieme al rapporto che si sviluppa con l’ambiente naturale e cercando di ritornare quanto più possibile rimane di bellezza, composizione ed armonia. Ecco perchè adoro questo tipo di fotografia essenziale ed intimista.

Nel corso di una carriera più che trentennale, Tom Sandberg ha lavorato soprattutto con la tecnica del bianco e nero, prediligendo medio e grande formato e dando vita ad un corpus di opere rilevante. I lavori esposti a Modena sono pervasi da un’inquietudine tipicamente nordica: visioni che divengono riflessioni aperte sulla vita e sulle sue infinite sfumature (sottolineate da una superba stampa), in taluni casi vere e proprie allucinazioni che richiamano gli incubi di Munch, nelle quali la presenza umana diviene una proiezione di sé, tanto incerta quanto definitiva. (Fonte Fondazione Fotografia Modena). La mostra include fotografie di Morten Andenaes, Jonny Briggs, Melissa Moore, Sandra Kantaen, Oliver Richon e molti altri.

Tra le più interessanti visioni, quella di Barbara Prost, che tramite l’uso di scatti multipli fatti da più persone contemporaneamente ripropone il tema della impersonalità delle opere e citando Brecht “la rivelazione della costruzione delle stesse”. Questi sono degli scatti miei del Foro Boario di Modena, niente a che vedere con le opere esposte … vi suggerisco, comunque di andarla a visitare questa esposizione, oltre al fatto di usufruire della bellezza di questa straordinaria città anche per il fatto che si mangia niente male … doppia felicità a tutti.

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Evolutio Visio, l'inaugurazione


Mostra fotografica di Giovanni Cecchinato
Centro Culturale Candiani di Mestre Venezia
(Sulle orme di Gabriele Basilico)


In esposizione dal 14 novembre al 13 dicembre 2015
dal mercoledi alla domenica dalle 16:00 alle 18:00
3^ piano sala Paolo Costantini

Mostra Fotografica a cura di Riccardo Caldura e Giovanni Cecchinato
In collaborazione con Università IUAV di Venezia

Gabriele Basilico e Mestre
Era settembre del 1996 ed al Padiglione Italia ai Giardini della Biennale di Venezia venivano esposte 6 sequenze di foto che rappresentavano delle ipotetiche vie di comunicazione basate sui due assi Ovest-Est e Nord-Sud del territorio italiano. Le foto erano parte di un progetto di Stefano Boeri ed erano eseguite da Gabriele Basilico. Il progetto mirava a rappresentare questi assi di comunicazione ed a far emergere gli spazi inabitati, creando una nuova maniera di raccontare fotograficamente gli ambienti urbani che tutti noi viviamo. Il tutto venne poi raccolto in un libro firmato dai due autori dal titolo “Italy – Cross Section of a Country”. Questo progetto diede maniera a Gabriele Basilico di re-introdursi nel florido (allora) territorio del Nord-Est, in quel momento ricco di contraddizioni, ma dopotutto conosciuto per via di relazione materna e dunque ancorato ai sentimenti di una gioventù passata nel trevigiano nei momenti di pausa estivi. Nel 2001, in occasione della collettiva “TerraFerma” Gabriele Basilico ripercorre in specifico i luoghi dell’Urbe Mestrina per poi esporli al Contemporaneo di Mestre. In questa esplorazione visiva, egli permette l’emergere di visioni nascoste in una città senza forma cresciuta a dismisura e senza concetto, motivata solo dall’essere abitata o come si dice di qui “nata per far dormire gli operai”. Ed è li dove io lo incontro e rimango incantato dal suo lavoro. Le foto di Gabriele Basilico per me furono “pazzesche”. Come in maniera magica Escher ci prende in giro e ci stupisce nei sui percorsi alla Mobius, così Gabriele Basilico mi fece scoprire una città che abitavo ma non guardavo e il suo lavoro mi restò impresso in maniera indelebile. In un bianco e nero essenziale, tramite una percezione personale che lo contraddistingue e ne rende ogni inquadratura una visione esclusiva alla maniera di un alchimista della realtà che prende il piombo e lo tramuta in oro, lui vide Mestre e la rappresentò sia con critica che con grazia, quasi a far emergere una bellezza che risiede nei dettagli ma si perde nel contesto. Non a caso la manovra chirurgica delle inquadrature, intese a non includere ciò che disturba ma custodisce solo ciò che può esserne esaltato, permettono a chi fruisce delle immagini di restare stupito difronte a manufatti fino al momento prima anonimi o addirittura mai scorti.

Il progetto fotografico di Evolutio Visio
Per ciò che invece mi riguarda personalmente,parto dalla considerazione che nell’affrontare la professione di fotografo, spesso i temi e le necessità di adempiere bene ad una commissione, inducono ad esplorare tutte le possibili difficoltà e a trovarne una soluzione adeguata. Solo dopo un duro apprendistato e molte esperienze negative si può creare una visione propria. Pertanto come disse Lewis Baltz “Analogamente ad altri sistemi, anche le strategie artistiche offrono più informazioni riguardo a se stesse nei momenti di disfunzione rispetto a quando procedono senza intoppi”. Ne consegue che nel procedere della crescita professionale si acquisisce una sensibilità propria ed una capacità di giudizio dovuta ai confronti, li indico così in maniera riduttiva, continui che non hanno niente a che vedere con un giudizio che può invece avere la massa di un pubblico non addetto. Dico ciò perché quando intrapresi nel 2011 l’inizio di questo progetto ero reduce da vari tentativi di visione fotografica su Mestre, che pensavo potessero essere sufficientemente apprezzabili ma alla fine, non lo erano mai. Solo con l’introduzione dell’uso di una macchina tecnica cominciai a capire come esprimere la mia visione adeguatamente. Nello sviluppo del progetto in questi anni, inoltre, il confronto con la visione di Gabriele Basilico, mi ha più volte interdetto e instillato il dubbio sulla prosecuzione del lavoro, vista la qualità e la indiscutibile saggezza dello sguardo dell’autore, ma dopotutto certe idee sono dure a morire. La mia poi verteva sul fatto che mi sarebbe piaciuto poter rivedere la mia città a distanza dalla sua analisi e capirne le evoluzioni o le possibili, quasi certe, involuzioni. Mano a mano che il tempo si svolgeva, il mio modus operandi si è affinato ed i risultati divenivano finalmente apprezzabili. Ed ecco che in questo ultimo anno il progetto in toto prendeva una forma propria e poteva esserne apprezzato per completezza e rigorosità. In un incontro con Giovanna Calvenzi, moglie del defunto fotografo, le parole emerse sul progetto sono proprio quelle di “completezza e rigorosità”. In un confronto con i docenti dell’Università di Architettura di Venezia invece sono emersi i temi di importanza del progetto al fine di una identificazione che permetta alla città di discostarsi dal termine “non luogo”. Insomma un insieme di 57 immagini di largo formato che sia in bianco e nero sia a colori dovranno permettere di esaminare lo sviluppo urbano di Mestre dopo 15 anni dall’esame del famoso fotografo.

Evolutio Visio
Il titolo del progetto incarna, assimila, una molteplicità di interpretazioni. Per quanto i termini latini siano inequivocabili, a seconda della visione mi piacerebbe sperare che le risultanze possano cambiare. Evolutio nel termine latino sottintende un atto, che non ha niente a che vedere con la logica Darwiniana in se, ma include invece il gesto di svolgere un volume od un plico. Io lo ho sostituito con il gesto, o meglio con quello che è l’atto fotografico. Nella Visio, invece, viene inteso il punto di vista od il concetto, che ritengo sia la base di ogni singolo progetto, la partenza da un concetto.… Assieme possono dare l’idea di essere probabili genitori di una evoluzione sia della maniera di guardare sia della possibile maniera di vivere o progredire nella città. In questo titolo si concentra tutto il progetto fotografico e la spiegazione che si può avere su di esso, lasciando neutro ogni ragionamento in loco e tuttalpiù rimandarlo a posteriori se vi è necessità di esso.

Tutte le foto sono di © Andreas Ikonomu 2015

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