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Les Rencontres d'Arles 2019

Les Rencontres d'Arles 2019
50^ anni di successi del festival di fotografia più conosciuto in Europa



Quando Lucien Clergue (morto nel 2014) invitò nel 1974 Ansel Adams a questa piccola manifestazione fotografica, non poteva prevedere il successo a catena che si sarebbe creato. Insieme a Michel Tournier (morto nel 2016) e Jean-Maurice Rouquette, che ci ha lasciato quest’anno, formarono un gruppo capace di convergere l’attenzione mondiale dell’attività fotografica verso questa piccola città camarguese famosa precedentemente solo per il soggiorno del pittore Vincent Van Gogh.

Questo cinquantenario segna un momento di riflessione, svolta ed innovazione in questa rassegna. Lo stuolo di curatori di altissimo livello e l’organizzazione competente al massimo nel campo fotografico ha voluto rompere dei cliché ed avviarsi verso una rassegna i cui i nomi conosciuti mondialmente fossero assenti, ma altrettanti artisti di talento indiscusso e sicuramente di riferimento per il domani fossero invece i protagonisti.

Quando ho guardato per la prima volta il programma, confesso di non aver riconosciuto nessuno degli autori che venivano presentati. Con un po di sospetto ho cominciato ad avviarmi presso le esposizioni nei posti principali di centro città.
Posso assicurarvi , che subito dopo, una specie di sottile euforia ha preso il sopravvento e la voglia di esplorare tutti i restanti spazi mi ha assalito.

Spiccano tra tutte le mostre di Evangelia Kranioti “The living, the dead and those at sea”, Philippe Chancel “Datazone”, Mohamed Bourissa “Free Trade”, Mario del Corto “Vegetal Umanity, as the garden unfurls”, Cristian Lutz “Eldorado” e l’installazione di The Anonymous Project “The House”.
Progetti nuovi, realmente collegati al presente, citativi, ma allo stesso tempo capaci di scatenare pensieri, dubbi sul futuro, sulla nostra esistenza attuale e sulle diverse modalità di intraprendere i nostri percorsi di vita.



Evangelia KRANIOTI, greca, filmmaker e fotografa, ha esplorato i bordi delle esistenze e dei destini individuali tra cargo, marinai e prostitute, nel carnevale di Rio de Janeiro, nel Libano, in Africa e per finire nella necropoli del Cairo, usando una fotografia staged di altissimo livello che evocava a tratti Philip Lorca di Corcia.




Philip CHANCEL, in un lavoro durato 15 anni, ha esplorato le aree più sensibili del mondo per studiare e documentare i sintomi più evidenti del nostro declino, e mostrandoci in maniera inequivocabile i segni del prossimo, possibile, disastro.




Se Chancel si muove definendo zone geografiche sensibili, Mohamed BOURISSA esplora in maniera multimediale il libero scambio di merci. Evidenziando i ricchi “compratori”, coloro che “producono merce” nelle parti povere del mondo, ed i “disoccupati”, esercito invisibile che emerge solo se si sta usando un applicazione sul proprio smartphone. La mostra è stata allestita, non a caso, all'interno del MONOPRIX, un supermercato alla periferia di Arles.






Spettacolare l’installazione del lavoro di ANONYMOUS PROJECT, che seguendo i dettami dell’era post-fotografica, recupera immagini di autori anonimi per ricreare ambienti e sensazioni della vita degli anni ’50 e ’60. Momenti in cui si pensava ad un futuro prospero e felice, non di certo distopico come quello che stiamo vivendo.



Se queste opere, perché non posso chiamarle differentemente, mi hanno affascinato e colpito, le restanti hanno comunque avviato processi di pensiero, confronto e curiosità. Il numero delle mostre è sicuramente elevato e la settimana a disposizione non ha potuto permettere di vedere tutto, ma solo la parte principale de “Les Rencontres”.

Assieme alle esposizioni principali, dopo la Stazione, nello spazio Ground Control, i premi “Louis Roeder per le gallerie emergenti” ci ha introdotto a 10 selezioni di altissimo livello con giovani e sconosciuti autori che hanno presentato progetti personali, sociali, di indagine di qualità davvero superiore. Fra tutti il lavoro di Shinji Nagabe “Banana Republic” e JJ Levine “Family”.

Una retrospettiva sui 50 anni passati del festival ha creato la giusta connessione con il presente, unica pecca che nello spazio della chiesa “des trinitaires” (ma non solo in quello) il caldo era insopportabile. Pochi condizionatori e qualche ventilatore in molti spazi hanno sacrificato le visite e nei giorni più caldi, reso la visione di alcune mostre veramente impegnativa.





Nello spazio Mistral dedicato agli editori, non di meno allestito in un piazzale assolato, la permanenza è stata impegnativa ma nonostante tutto, vista la presenza di amici, vecchi e nuovi ci siamo trattenuti li per un bel po', con piacere. Possiamo dire che siamo stati fortunati ad avere un chiosco che spillava birra fresca molto vicino. Ritengo che come servizio di emergenza avrebbe dovuto essere più diffuso, noi ne abbiamo usufruito parecchio. Sia mai, per questioni di prevenzione della salute personale.

Una applicazione da scaricare gratuitamente nel telefono ci teneva costantemente informati degli eventi, le call, le conferenze, e gli eventi serali nei vari spazi della città.
Alla fine le considerazioni finali al rientro sono state più che positive, assieme agli spazi che prevedevano un recupero di progetti fotografici del '900 come quello sulle invenzioni, a volte molto bislacche, questa nuova ventata di aria fresca (solo fotografica) ci ha rinfrancato e caricato.
Se non fosse che nell’hotel dove ho soggiornato, non andava il condizionatore per 4 notti su 5, tutto sarebbe stato da catalogare come ottimo.
Ma come si sà non tutto fila sempre liscio.
Mi accontento ben volentieri.


Qui troverete il sito ufficiale del festival



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E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2019

Un piccolo resoconto sulla Fujifilm GSX 50R

FUJIFILM GSX 50R



Ciao,
visto che in alcuni di voi è sorta la curiosità in merito alle performances di questa macchina fotografica, sorella del modello GSX50S, vi posso indicare alcune mie piccole riflessioni in merito, esenti da giudizi di parte, dopo questi primi giorni di utilizzo di un modello datomi in test (FUJIFILM GFX 50R con obiettivo GF 23mm f4) ed in attesa della mia macchina ufficiale. Sicuramente sul web potrete trovare articoli tecnici e recensioni abbastanza accurate su questo modello.

Prima di tutto sgombero il campo dal concetto “medio formato” perché non possiamo realmente parlarne, se non per via di una iniziativa di marketing pubblicitario.
Da possessore di sistemi Phase One, lo dico con cognizione di causa.



Il sensore si trova in una fascia intermedia tra il “full frame” di molte ammiraglie blasonate ed il sistema delle due leader di mercato Hasselblad e Phase One.
Il che comunque, come sappiamo bene, fa buon gioco e se le “dimensioni contano” sopratutto quelle del fotodiodo che cattura la luce, ci accorgiamo della differenza sopratutto nei passaggi tonali.
E posso dire che confrontando con la mia Canon 5D Mark IV “full frame”, ne ho avuto la certezzal. In una sessione di lavoro effettivo, ho potuto notare, non tanto nella definizione o nella struttura dell'immagine, (che possiamo definire "quasi" alla pari tra le due, visto anche l'utilizzo del 24mm TS/E II nella Canon che è una lente eccezionale) tanto quanto la gestione del colore e la resa tonale più morbida ed omogenea, sicuramente più realistica; insisto e mi ripeto ... “una più morbida transizione nel passaggio toni".

La FUJIFILM 50R è dotata di un sensore CMOS da 51,4 MP e di un processore X-Processor Pro. Questo implica che se però noi usiamo delle schede poco performanti, viene vanificata tutta la velocità di elaborazione e di scatto. L'otturatore a tendina è stato sviluppato specificamente per questa fotocamera e assicura una velocità massima di 1/4000s (1/16000s con l'otturatore elettronico), una velocità di sincro flash di 1/125 sec o inferiore, alte prestazioni e una lunga durata, con una resistenza dell'otturatore fino a 150.000 scatti*, assicurando al contempo ridotte vibrazione e un funzionamento silenzioso. Questo è il primo modello del sistema GFX a supportare la tecnologia a basso consumo energetico Bluetooth®. Le immagini scattate possono essere trasferite in modo semplice e rapido a smartphone e tablet accoppiati con la fotocamera tramite l’app FUJIFILM Camera Remote, diventando veramente comodo.
Una delle cose interessanti è la misurazione TTL 256 zone, con modalità Multi / Spot / Media / Media pesata al centro
La compensazione dell’esposizione si muove da -5,0 EV a +5,0 EV a intervalli di 1/3 EV, meglio dei soliti 3 stop ed è presente una comoda funzione di intervallometro.
Il mirino OLED a colori 0,5" ca. e da 3,69 milioni di punti, dà una buona visibilità in merito, che però implica di avere sempre la macchina accesa con le ovvie richieste di energia.
Sono presenti 15 modalità di sviluppo JPG (PROVIA / Standard, Velvia / Vivid, ASTIA / Soft, CLASSIC CHROME, PRO Neg.Hi, PRO Neg.Std, Black& White, Black& White+Ye Filter, Black& White+R Filter, Black& White+GFilter, Sepia, ACROS, ACROS+Ye Filter, ACROS+R Filter, ACROS+G Filter) ma al sottoscritto che lavora sempre in Raw non può che interessare in minima parte.

Grande cosa è che la macchina è 160,7mm (largh.) x 96,5mm (alt.) x 66,4mm (prof.) in misure ma sopratutto è poco meno di 800 gr. di peso, il che fornisce una buona trasportabilità, senza grandi pesi ed ingombri. Basta una normale sacca a tracolla. Nella mia Greenland ci stava anche una datata ma stupenda Hasselblad SWC/M, giusto per dirvi.



Ora, un lato poco positivo è che la velocità di scatto non rappresenta una grande attrattiva, ma per chi come me veniva da Hasselblad sistema H, non è di certo una novità e ci si adegua immediatamente.
Alla fine la cosa importante è di sicuro come si vanno a trattare i dati Raw e con che software. Io uso Capture One nella vers. 11, come molti di voi già sapranno, ed i file Fuji sono gestibili in maniera molto dinamica e produttiva.

Qui vi allego un mio scatto di test, fatto sul Col Visentin sul Nevegal (BL) in pieno controluce e con abbondanti aree in ombra, il sole è in campo e lo si vede in alto a destra.






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GOBE Filters

GOBE Filters.



Come in accordo e accennato su FB, mi permetto di scrivere questo articolo sul mio ultimo acquisto di filtri per obiettivi.
Perché mai direte voi?



Perché la comunicazione dell’azienda che li produce è davvero singolare ed etica.
Per ogni prodotto acquistato da GOBE, azienda con sede in Australia, viene garantita una cinquina di alberi piantati in Madagascar o Haiti o Nepal. Guardate QUI
La cosa mi è piaciuta e penso dovrebbe essere diffusa come modalità di commercio.
Dunque mi sono registrato al sito e poiché da tempo dovevo acquistare dei polarizzatori e dei filtri anti UV per due obiettivi (e rimandavo l’acquisto per via della spesa), ho trovato questa opportunità e ne sono rimasto colpito.

Bando alle ciance ho acquistato il necessario e dopo due giorni avevo tutto il materiale a casa.

Innanzitutto devo dire che i prodotti venduti si dividono in tre categoria: entry mid e top.


Io mi sono indirizzato subito alla zona top poiché costruiti in 16 strati di pellicola multiresistente dalla tedesca SHOTT, e la cosa mi rassicurava molto.

Devo inoltre dire che il costo di 4 lenti: due UV e due polarizzatori (in misure 52mm e 82mm), ha coperto l’acquisto di un solo polarizzatore di una delle marche più blasonate.

Gli imballi sono funzionali e protettivi, costruiti con carta riciclata e non vi è traccia di plastica alcuna.


Gli stessi tappi di chiusura sono in alluminio e filettati così da essere usati come protezione e scatola allo stesso tempo. Potrei anzi consigliare di usarli come tappi di protezione degli obiettivi stessi, lasciando a casa quelli di plastica.


Con il pacchetto del kit che contiene un filtro uV ed un polarizzatore, arriva anche un codice con il quale andare nel sito di GOBE e iscriversi al programma di impianto dei germogli.


Mi sono subito dopo rivolto all’opportuna pulizia delle lenti, che raccomando vivamente a tutti prima di installarli, con l’aiuto di un panno antistatico e l’indispensabile pompetta della Hama.

Poi mi sono apprestato a fare qualche scatto di prova sopratutto per il timore che l’effetto polarizzante fosse poco visibile. Come mi successe tempo addietro con altri polarizzatori a basso costo.


Invece il risultato è stato molto buono sopratutto in termini di neutralità dei colori (non accade che virino durante la rotazione) ed unica nota in merito è la non proprio fluida rotazione dei due vetri. Un pò scattosa. Penso sia dovuto al probabile attrito dell’alluminio tra le due lastre. Ma è cosa di poco conto, che presumo si affievolisca nel tempo dopo un po di rotazioni.


Qui sotto vi posto due immagini di test fatte al volo con la Canon 5D MKIV ed un obiettivo Canon TS-EII al quale ho applicato il filtro UV e quello polarizzatore della GOBE. E' bene evidente l'effetto polarizzante anche se la foto non è molto contrastata ed è scattata con +0,6 di correzione sull'esposizione, per evidenziare l'effetto sul riflesso.
PS giusto per ricordare che l'effetto polarizzante è l'unico che non può essere replicato in postproduzione. Deve essere per forza gestito fisicamente al momento dello scatto.




Che dire, intanto date un occhio al sito e verificate il tutto.
Io resto a vostra disposizione se avrete qualche domanda in merito.
QUI il sito GOBE.



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Progetto "Ipogei di Ventotene" Aprile 2018

Al venerdì prendiamo la strada di Formia, insieme a Steve ed a Maurizio, il nostro riferimento speleologico. Maurizio è colui che ha scoperto le cavità che andremo a documentare. Grazie all’unione delle idee e delle conoscenze tra Maurizio e Steve nasce questo progetto che l’Amministrazione dell’isola di Ventotene ha preso in considerazione. La macchina corre verso sud, ma la musica di Steve si lancia più a sud-est.
L’aliscafo alle 3 del pomeriggio ci porta velocemente verso Ventotene, ormeggiamo dopo circa un ora e subito dopo cominciamo a smistarci nei rispettivi alloggi. Verso le 5 andiamo a piedi verso il sito ad effettuare una perlustrazione. La situazione non è pericolosa ma neanche tanto sicura, non è semplice e non è veloce.
Sopra ai due ipogei è stata costruita una casa, le cui sporgenze sono precarie.





L’enorme buco antistante all'abitazione permette di individuare tre aperture; la centrale, quella più grande, è di sicuro il condotto di aerazione, la più piccola quello che resta del punto di accesso.
Passiamo parte del tempo a cercare di capire come organizzarci tra i due gruppi di lavoro; io e Steve cercheremo di fotografare (nel buio) ; Marco, Ilaria e Anna tenteranno di portare giù un laser-scan e creeranno, tramite dei target di riferimento, una visione matematica delle due cavità.
Il giorno dopo ci si alza presto e alle 8 si è già operativi e pronti ad andare nel luogo definito. Maurizio prepara gli imbraghi e non senza qualche difficoltà ci caliamo fino al livello base di entrata dove poi verranno calate anche tutte le attrezzature.



I ragazzi del rilevamento laser però arrivano in ritardo, provati da una nottata passata a cacciare insetti dalla stanza e dai letti. Comunque la gioventù li aiuta, l’adrenalina sale e fa dimenticare ogni problema e, decisi, ci apprestiamo a scendere.
Vado avanti io, in avanscoperta e mi calo per primo nel pertugio di entrata. E’ ostruito da una piccola frana, il che mi lascia scendere solo con difficoltà.




Comunque scendo, sia mai. Arrivo fino al confluire delle due cavità e lo spettacolo che mi trovo davanti non è dei più edificanti. Data l’altezza delle due cavità di circa 5/6 mt, che si dipartono dall’ingresso come in una “L”, una montagna di rifiuti arriva quasi fino al soffitto e scende in forma conica verso i pavimenti, per forse 10 mt. Ora ... non mi appresto minimamente ad azzardare discorsi etici, ma probabilmente per un periodo, non proprio corto, di anni, si è gettato a dismisura in quel buco di tutto. Nessuno ha mai detto nulla. Adesso noi dobbiamo andarci sopra e starci tutto il giorno. (sic!)





Il mio problema fotografico sarà quello di isolare quello che rimane libero dai rifiuti e dovrà permettere una identificazione del luogo. Dovrò cercare di produrre una buona immagine, aiutato dalla luce di un faretto da 1000w, assoggettato però alla mancanza di corrente, che va’ e viene. Ma se la fotografia è l’arte del risolvere, in questo frangente se ne avrà la più palese dimostrazione.
Mi sono velocemente accorto che tutta la ricerca iconografica fatta in queste ultime settimane, se ne potrà andare velocemente a quel paese; dunque, forte concentrazione sul come potevo portare a casa il minimo indispensabile.
Definiti i punti di interesse ci siamo messi al lavoro e nel giro di un paio d’ore siamo riusciti a definire qualcosa, nella prima zona di lavoro, mentre Marco (l'ingegnere del laser-scan) lavora nell’altra.
Fatta una pausa all’aria aperta ci sostituiamo di posizioni e mi appresto a fotografare li dove i segni della lavorazione della grotta si fanno più evidenti.



Arriva il tardo pomeriggio e con l’evidente felicità di tutti, relativa al fatto di abbandonare quel dolomitico monnezzaio, usciamo a riveder le stelle e rientriamo alla base. Aspetto di non poco conto che rallegra di colpo tutti è la cena in serata al “Giardino”, sperando di arrivarci, che, personalmente, faccio fatica anche solo a parlare.

Tecnicamente l’esame fotografico l’ho intrapreso definendo tre punti di ripresa nei quali ho usato la mia Arca Swiss con il dorso Phase One IQ160, messa su cavalletto. Ho ottenuto delle immagini con una risoluzione di 8900x6700 px c/a utilizzabili a 300 dpi per una base di stampa di 76x57 cm (teorico negativo di base) nel formato 6x4,5. Ho lavorato cercando di restare nella zona dei 400 ISO e con diaframma chiuso a F16.
Negli altri approcci, quelli della ricerca dei dettagli, ho utilizzato la mia Leica M 262 ed ho lavorato a mano libera cercando le particolarità di lavorazione delle cavità facendomi aiutare con il faretto alogeno da 1000 w che aveva Steve.

Qui la galleria con il lavoro prodotto. Spero il piccolo resoconto possa essere di aiuto e mi auguro che questo progetto sia di ampio respiro e porti la nostra associazione Grana a dei risultati positivi e alla definizione del progetto. Scusatemi ancora per la scarsa bravura nello scrivere.

Lo stesso articolo lo puoi trovare nel tumblr di Grana qui


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L'onda e la ragione

L'onda e la ragione
Liquido Confine I
07/09/17

Un evento dedicato al mare, alla poesia, alla fotografia.
Ecco come ho conosciuto Carlo, poeta, Tosetti.
Un amica comune ci ha messo in relazione per vedere se dalle mie foto del litorale nord-adriatico, potessero sorgere dei versi.
Un mio progetto aperto dal 2011.
Lo ho chiamato “Liquido Confine”.
Cerca di fermare alcuni momenti durante le mareggiate che investono il litorale veneto.
Si può parlare di erosione e cattiva gestione dell’ambiente costiero.
Volendo.
Non so.
Non ne sono deputato certo io.
Io fotografo.
E mi sembra sia utile documentare.
E’ un lavoro lungo.
Ma chi mi conosce sa che è pane per i miei denti.
Non pensavo però potesse suscitare una riflessione poetica.
Carlo mi ha sorpreso.
Assieme abbiamo deciso di pubblicare alcune sue ispirazioni.
Se piacciono bene.
Altrimenti …
ciao, tutto come prima.





Il periglio sta chino,
è dietro, carponi,
al fronte dell’onda
e non solo attende
l’orzare audace,
il vincere creste che spumano:
si prende le merci,
issate le reti il pescato.

La sussistenza,
che portano a riva
l’oniriche barche,
sbilenche, stanche,
è tutta concessa.
Si gonfiano reti,
perché la tempesta
e i marosi altrove
inghiottono vita.




Foce del Sile - Jesolo
01 febbraio 2014
Mareggiata di scirocco con +125 di acqua alta a Venezia.
Raffiche attorno ai 40 nodi.








Liquido Confine è un progetto di documentazione fotografica della Costa Nord-Adriatica iniziato nel 2012, trovi uno stralcio a questo link




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Poesia di Carlo Tosetti - All rights reserved - © 2017
Testo iniziale e foto di Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

La pioggia in lontananza

03-09-2017 21:58

tags: Pioggia, Portegrandi, strada, ricordo, nostalgia, macchine, SS14, poesia,

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La pioggia in lontananza
(SS14)
03/09/2017



Sono passati 30 anni da quando tu, eri ad un mese dal compierne 20.
Un giovane ragazzo, di una famiglia normale, in un Italia che, in quell’87, fin troppo voleva crescere e diventare diversa.
Dovevi fare la maturità.
Ed è cosi che con tutti gli amici, della stessa classe, ed i professori avete festeggiato, a Jesolo.
La fine di una avventura.
La fine dell’adolescenza.
E ti eri fatto un regalo speciale … un biglietto per il concerto degli U2. A Modena.
Joshua Tree Tour.
Lo aspettavi da tempo.
Non ci saresti mai andato.
Ti facevi il conto alla rovescia.
Ma non sapevi che lo stavi facendo alla tua vita.
Sei morto senza sapere neanche perchè.
Su quel ponte a Portegrandi, su quel muretto romanico, con i tuoi tre amici.
Avevate accompagnato a San Donà di Piave, un vostro compagno e poi tornavate a casa.
Per quella strada che oggi, ho rifatto dopo molto tempo.
Un componente ha ceduto, voi siete andati a schiantarvi.
Alle 4.03 di quella notte, mi sono svegliato.
(poi qualcuno mi ha detto che, presumibilmente, era l’orario dello schianto)
Alle 4.03 mi sveglio da 30 anni.
E vado a bere un po di acqua.
Quella strada mi ha portato via molto.
Oggi l’ho rifatta.
Forse il tempo.
Forse la pioggia distante.
Forse il blu delle nuvole.
Avevo la macchina fotografica con me.
Sono uscite queste foto.
Parevano essere in sintonia con la mia anima.
Macchine e pioggia in lontananza.
Blu.
Gli inglesi usano il termine blue per indicare la tristezza, la melanconia.
Si …
Blu e pioggia in lontananza.
Ne sento l’odore.
Le macchine corrono, ognuna posseduta da un sacro fuoco di velocità.
Piccoli ordigni.
Inconsapevoli della loro letale potenza.
Hanno tolto il muretto sul ponte.
Messo un guarda-rail.
Tanti semafori.
Rallenta.
Dicono.
Io, avrei voluto fermarti, io, quando ti ho visto per l’ultima volta.
Averti almeno abbracciato forte.
Ho solo potuto comprarti una bara, dopo.
Ti ho vestito nei tuoi resti.
E ti ho pianto in silenzio, ma neanche tanto.
Quando mi ubriacavo fino al vomito.
Oggi ti parlo, e ti ricordo, tramite queste foto.
Almeno non mi faccio del male.
Fratello mio.














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Il progetto prima dello scatto



Ciao a tutti,
eccoci a questo secondo appuntamento dedicato alla fotografia per il gruppo “Mestre Mia”.
Visto l’insieme di elementi trattati l’altra volta, oggi sarò più leggero, e spero di riuscire a raccontare meglio i miei pensieri.
Non vi introdurrò ad Evolutio Visio come promesso, lo farò nel prossimo articolo.
Oggi vi parlerò di un altro argomento, secondo me importantissimo in fotografia. Parlo del “progetto fotografico” che sta prima di ogni fotografia. Resta inteso tra di noi, che l’ esempio che seguirà sarà comunque sul nostro territorio, su Mestre in particolare.

Da fotografo, tengo molto alle idee che precedono qualsiasi fotografia. Vivendo poi in un epoca che ridonda di immagini fotografiche, però, logico che quasi tutto sia ormai visto e trattato.
Ogni qualvolta ci proponiamo di fare qualcosa, la nostra idea è sicuramente già stata usata, e la nostra fotografia già ampiamente scattata da chissà quante altre persone.
Non a caso, ludicamente parlando, è apparsa sul mercato una macchina fotografica che non scatta la foto se quello che vogliamo riprendere è già stato pubblicato fortemente sul web o ha un numero eccessivo di geo-tag. Una sorta di diniego allo scatto che, ne sono sicuro, porterebbe l’utente medio ad una forte frustrazione in merito, ma penso anche al fotografo esperto. La macchina disobbediente si chiama “Camera Restricta” dateci un occhio qui. Se vi avanza del tempo date un occhio anche al video che parla di una ragazza che tenta di scattare delle foto a Copenhagen.

Come fare allora per poter avere qualche margine di differenza tra tutto ciò che prolifera in questo mondo e la nostra produzione?
La mia personale risposta, e convinzione, sta nell’idea, nel progetto, nell’insieme fotografico.
Diciamo anche che non è solo mia, ma è una considerazione ben sedimentata in molti grandi autori e critici fotografici.
Ce ne parla ampiamente Augusto Pieroni in un libro che dovrebbe avere ogni fotografo che si chiama "Leggere la fotografia".
Reperimento, Elaborazione, Acquisizione, Processo ed Edizione, sono le cinque fasi operative che dovrebbero precedere e poi accompagnare le immagini, ma non mi dilungherò su di loro.
Ecco perché un immagine può non contare molto, sopratutto se vistosa, ma contano di più, un insieme di immagini.
Una sorta di racconto che ci permetta di leggere la visione di quella persona, di quell’autore.
La sua personale maniera di vedere il mondo, il suo “linguaggio”, che come ricorderete abbiamo cominciato a discutere nell’articolo precedente.

Spesso si confronta la fotografia con la pittura.
Io non lo ritengo esatto, tenderei a confrontare la fotografia con la scrittura. Anche qui non sono solo.
Nel senso che, un insieme di immagini possono raccontare una storia, un’idea, ma fanno capire se l’autore ha un progetto, una maniera di proporre il suo lavoro omogenea e continuativa.
L’insieme può essere inframezzato da punteggiature, accenti, che lo caratterizzano, tramite colori e settori. Può parlare di persone o volumi, ombre o luci, fermandosi su dettagli o su ampie vedute.
Ecco che allora l’insieme, che forzatamente deve essere preceduto da un pensiero, comincia a raccontare non solo una storia ma anche la vita ed i sentimenti di colui che ci sta proponendo il tutto, con la sua personale visione.

Gli autori di spessore, così come gli scrittori importanti, sono riconoscibili per il loro stile, per la personalità univoca che trasmettono alle loro opere, alle loro fotografie, quasi una cessione fisica del loro carattere e della loro visione in ciò che producono.
E che si riscontra omogeneamente in tutto i loro operato.
Non dunque uno stilismo (come ha detto Ferdinando Scianna), ma un vero e proprio stile.
Non frutto di un attimo ma di un pensiero continuo.
Come ci ha ribadido Efrem Raimondi poco tempo fa in una conferenza al Centro Culturale Candiani, non si ritrae qualcosa o qualcuno, quando si scatta, si ritrae se stessi.
Ne consegue che la propria immagine e il proprio pensiero vengono distillati nel proprio lavoro fotografico e visibili non in uno scatto ma in un gruppo di immagini.

Per arrivare all’ esempio che vi propongo oggi, appongo ancora una piccola precisazione.

Circa un anno fa su Facebook incontrai un gruppo di fotografi che si erano uniti in un gruppo che si chiama “L’elogio dell’ombra”.
Fotografi che da tutta Italia si confrontavano su di un tema diciamo “banale” come quello dell’ombra, tentando di estrapolarne, distillarne l’inusuale, trovandone la forma giusta per “elogiare l’ombra”.
Per cui un progetto pregevole di unione di persone ed idee che tentano di produrre del materiale fotografico con un tema preciso e dei paletti definiti.
Ad oggi un gruppo di autori selezionati di questo gruppo (tra cui mi annovero) ha portato i risultati di questo gruppo in una mostra collettiva in più sedi espositive : Novafeltria (RI), Calcata (VT), Modena, Fanano (MO), e a breve altre date porteranno quei lavori in altre parti d’Italia.

Quando mi sono apprestato a candidare le mie foto, ho fatto precedere più di un ragionamento. E solo poi ho deciso di mettermi in gioco.

Le foto esposte nella collettiva riguardano Mestre e sebbene dovessero parlare di ombra, ho voluto che vi fosse una idea precisa in merito.
L’ombra come ristoro, ma anche un limite labile (dove finisce? dove inizia?) con la luce.
Come labile è il confine tra la vita e la morte.
Per chi conosce un po della mia vita sa che la perdita di tutta la mia famiglia mi ha segnato profondamente.
Ma nonostante tutto, la speranza o il conforto di persone care, ha lenito nel tempo i vari malesseri.
In una particolare parte della mia città, la quale, povera, è al centro sempre di mille polemiche, ho stranamente trovato una sorta di piccola pace e serenità.
Ora, in un determinato momento della giornata e dell’anno, sono riuscito a catturare, in questa sequenza, la mia sensazione di dove luce e ombra si sovrappongono.
Dove l’ombra ristora dall’arsura, insieme a dei simboli metaforici di vita, e di passaggio del tempo.
Forse nel ristoro dell’ombra, una sensazione di una qualche protettiva presenza, sempre vigile, ristoratrice.
Ecco dunque, questa era la mia visione, prima di creare le immagini che vi propongo, e che ora parlano di Mestre in giro per l’Italia.


Mestre 2015 - Canale dell'Osellino









Spero ancora ancora di non avervi annoiato, nel contempo spero di esservi stato utile per capire un po di più questo delicato ma complesso mondo fotografico. Anche se lo scribacchino non è tanto bravo. Alla prossima, e lasciate i vostri commenti senza timore.



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Lo Sguardo e l' Ombelico 04 marzo 2017

Lo Sguardo e l'Ombelico - 04 marzo 2017

Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Settimio Benedusi




La Fotografia è una cosa importante

Settimio è un fotografo molto conosciuto, e non ha bisogno di grandi presentazioni. Come per tutti gli ospiti della manifestazione “Lo Sguardo e l’Ombelico” è sufficiente dare un occhio ai loro lavori, nei loro siti, per capire la portata del loro “sguardo”.
E’ partito nella sua esposizione portando veramente poche fotografie, ma relazionandosi molto con il pubblico e sulla base di slide, con frasi di appoggio, ha tessuto un discorso di due ore catalizzando l’attenzione dei presenti e inoltrandoli sui concetti cardine della (mi si permetta il termine) “mala education” fotografica odierna.

Ci ha riassunto per macro frasi, dei temi che devono far poggiare il nostro pensiero fotografico e da li, fargli prendere dei nuovi percorsi, lasciando a casa le cattive abitudini acquisite.



Li elenco, perchè …

La fotografia è una cosa importante

Moderate l’ego

Rischiate sempre

Rinunciate al consenso

Mettetevi in gioco

Domandatevi il perchè

Bisogna conoscere ciò che si fotografa: studiate!

Mangiate buon cibo, leggete buoni libri, guardate buoni film, ammirate buona arte

Eliminate il superfluo

Salite sulle spalle dei giganti per vedere più lontano

La fotografia è un linguaggio: raccontate storie

Realizzate qualcosa che vostra madre disprezzerebbe

Più grande è la firma sulle vostre foto più fà cagare: non mettetela

Guadagnateci qualcosa

Cercatevi un committente: vi renderà più liberi

Realizzate brutte fotografie



Potrebbero essere cose banali dette così, ma non lo sono, e tra di loro un sottile legame c'è.
Potrei anche osservare che forse queste sono le considerazioni che accomunano tanti veri fotografi, e se penso agli incontri avvenuti fino ad ora e a quelli che seguiranno, sono certo che abbiamo trovato e troveremo questi assunti anche nel pensiero degli altri ospiti della manifestazione.
Comunque, durante questa esposizione, Settimio non ha mancato di scherzare con il pubblico, provocare, e creare una sorta di satirica consapevolezza sugli atteggiamenti paradossali di gran parte dei ph. (così si definiscono) attuali, mi riferisco a coloro che amano definirsi fotografi a priori, pur essendo fotoamatori a tutti gli effetti (le parole sono importanti, diceva Moretti).



Settimio non ha mancato di rendere tutto il pubblico partecipe in un suo video pubblicato su Instagram a questo indirizzo.

Alla fine abbiamo sempre molto da imparare, tutti … e anche se l’approccio da fotografo provocatore, e dirò di più "intrattenitore" a tutti gli effetti, può "catalogarlo" facilmente, a detta di molti suoi detrattori, quando abbiamo anche mangiato qualcosa assieme, sono emerse le parti private di un Settimio fatto di sogni, idee, cultura, attenzioni, e passione per la fotografia che lo accomunano ad altri bravi Fotografi che ho conosciuto. Cose che ai "ph." mancano.



Non resta che ringraziare Settimio Benedusi per aver accettato il nostro invito, il Centro Culturale Candiani per averci ospitato e PhotoMarket Video di Mestre per averci fatto da sponsor.

Da parte di quelli che amano la fotografia (e mi pare che siamo in parecchi) ... GRAZIE!




Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

La tragedia del Vajont

09-10-2016 16:43

tags: Vajont, Longarone, bambini, Erto, Casso, tragedia, acqua, diga, morti, numeri,

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09 ottobre 2016
La tragedia del Vajont
09 ottobre 1963

English abstract at the end.

Alcuni Numeri per commemorare:
I Morti furono 1917, ma non è un dato certo, di cui :
1450 a Longarone
109 a Codissago e Castellavazzo
158 a Erto e Casso
200 in altri Comuni.
487 i bambini, c/a 450 al di sotto dei 15 anni.
Ci vuole tutta la camminata dal parcheggio alla chiesetta commemorativa per completare tutte le bandierine che ricordano, ognuna, i bambini morti nella tragedia, e la loro età.
I danni furono stimati in 900 Miliardi di Lire.
2 Km la lunghezza della frana.
270 milioni di metri cubi tra rocce e terra che si sono staccati dal monte "TOC" (in friulano “Patoc” significa marcio).
20 secondi il tempo della frana di arrivare nel bacino acqueo.
3 le onde che si generarono con effetti devastanti, e con direzioni differenti.
50 milioni di metri cubi la terza onda che scavalcò la diga, la quale rimase intatta, e che si riversarono a valle.
150 mt l’altezza dell’onda.
100 km/h la velocità stimata dell’onda che ha raso al suolo Longarone.
Pari alla bomba atomica sganciata su Hiroshima, la forza dell’onda d’urto dell’acqua che precipitava a valle.
Più di 10.000 di militari aiutarono i superstiti.
I colpevoli non furono mai condannati.

Foto: La camminata sul Vajont ph. © Giovanni Cecchinato 2016


more: Vajont_English.pdf (18.55 KB)

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Le domande del bianco e nero. Parte tre

08-09-2016 04:26

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Le domande del bianco e nero, ovvero del "meglio avere dubbi che avere solo certezze"
Piccolo vademecum ai quesiti del fotografo proto-cosciente.
Critica un sapiente e lo renderai ancor più sapiente. Critica uno stolto e ti farai un nemico.

Parte Tre - La post-produzione e la stampa

Ed eccoci arrivati alla terza parte.

Qui si aprono molte diatribe, dal post-prod si, al post-prod no. Fatto sta che da sempre su questo campo ci si è scontrati in molti, e con molte discussioni su di uno o sull'altro fronte.

Forse non a caso in questi giorni mi è capitato sottomano un articolo con intervista ad uno degli stampatori più influenti della scena milanese (forse mondiale) Roberto Tomasi. Qui l’articolo. Le considerazioni da lui fatte sono interessanti e a mio avviso tutte apprezzabili. Senza nulla togliere allo sviluppo analogico, le riflessioni sul futuro della stampa digitale sono realistiche. 

Storicamente il lavoro di un bravo stampatore era molto complesso, uno scatto buono era già frutto di un lavoro precedente soprattutto mentale da parte del fotografo , ma doveva venire necessariamente rifinito dallo stampatore. Un esempio sono queste foto di Thomas Hoepker su di Muhammad Ali, e una di Bob Henriques di HCB, ma esistono molti altri esempi.


Bob Henriques


Thomas Hoepker

A breve distanza di tempo la polemica su Steve Mc Curry ha acceso dibattiti polemici su tale pratica ... Ma se possiamo fare un ragionamento, a mio avviso, il tutto ha il limite definito dalla personalità, dal linguaggio, o dal pensiero espositivo dell’autore. Quindi il processo di post-produzione ai giorni nostri non si sottrae al compito di completare la valorizzazione del nostro scatto e questo richiede una buona dose di conoscenza e di tecnica. Senza andare a sbordare nel pacchiano o nel kitsch.

Tecnicamente dobbiamo arrivare ad un estrazione del nostro file RAW che sia quanto meno allineata con i profili che abbiamo impostato sulle nostre fotocamere. Dobbiamo conoscere a fondo il nostro estrattore RAW (sia esso Adobe CR, Lightroom o Capture One) (io propendo per l'ultimo) e arrivare alla nostra estrazione di un file Psd il più possibile pronto ed esente da vizi ed errori. 

Ricordando poi che nell’intervallo tra il bianco 255,255,255 ed il nero 0,0,0 esistono (guardaunpò) 254 gradi di grigio…. che sarebbe bene non diventassero alla fine solo 2/3 per moda o per imperizia… non sò se mi spiego …

PS!!! Ecco a cosa serve quell’immagine che ho allegato in evidenza all’apertura dell’articolo… che io uso come riferimento.

Ed ora proviamo a farci le domande inerenti alla post-produzione (sono solo alcuni spunti !!)

- Ho lavorato con i profili giusti tra la camera e l’estrattore raw?
- Ho gestito bene il contrasto?
- Quanto necessita un controllo per singolo colore, al fine di creare le giuste differenze di bianco e nero? Ergo: dall’immagine a colori ho prodotto un bianco e nero fedele?
- Ho capito bene come ritrovarmi un bianco non bruciato nell’immagine? (dunque NON 255,255,255) e mi rimando ai controlli da effettuare durante lo scatto!!
- L’immagine dove dovrà essere pubblicata (web o stampa?)
- Sto lavorando in maniera di preservare tutte le informazioni all’interno del file?
- Ho individuato le aree da schiarire e quella da scurire?
- Ho deciso il metodo con il quale andare a scurirle o schiarirle?
- Ho valutato se croppare l’immagine per darle maggior senso compositivo?
- Ho valutato prima di tutto, se l’immagine deve venire stampata, come trattarla?
- Successivamente ho pensato agli algoritmi migliori per portarla su web e farla apprezzare al meglio senza perdere definizione o avere eccessive maschere di contrasto?
- Ho intrapreso una visione di prova valutando i profili di uscita stampante / carta?
- Il profilo finale dell’immagine è adatto al web o alla stampa?

Per me queste sono le domande principali, e continuo a ripetere che poi, ad ognuno debbono sorgere le proprie e nel porsele ... trovare le strade per risolverle.

Fino a che ci creeremo i giusti dubbi, avremmo modalità di crescere, mantenendo la giusta fiducia nella nostra visione e la volontà di raggiungere i nostri progetti.

D’altra parte il piccolo sentiero che abbiamo percorso, ci ha fatto capire che non esiste uno scatto in sè che non sia preceduto da un pensiero e seguito da un lavoro di sviluppo.

"La fotografia non è facile, soprattutto per i fotografi" (S. Benedusi)

Adesso vi lascio ai vostri pensieri ed ai vostri scatti.

Ed qui ho finito con il tediarvi … :-D 

Ciao!

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Le domande del bianco e nero. Parte due

08-09-2016 04:22

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Le domande del bianco e nero, ovvero del "meglio avere dubbi che avere solo certezze"
Piccolo vademecum ai quesiti del fotografo proto-cosciente.
Critica un sapiente e lo renderai ancor più sapiente. Critica uno stolto e ti farai un nemico.

Parte Due - Durante lo scatto

Ciao a tutti.

Innanzi tutto vi ringrazio per aver contribuito alla discussione sul tema.

E come mi è stato fatto presente, è vero che tutta questa serie di domande, riguardano molto (ma non solo) i fotografi che scattano in digitale e che convertono in bianco e nero.

Ma ritorniamo al nostro discorso ed ai nostri dubbi ... i miei dubbi ...

Parto con una mia considerazione su ciò che dovrebbe essere e invece non è.

Il mezzo digitale ci fornisce una risposta immediata alla nostra visione sul mondo, il suo controllo, la conoscenza tecnica della macchina fotografica in nostro possesso dovrebbe consentirci un immediata padronanza del momento creativo.

Quindi la fotografia digitale con tutti questi vantaggi, dovrebbe aiutarci ad avere certezze in merito a quello che stiamo fotografando , ma mi domando perchè ciò non accade (e lo vediamo nei risultati) anzi, pare venga inibita la voglia di pensare prima a ciò che stiamo facendo, creando una condizione compulsiva di scatto. Cosi capita che, nonostante le innumerevoli possibilità che ci vengono date sul controllo dell’immagine, per pigrizia o per imperizia, scattiamo senza controllare ciò che stiamo facendo. Allora accade che oltre alla mancanza di pre-visualizzazione, siamo anche deficitari nel controllo tecnico del mezzo che stiamo usando. Quindi una prima domanda fondamentale riguarda la conoscenza tecnica dei mezzi che stiamo usando. (in pratica: conosco come le mie tasche questa macchina che sto usando?)

Un altra considerazione che mi vien da fare è quella che una foto tecnicamente buona , (e qui ribadisco che tutto questo pistolotto ha lo scopo di fare qualche domanda sulla tecnica fotografica), è quella che digitalmente proviene da una buona foto a colori.

Perché se la foto a colori è giusta/buona lo sarà anche postprodotta in bianco e nero. Quindi non sarò esente da una corretta calibrazione del bianco, la gamma dei colori dovrà essere gestita pre-scatto e solo dopo che ciò sarà corretto ed a posto, potremmo avere a disposizione uno scatto da poter convertire felicemente in B&N.

Resta inteso, che non voglio qui addentrarmi profondamente anche nelle tematiche di composizione/contenuto/forma, neppure per ciò che riguarda il contatto od il rapporto che intercorre con il nostro soggetto (sia esso cosa o persona) … tento solo di innestare una forma di pensiero precedente allo scatto che ci aiuti a creare meglio la nostra fotografia finale od il nostro progetto.

A mio avviso lo scatto dovrebbe essere già bello e pensato prima, o cercato e atteso almeno intuendone le forme. E solo nella difficoltà di questo atteggiamento che ritroviamo gli scatti di grandi autori. Questo pensiero riguarda tutta la fotografia e non se stacca mai. Pertanto il nostro bagaglio di conoscenza e di cultura sugli autori e sulla fotografia, non ci deve mai lasciare e ci deve essere sempre di aiuto e fare parte del nostro skill. Così cercando di capire le difficoltà o le domande che gli stessi autori si sono fatti e la loro ricerca delle soluzioni.

Ed ora proviamo a farci le domande inerenti allo scatto.

- Ho letto/percepito tutte le differenze di esposizione che vedo nel mirino?
- Quanti stop ho di differenza tra le alte luci e le basse?
- Le alte luci sono bruciate?
- Le basse sono leggibili?
- Ho letto l’istogramma che deriva dallo scatto?
- Sto facendo l’esposizione giusta?
- Sto inquadrando in maniera corretta?
- Dove ho messo il soggetto? Dov’è il “punctum”?
- Sono certo che l’obiettivo che sto usando sia il più indicato per questa scena?
- Saprò trattare tutte le tonalità che vedo ora a colori?
- Ho fatto un buon ragionamento sul tempo/diaframma? Posso enfatizzare la scena cambiando il rapporto?
- Ricerco il dettaglio o l’enfasi?
- Devo documentare oppure creare una sensazione?
- E’ una ricerca grafica dove allora il contrasto è d’obbligo? (però senza bruciare le alte luci!)

Insomma, non dobbiamo mai fermarci di chiederci qualcosa, sopratutto quando vogliamo creare delle buone immagini.

Che poi, ripeto, questo è un discorso forse più tecnico, se poi parliamo di contesto, forma e messaggio … allora … apriti cielo!

Spesso, fronte di immagini scadenti ma comunque ostentatamente esposte, sentiamo a replica delle scuse sull’atto, o sulla mancanza di quello o dell’altro … La fotografia è l’arte della soluzione, non della scusa … infatti in un detto di J.F.Kennedy si riassume il tutto “Gli uomini vincenti trovano sempre una strada...i perdenti una scusa” …

Vi rimando a questa visione del bianco e nero autoriale (leggetelo bene e con calma) ... che ha anche una enorme carica poetica, l''autore non ha bisogno di presentazioni... e la considerazione principale è: che una brutta fotografia a colori che viene portata in bianco e nero, rimane una brutta fotografia... leggete qui questo bellissimo articolo di blog...

Alla prossima ed ultima riflessione, inerente la postproduzione.

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Casa Bossi, Novara

Casa Bossi è uno splendido edificio eretto nel 1859, che nobilita affacciandosi sul Baluardo, uno degli angoli più belli di Novara. Edificio pensato dall’architetto Alessandro Antonelli, già conosciuto per la Mole Antonelliana di Torino, rappresenta uno dei capolavori del neoclassicismo in Italia. Per evitare il degrado, un gruppo di cittadini si è reso promotore di un “Comitato d’Amore per Casa Bossi“. Insieme sono riusciti a creare delle attività di promozione che hanno permesso di recuperare a mano a mano la originaria bellezza del palazzo.

Nata una profonda simpatia per l’iniziativa e invitato ad esprimere la mia visione del luogo, ho prodotto questo insieme di fotografie, che vi invito a guardare a questo link, della sezione portfolio.

A questo link, invece, troverete il sito ufficiale di Casa Bossi, dove potete trovare molte informazioni sul bellissimo palazzo.

Di recente oltre ad essere location per molti avvenimenti ed iniziative legate al mondo della moda, vi hanno girato il loro ultimo video i Negrita con il singolo “Il Gioco” (qui il link)

Se vi piace il progetto, diffondete l’articolo o le foto del portfolio, con social che più vi aggradano e, magari riusciremo a fare un pò di divulgazione di questa seria iniziativa.

Ringrazio Roberto Tognetti e Paola Scampini per avermi introdotto nel magico mondo di questa casa e il Prof. Riccardo Caldura per avermi fatto da tramite.

Grazie a tutti!

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Gabriele Basilico, Ascolto il tuo cuore città

Milano, Unicredit Pavillion, dal 18 dicembre 2015 al 31 gennaio 2016.
- - -
Ecco il primo articolo di questo 2016, basato su una delle ultima giornate del 2015.

Una bella gita a Milano a vedere la spettacolare mostra di Gabriele Basilico, “Ascolto il tuo cuore città”. Una mostra antologica a qualche anno dalla sua scomparsa. In un posto veramente bello, l’Unicredit Pavillion, nello spettacolare quartiere di Porta Nuova a Milano. Simbolo di una edificazione bella e futurista. Con una piazza che attrae visitatori forse più di tante storiche piazze italiane.

A parte il viaggio piacevole e la compagnia di due amici ed un bel sole che non vedevo da quasi un mese (visto il dominio incontrastato della nebbia in questo passato dicembre), la visita all’esposizione è stata ricca emozioni e sorprese. Una scorsa tramite i lavori più acclamati di Gabriele Basilico, che lo hanno portato ad essere un riferimento fotografico non solo per i fotografi italiani, ma anche per i fotografi stranieri.

Il titolo della mostra contiene una citazione intrinseca al lavoro di Alberto Savinio, che nel 1944 scrisse “Ascolto il tuo cuore città”, profondo ragionamento pieno di speranze per il futuro in una Milano appena uscita dai bombardamenti bellici ed in procinto di ricrearsi. Forse implicitamente un augurio che lo stesso fotografo rifà alla sua amata città, o forse un accorato e sincero sentimento di amore per questo luogo.


L’interno dell’ Unicredit Pavillion

La struttura della mostra affronta i temi principali della carriera di Gabriele Basilico, “I porti di mare” “Beirut” “Ritratti di Fabbriche” “Porta Nuova” ed altre immagini a colori famosissime di alcune megalopoli mondiali ritratte con il suo particolarissimo sentire, “Metropolis”.

Una serie di filmati che lo ritraggono giovanissimo ma già autore acclamato, riprendono i temi che lo hanno contraddistinto ed il “fine sentire dello sguardo” padre del suo “vedere lento”. Un insieme di fotografie (150) molte di grande formato, che fanno vagare lo sguardo alla scoperta di dettagli infinitesimali ma non per questo poco importanti.

In un bianco e nero strepitoso, così come nella gestione del colore sempre posato e morbido, tutta la mostra contiene una visione dell’Italia che potrebbe da sola esprimere tutta la nuova urbanità, ed il nostro habitat attuale. Una specie di riferimento enciclopedico che dovrebbe fare da pietra miliare dello sviluppo del nostro territorio. Senza escludere le visioni delle altre metropoli mondiali che da sole basterebbero per essere rappresentative della vita umana attuale se dovessimo parlare di noi a dei popoli alieni.

Non mi dilungo oltre, vale la pena prendere l’auto od il treno ed andarla a vedere, lascerà in ognuno di voi una nostalgica sensazione, ed un sentimento di vuoto per la scomparsa di una persona così importante, capace di interpretare il nostro mondo tramite il suo obiettivo.

Qui il link ufficiale alla mostra.


Unicredit Pavillion, Gabriele Basilico – Milano

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SI Fest Savignano sul Rubicone

L’appuntamento con Savignano Immagini è uno di quelli a cui un buon appassionato di fotografia non può rinunciare. Vista la densità di mostre presenti e di personale addetto ai lavori.

Sono partito da Mestre, ed in un paio di ore il paese di Savignano sul Rubicone mi ha ben accolto con un bel sole, che poi comunque nella giornata avrebbe lasciato a tratti il palco per lasciare il posto ad un a pioggerellina leggera ma non fastidiosa.Tutto il paese è organizzato per contenere in questi tre giorni un insieme di iniziative di tutto rispetto: esposizioni, incontri, dibattiti, letture portfoli, insomma un concentrato di attività fotografica.

Devo dire che le mostre che ho visitato erano molto belle ma alcune erano sicuramente di un livello qualitativo enorme. Mi riferisco, ma forse qui sono un po di parte, al lavoro di Gabriele Basilico sull’Iran 1970, lavoro giovanile ma con tratti di maturità enormi. Questo a confermare le doti ed il talento del giovane fotografo che sarebbe diventato un riferimento per molti pochi anni dopo. Il corpo lavoro rieditato dalla moglie Giovanna Calvenzi e diventato un libro e fà scoprire con stupore dopo 45 anni questi scatti taciuti.

La sezione dedicata invece a Mike Brodie intitolata “A period of a juvenile prosperity” mi ha letteralmente fatto sobbalzare. Quando si dice talento, visione, fotografia, tutto questo viene riassunto in un ragazzo di diciassette anni che si sposta con i treni in una terra sconfinata come quella tra l’Arizona e la Florida per andare a trovare i propri amici. E intanto fotografa. E’ l’unico caso che posso appurare di un fotografo che ha talento anche senza esserne conscio, e non come supposto dalla totalità delle giovani leve che si affacciano alla fotografia. Tanto è vero che nel suo lavoro si respira questa mancanza di presuntuosità e viene confermato dal fatto che, scoperto e diventato un apprezzato fotografo dai media americani, ed emulato da centinaia di aspiranti nei toni ma non nelle intenzioni, lui abbia deciso di continuare a fare il meccanico e non altro.

Molto bello il lavoro di Martina Bacigalupo e come al solito le foto oniriche di Paolo Ventura che raccoglie le sequenze di Douane Michals e ne trae una visione personale. Anche tutti gli altri autori sono sicuramente interessanti, ma nell’insieme questi mi hanno raggiunto particolarmente. Alla fine, in questa kermesse, ho anche incontrato vecchi amici ed è nata l’occasione per bere assieme un havana-cola alle 3 del pomeriggio mentre qualcuno si fumava beatamente un sigaro ed il tutto è diventato un bel momento di rilassamento e di piacevole dialogo.

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Steve McCurry, From this hands Venezia Arsenale

Steve McCurry
From this hands: A journey along the coffee trail
Venezia, Arsenale, Tesa 113
dal 23 Settembre all’8 Novembre


Venezia alla mattina presto con la bora chiara che spazza le nubi.
La via delle Fondamenta Nove, praticamente nessuno intorno. Ho deciso .. vado a piedi …

Due giapponesi si fermano, continuativamente, a fotografarsi. Ma i capelli coprono ogni volta i volti. Riprovano. E ancora …
Seguo tutto il percorso delle fondamenta (arriverò tra un oretta), sono esposto a nord-est …. tira forte questa bora. Chissà com’è il mare fuori?
Vedo le ochette in tutta la laguna, chissà com’è al largo? (mi ripeto). I vaporetti vengono letteralmente spinti dal vento.
Ho trovato la Callas che mi salutava. Ma poi mi sono accorto che salutava anche altri. Tutti. Flighty….
Venezia di mattina col sole basso delle 8, in questo settembre, è onirica.
Ombre lunghe da est che cozzano contro i muri rossi delle case di Canareggio.
Di fronte a me San Michele e Murano splendono, con il contrasto di un cielo terso, che mi fà vedere le Prealpi friulane, da Piancavallo in poi. Mi pare che siano qui. Le posso toccare … no … lascia perdere.
Devo chiudermi la giacca… e anche il bavero, il vento mi infastidisce il collo.
Tra le case abbandonate in riva, cresce ogni tipo di erbaggio … è curioso … ma non per la fondamenta, per la via, spazzata dal salso, ma sulle pareti, in alto, dove l’acqua piovana arriva… strategie di sopravvivenza floreali.
Passo in fianco all’ospedale, rampe, tecnologia, organizzazione, dopo un minuto di cammino, il cenciaiolo, lui si scusa, ma si chiama “straseta” (straccetto). Ci Convive? Contrasto di luce, contrasto di vita.
Passo dentro, al riparo, sono arrivato a Castello, almeno per un po … non prendo il vento in faccia. Il sole passa tra i pertugi delle case e dei campielli. Le ombre lunghe tornano a salutarmi e la luce dorata rimbalza su ogni cosa.
Ma devo ri-uscire, all’aperto, per superare l’Arsenale … e farmi la passerella, rivedo Murano, da qui è proprio bella.
Dai … ecco l’entrata, Il Thetis è proprio nascosto, faccio fatica a trovare dove hanno allestito la mostra.
Poi la trovo e finalmente posso vedere l’esposizione.

L’enorme struttura è riempita da tanti libri enormi, che aperti, al posto delle pagine, hanno ognuno due foto di Steve McCurry retroilluminate. L’installazione è stata curata da Fabio Novembre e non c’è niente da dire sulla scenicità di tutto l’impianto. D’altra parte, lui, è uno dei talenti italiani più riconosciuti. Una musica pervade l’aria, stile “il Gladiatore”. E’ molto marcato l’aspetto epico del tutto … a me un po stomaca …
A quanto pare la Lavazza non ha badato a spese.
Di sicuro le foto sono belle, curate, colorate, come d’uso del famoso fotografo.
Ma ogni foto mi racconta di una cura enorme, eccessiva, nell’uso della luce … ambiente … più sapienti flash .. schiarite … qualche volta con ritocchi anche eccessivi in postprod, che mentre in certi ritratti emergono anche le porosità della pelle, in altre spariscono a mò di modella plasticata.
Di sicuro un lavoro enorme, ma che non mi sento di elogiare, chiaramente sempre in maniera del tutto personale. Mia opinione personale. Solo personale.
Piacerà sicuramente a molti … a me non troppo.

Dopo un po esco, eravamo in due a guardare la mostra. Forse per via del fatto che è mattina ….
Torno ai Bacini … questo giro torno con il vaporetto, una mezz’oretta di viaggio e sarò di nuovo a piazzale Roma.
Mi siedo e mi assaporo il rientro, mentre l’acqua della laguna gioca animosamente con il vento ed il finestrino.
Due ragazzi inglesi sorridono e mi domandano informazioni. Mi sà che stanno rientrando in patria, guardano tutto estasiati. Sono felici, catturano gli ultimi istanti …. Devono essersi appena sposati. Sono sempre appiccicati. Si .. secondo me .. si sono sposati da poco….
Belli.

Dopotutto … ho fatto una bella camminata … si … Venezia vale sempre la pena …

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