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Del Totenburg di Quero Vas

date » 16-08-2021

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tags » Totenburg, Quero, Vas, Tarantino, Quentin, Vincenzo, Agostini, Montagna, Nazismo,

Del Totenburg o Castello dei morti di Quero Vas.



Sto leggendo da qualche giorno un libro molto denso ed interessante ("La montagna di Quentin" di Vincenzo Agostini) che ragiona su molti aspetti del fascismo e del nazismo, partendo da un film (e da una scena in specifico) del film “Bastardi senza Gloria” di Quentin Tarantino.
Un modo per ragionare su di alcuni aspetti della cinematografia Tarantiniana, densa di cultura e di citazioni nascoste, e prenderla come base per un ragionamento sulle autocrazie , le loro componenti, le loro ideologie.
Partendo da digressioni sulle tipologie e la psicologia del “maschio fascista “, ancora attualissime peraltro, e molte altre disquisizioni su come il fascismo non sia un movimento politico ma uno stato umorale dell’essere umano, sono rimasto affascinato dalla storia del Totenburg di Quero Vas.
Posizionato in luogo strategico per la visione del territorio circostante, questo edificio composto da blocchi in porfido provenienti dal Passo Rolle, deve la sua singolarità al colore delle pietre di un rosso cupo che ricordano il colore del sangue.
Creato dall’architetto Robert Tishler nel 1939 il “Castello dei morti” o Totenburg veniva inaugurato alla presenza di gran parte della Wehrmacht e rappresentanze delle SS e del Reich per ricordare i resti di 3461 soldati tedeschi periti li nella prima guerra mondiale, dove la ridotta era il punto avanzato di una linea di attacco dell'esercito Austro-Tedesco.
Da li a poco sarebbe successo il disastro mondiale che tutti noi conosciamo, ma in quel specifico caso perfino il Generale Augusto Grassi vide in questa costruzione dei significati "evidentemente ostili".



Negli ultimi decenni ha perso il suo appellativo iniziale, e viene chiamato (nelle indicazioni stradali) solo monumento commemorativo, o cimitero tedesco. Una monumento ben visibile sul Col’ Maor, che spicca tra la vegetazione e gli abitati, ma un architettura cosi, carica di simbolismi, era segno di una sicura originaria intenzione di ri-appropriazione di un suolo che si rivendicava e si sognava diventasse proprietà.
Ad oggi, rimane un baluardo, pressoché sconosciuto ai più. Ma di enorme impatto per chi lo visita. I simboli del fasto nazista sono stati cancellati e rimpiazzati da più benevole croci, ma un aquila resta ancora, anche se la svastica che artiglia è stata cancellata.


Porta alla riflessione la stanza ricavata al centro del monumento, a cui si ha accesso tramite un corridoio poco illuminato, che costringe gli occhi ad abituarsi (non facilmente) e permettere cosi di avanzare con sicurezza.
Al centro della stanza, sulla quale sovrasta un oculo a fornire luce proprio nel punto centrale dove il "Blutaltar", l'altare del sangue, si erge nero e solenne, sorvegliato su ogni parete da soldati germanici che più che difenderlo sembrano pensosi e raccolti a capire il senso degli accadimenti e del tempo.



Il luogo incute timore ma allo stesso tempo porta a riflettere sul senso delle guerre e sui simboli del potere.
Vi suggerisco la lettura del libro “La montagna di Quentin” di Vincenzo Agostini, una lettura ricca e riflessiva su molti aspetti storici e psicologici delle dittature, con approfondimenti nel campo del cinema, dell’architettura e della montagna.





Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2021



Henri Cartier Bresson a Palazzo Grassi Venezia

Henri Cartier Bresson - Le Grand Jeu
Palazzo Grassi Venezia
Dal 11.07.20 al 20.03.21




Iniziata a luglio ed in programmazione fino a marzo, la mostra di Henri Cartier-Bresson rappresenta un vero tuffo nella storia della fotografia ed espone moltissime opere di questo caposcuola francese nato a Chanteloup-en-Brie (F) il 22 agosto del 1908.

La mostra installata a Palazzo Grassi a Venezia, rappresenta in maniera originale la famosa “Master Collection” del celebre fotografo. Cioè la sua personale selezione, fatta nel 1973, estrapolata dal lavoro di una vita e che vede esposte 385 stampe da lui definite la summa del suo lavoro. La stessa selezione è stata richiesta anche a cinque esperti famosi, creando così una diversa interpretazione del lavoro di questo grande fotografo. Quindi all’interno del percorso espositivo troveremo le sequenze prescelte, organizzate in editing differenti, da Francois Pinault, Annie Leibovitz, Javier Cercas, Wim Wenders, Sylvie Aubenas.

Henri Carier-Bresson, per chi non lo conoscesse, è uno dei fotografi più famosi al mondo e teorico di quello che viene definito “l’istante decisivo”. Negli anni ’30 girando il mondo, affina il suo sguardo che migra “tra stile, purezza geometrica e folgorazione surrealista”. Citando Platone diceva “Non entri nessuno che non conosca la geometria”. Infatti è uno dei primi fotografi a ricercare proporzioni e composizioni perfette ispirandosi ad Euclide ed ai principi delle proporzioni auree, che si compongono intuitivamente, senza sforzo, nel suo occhio.
Durante la guerra verrà catturato dai nazisti e rinchiuso a Ludwigsburg e solo al suo terzo tentativo di fuga riuscirà a ritornare in Francia. Nel 1947 in occasione di una sua retrospettiva al MoMA si creeranno le condizioni per fondare insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa Agenzia Fotografica Magnum. Inizierà innumerevoli viaggi in cui farà molteplici reportage che gli daranno fama mondiale. Le sue foto saranno sulle copertine di innumerevoli magazine.
Life, Der Stern, sono solo alcuni dei periodici di quel periodo che pubblicano i sui lavori, che indagano i movimenti socio-geopolitici nel mondo di quegli anni.
Dagli anni ’50 in poi, esprimerà la sua concezione della fotografia in quella frase che molti usano ripetere ancora oggi (come una definizione propria, ma che non lo è) che si riassume in :” Fotografare è mettere sulla stessa linea di mira testa, occhio e cuore”.
Questo pensiero non assume, però, un significato di “unicità dello scatto”, anzi, quello di una ricerca continua che porta Henri Cartier-Bresson ad usare interi rullini per arrivare alla scelta di una sola foto che poi diventerà la sua prediletta.
Nella sua visione sarà imprescindibile usare una macchina fotografica Leica, prediligendo il bianco e nero, ma non disdegnando il colore.
Dagli anni 70 in poi, quando sarà acclamato a livello mondiale, il suo nome diventerà quasi un marchio di qualità, riassumendo le tre iniziali e diventando così HCB. Successivamente entrerà molto in disaccordo con “la fotografia” di quegli anni e lascerà l’Agenzia Magnum definendola una “ditta commerciale, con pretese estetiche”, creando contemporaneamente una sua Fondazione e morirà nella sua casa di Provenza nel 2004 a Cereste (F) all’età di 95 anni.

Tutti i riferimenti e le citazioni provengono da: “Henri Cartier-Bresson, lo sguardo del secolo” di Clément Chéroux.

Concomitantemente alla mostra di Henri Cartier-Bresson, segnalo l'interessante esposizione del fotografo egiziano Youssef Nabil, “Once Upon a Dream” che mette in risalto l'abilità dell’autore di ritrarre, di autoritrasi in maniera plastica e pittorica e di raccontare la società egiziana ed il mondo del cinema mediorientale.

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IpoTetico Diario #10 - Il viaggio e i leoni

date » 21-05-2020

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tags » viaggio, poesia, leoni, ipotetico, diario,



La vita non è un viaggio.
A te sembra. Non è così.
Non lo fai in compagnia.
Anche se sembra.
E finisce che la compagnia è quella che non avresti voluto.

Si è soli, devi saper fare la tua scelta.
Come una fotografia,
scegli tu dove guardare,
scegli tu cosa mettere dentro al mirino.
Nessuno ti aiuta, anche se qualcuno fa finta di farlo.
Non è come nei film, o nelle canzoni.

Te ne accorgi di notte, quando ti alzi per caso,
O come ogni notte?

E la tua coscienza è disturbata solo dal silenzio.
E forse pare più pulita.
Mentre accendi la luce e la tua ombra esce dalla finestra aperta.
E si abbraccia con la notte di maggio,
sparsa di profumo di gelsomini in fiore.





E’una guerra di stazionamento.
Dove devi resistere bombardato dal destino.
Perchè il mondo, in fondo, è in mano a chi bombarda.
Devi solo pensare di resistere.

La vita non è un viaggio.
E spesso ancora inciampo, come da piccolo.
Ma ho imparato a riprendere la posizione.
La vita non è il viaggio,
però ancora mi piace guardare
i leoni,
alla televisione.




IpoTetico Diario #08 - Un dettaglio una minuzia

date » 06-11-2018

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tags » Dettaglio, Antonioni, Guerra, Fontcuberta, Porzione, Fotografia, Pensiero, Termine, Cadore, Belluno, ipotetico, diario,

Un dettaglio una minuzia
Novembre 2018



Quello che mi sorprende, non sempre per la verità,
quando guardo qualsiasi scatto fotografico
è che in una piccola parte di esso si nascondono, si racchiudono, tanti sfuggevoli dettagli.
Ma non è cosa nuova, direte voi.
Dettagli dovuti al tempo che si è depositato su di essi,
a volte
dovute all’indeterminatezza del caso.
Logico, che vada in questo modo.
Ogni piccola cosa in questo mondo è vasta tanto quanto un universo,
di molecole e atomi
e di conseguenza "elementi" che compongono un insieme.
Questo mi fa pensare su come sia “impensabile” avere mai un senso preciso del tutto.
Quanto tutto sia stratificato e composito.
Nel fotografico poi,
senza scomodare Franco Vaccari ed il suo “Inconscio Tecnologico”,
ogni fotografia, davvero, rivela mondi laterali
o insiti e sconosciuti al momento dello scatto stesso.
Ed è quello che ancora mi appassiona,
la visione di quello che “non avevo visto”
e tutte le sue possibili, nascoste, composite, sfaccettature.
I possibili scenari anche solo fantasiosi.
Che prendono forma nel mio pensiero.
Ecco perché a volte mi fido di più di una fotografia che di qualsiasi altra cosa.
Lei a volte mi rivela delle storie
non incluse in ciò che vedo in quel momento.
Magari solo nel mio immaginario, sia ben chiaro.
Me lo ha spiegato bene Antonioni in “Blow-up”.
E non è un dettaglio che la sceneggiatura fosse dell’ “ottimista” Tonino Guerra.
Ma, adesso, anche senza svelare crimini o storie contorte.
Mi basta che quella mia minuzia mi permetta di pensare a qualche storia di vita,
comune, qualunque,
serena o disgraziata che sia.
Ecco perché ancora provo piacere a fotografare in questa era post-fotografica, giusto per citare Fontcuberta.
Può essere importante, educativo, comparativo,
leggere, con una porzione di fotografia,
la vita di chi passava per una porta
o guardava da una finestra?
Immagino,
la ricerca del calore verso una stufa?
Il preparare da mangiare verso la sera?
E confrontare la mia, la nostra, agiata esistenza?
Il nostro subitaneo giudizio a qualsiasi cosa.
Rispetto ad una lenta e paziente saggezza popolare.
Il nostro comfort odierno rispetto ad uno scomodo e naturale confronto con la montagna.
Sarà forse sbagliato leggere questo?
O vederlo?
Non lo so, penso faccia parte del gioco
e del guardare tramite un obiettivo
ciò che il mondo ci mette davanti.
D’altra parte, un bravo fotografo ha detto
che bisogna
dichiarare la propria visione del mondo, fotografia dopo fotografia.
Io non posso che dichiarare la mia, ci provo, tento di farlo.
Magari sbaglio.




Dal progetto SS51 - Immagini da una desistenza
Termine di Cadore (BL)
Ottobre 2018



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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2018








IpoTetico Diario #07 - Liquido Confine II

Liquido Confine II
12/09/17

Questo progetto fotografico dovrebbe essere collegato a dei ragionamenti sull'evoluzione della metereologia terrestre, ai cambiamenti climatici in atto ma il discorso diventerebbe enorme.
Perché è difficile raccontare con le immagini, ciò che accade sulle nostre coste durante l'autunno e l'inverno.
Siamo tutti collegati al fatto che il mare e la spiaggia siano delle cose legate unicamente all'estate.
Sole e abbronzatura.
Poi ce ne dimentichiamo.
Nella sola costa di Bibione nel 2016 si sono stanziati 3 milioni di euro per la gestione degli arenili.
La Regione Veneto ha investito due milioni di euro, nell'unico progetto "REDUNE" partito nel 2017.
E sono "solo" una parte dei progetti aperti.
Ogni anno si investe per cercare di recuperare il litorale che il mare ha portato via, durante l'inverno.
Poi mentre noi, ce ne stiamo negli uffici a lavorare, al riparo nelle calde case d'inverno.
Li...
si contende, in una guerra senza fine, il dominio del mare sulla terra.
Che sale e vince,
che scende e porta via, come un predone affamato.
In una labile definizione di un confine che non è mai demarcato.
Si muove in continuazione secondo la sua furia temporanea.
E non c'è niente che si possa fare.





Oscilla il fronte
del duello cortese;
insita è l’arma di terra
e di mare nel corpo
loro gettato l’uno
sull’altro, si lotta,
opposti dal giorno
che Dio separò.

A noi che banchettiamo,
sulle coste sognatori,
e beviamo gli sguardi
rosseggianti di vele
e di tramonti, duole
l’arretrare d’arenili
e, lontana, l’eco di crolli.
Altrove di falesie
si nutre l’erosione,
ma remote nascono isole.






Jesolo Marina
01 febbraio 2014
Mareggiata di Scirocco con +125 di acqua alta a Venezia.
Raffiche attorno ai 40 nodi.










Liquido Confine è un progetto di documentazione fotografica della Costa Nord-Adriatica iniziato nel 2012, trovi uno stralcio a questo link



Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dagli autori.
Poesia di Carlo Tosetti - All rights reserved - © 2017
Testo iniziale e foto di Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017




La fotografia del territorio e Insta-Mestre





Ciao a tutti,
inizio oggi questa rubrica, che si occuperà di fotografia, non per quella che può essere una considerazione generale o di massa, ma visto che devo cercare di parlarne io, per quella che è la mia ventennale esperienza professionale e la mia continua e mai finita (mai finirà), curiosità culturale e passione per questo ambiente. Mi scuso in anticipo però, per la mia, forse non precisa, maniera di scrivere.

Comincerò questo primo articolo, parlando di un progetto a me caro, poiché riguarda la nostra città, Mestre.
Risulta anche abbastanza adeguato con il tema del gruppo “Mestre Mia”, visto che nel tempo ho avuto modo di sviluppare più di un progetto di analisi fotografica sul territorio urbano della città che assieme viviamo.

Parto parlandovi di un mio grandissimo interesse che nacque dalla visione delle fotografie di un grande maestro quale era Gabriele Basilico nel 2001, proprio su di Mestre, che mi stupì profondamente poiché mi consegnava una visione della nostra città molto precisa e analitica.
Quel lavoro ha evidenziato degli aspetti peculiari di Mestre nel 2001, magari più “banali” all’occhio del suo abitante, ma proprio perché “non giudicati importanti” di conseguenza ”non osservati” riemergevano prepotenti nelle foto di Gabriele Basilico e poichè “visti” reclamavano giustizia ed interesse.

Ecco che nel corso degli anni una maggiore consapevolezza visiva e tecnica, ed il ricordo di quell’esposizione, mi ha fatto approcciare e delineare un progetto che mi ha permesso di documentare la nostra città non solo per come la sento io ma per come può essere rilevante ma, penso, “utile” documentarla.



Però prima di parlare di ciò, vi inoltro su alcuni minimi dettagli storici che rappresentano l’origine di questo tipo di fotografia, chiamata “Fotografia di territorio” o come usano definirla oltreoceano “New Topographics - A man altered landscape” (il nome prende origine da una grande mostra a proposito della mutazione dei territori americani dal dopoguerra in poi, fatta negli anni ’70).
Infatti, se pensiamo allo sviluppo industriale del secolo scorso ed il suo successivo passaggio al post-industrale, pensiamo anche alle estreme conseguenze patite dal secolare processo della natura che diventava così schiavo di una progressiva artificializzazione del mondo e dei suoi paesaggi.
A differenza dei secoli passati il processo romantico (tipico del ‘700 e ’800) tra il “paesaggio costruito” ed il “paesaggio naturale”, è lentamente sparito lasciando lo scettro a dei mutamenti radicali nel segno del caos.

Necessitava e diventava vitale in quegli anni, documentarlo con il mezzo più immediato ed utile, la fotografia.

Ecco che allora, anche in Italia la “fotografia di territorio” che ben accetta dunque l’idea della “New Topographics”, ha cominciato ad occuparsi di descrivere le mutazioni dei paesaggi e le metamorfosi che hanno portato gli stessi ad evolversi da grandi spazi agresti a spazi urbanizzati.
Nasce e si aggrega in quel periodo un nucleo di capiscuola che hanno fatto della loro visione dei territori, un tratto distintivo in un crescente mare di immagini fotografiche.
Parlo di Luigi Ghirri, Arturo Quintavalle, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, William Guerrieri, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella, Francesco Radino, e molti, molti altri, magari poco conosciuti al grande pubblico, ma che diventeranno importantissimi ai giorni nostri per i lavori fotografici eseguiti in quegli anni.

Questi grandi “prelevatori di immagini” che si apponevano ai colleghi americani, (ricordo solo i miei prediletti quali Stephen Shore, Lewis Baltz ed Walker Evans senza però dimenticare la scuola europea di Dusseldorf con i coniugi Becher) hanno creato un Atlante di un’Italia in fase sia di espansione urbana che di modifica stravolgente dei suoi paesaggi.
Nel contempo hanno documentato tutti i risvolti positivi e negativi di questa metamorfosi, con linguaggi fotografici che spesso sfioravano la poesia, come nel caso di Luigi Ghirri.
Partendo dalla visione di Italia del dopoguerra in pieno sviluppo economico, per arrivare ai giorni nostri.
Ne parla molto Roberta Valtorta in un suo bellissimo libro che si chiama “Luogo ed Identità nella fotografia italiana contemporanea” per cui rimando gli interessati a questo volume di rara precisione, dedicato sicuramente ad un lettore competente.

Perché vi parlo di ciò? Perché quando parliamo di “fotografia di un territorio”, dobbiamo partire da dei presupposti ben precisi, che non sono il semplice fotografare qualcosa, ma il relazionarsi con il nostro “sguardo verso la città”, con il nostro luogo, e razionalizzare la nostra visione al fine di creare il nostro racconto dei posti, così come suggerito e concretizzato da tutta la fascia dei fotografi della “New Topographics” .
Cercando di capirne i tratti distintivi con attenzione e pazienza, e basandoci sulla “sua storia”.
Gabriele Basilico usava dire che bisognava avere uno “sguardo lento”, io aggiungo (ma non sono il solo) che bisogna avere uno “sguardo progettuale e acculturato”, inteso a raccontare non la parte “fenomenale” ma bensì la parte più “anonima” e “quotidiana” dei luoghi per raccontare al meglio la “medietà” del vivere moderno.
Non tramite il “guardare di più” ma il “guardare meglio”.
Non a caso le periferie e gli aggregati cementizi rappresentano al meglio le “città medie” dove abitiamo.
E dopo tutto, Mestre rappresenta l’archetipo della “città media” del tri-veneto.



Passati i tempi della “fotografia emozionale” o della “fotografia dell’attimo” (escluso il “reportage fotografico” nel senso più stretto del termine) , perchè oramai inflazionati e ridondanti nel bacino di deposito delle immagini che troviamo nel web, la “fotografia documentaria del territorio” rimane un importante tema nel descrivere i tempi ma sopratutto i luoghi dove l’umanità vive.
Rendendo così possibile una analisi dell’evoluzione abitativa e della necessità di aggregarsi comunemente accordata nel condividere spazi e luoghi.

Ora passo però ai miei diretti risultati.
Con questi presupposti nel 2011 mi sono approcciato a descrivere il mio territorio, la mia città, cercando prima di tutto di avere bene in testa un metodo ed una visione complessiva di tutto il lavoro che avrei fatto, e dopo quattro anni, nel 2015, sono riuscito a concretizzare “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Ma questo progetto ha subito ben tre ripensamenti nel corso di questo periodo e un esempio precedente ad Evolutio Visio (che ne è la concreta risultanza) è visionabile qui



“Insta-Mestre” voleva essere una seconda visione (dopo un primo progetto che non ha dato una sufficiente soddisfazione) , fatta usando Instagram, della Mestre che percorrevo e guardavo quotidianamente usando un mezzo sempre disponibile, quale il telefono, ma il risultato finale, per quanto interessante, era deficitario di un esame critico ed asettico del visibile.
Ero sicuramente inteso (o succube) ad una parte emotiva, e forse molto “low-fi”, il tutto dovuto al mezzo di ripresa.
Era inteso, ad esempio, ad un maggior dettaglio dei luoghi ripresi. Dettaglio che sarebbe poi sparito in “Evolutio Visio” per dare spazio ai volumi abitativi nel senso più ampio.
Inoltre il senso di “non -luogo” emergerà di più nella fase di “Evolutio Visio” che in “Insta-Mestre”.
Infatti nell’ultima fase la mancanza voluta dell’elemento umano rende ancora di più straniante ed “in attesa” le parti della città riprese, quasi ad indurre ad una voglia di “essere abitate” o ad una sensazione di “eterna attesa”.

La prossima volta ve ne parlerò meglio.
Spero di non avervi annoiato e, scusatemi se non sono stato sufficientemente chiaro, i vostri commenti in merito saranno graditi.




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