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La pioggia in lontananza

La pioggia in lontananza
(SS14)
03/09/2017

Sono passati 30 anni da quando tu, eri ad un mese dal compierne 20.
Un giovane ragazzo, di una famiglia normale, in un Italia che, in quell’87, fin troppo voleva crescere e diventare diversa.
Dovevi fare la maturità.
Ed è cosi che con tutti gli amici, della stessa classe, ed i professori avete festeggiato, a Jesolo.
La fine di una avventura.
La fine dell’adolescenza.
E ti eri fatto un regalo speciale … un biglietto per il concerto degli U2. A Modena.
Joshua Tree Tour.
Lo aspettavi da tempo.
Non ci saresti mai andato.
Ti facevi il conto alla rovescia.
Ma non sapevi che lo stavi facendo alla tua vita.
Sei morto senza sapere neanche perchè.
Su quel ponte a Portegrandi, su quel muretto romanico, con i tuoi tre amici.
Avevate accompagnato a San Donà di Piave, un vostro compagno e poi tornavate a casa.
Per quella strada che oggi, ho rifatto dopo molto tempo.
Un componente ha ceduto, voi siete andati a schiantarvi.
Alle 4.03 di quella notte, mi sono svegliato.
(poi qualcuno mi ha detto che, presumibilmente, era l’orario dello schianto)
Alle 4.03 mi sveglio da 30 anni.
E vado a bere un po di acqua.
Quella strada mi ha portato via molto.
Oggi l’ho rifatta.
Forse il tempo.
Forse la pioggia distante.
Forse il blu delle nuvole.
Avevo la macchina fotografica con me.
Sono uscite queste foto.
Parevano essere in sintonia con la mia anima.
Macchine e pioggia in lontananza.
Blu.
Gli inglesi usano il termine blue per indicare la tristezza, la melanconia.
Si …
Blu e pioggia in lontananza.
Ne sento l’odore.
Le macchine corrono, ognuna posseduta da un sacro fuoco di velocità.
Piccoli ordigni.
Inconsapevoli della loro letale potenza.
Hanno tolto il muretto sul ponte.
Messo un guarda-rail.
Tanti semafori.
Rallenta.
Dicono.
Io, avrei voluto fermarti, io, quando ti ho visto per l’ultima volta.
Averti almeno abbracciato forte.
Ho solo potuto comprarti una bara, dopo.
Ti ho vestito nei tuoi resti.
E ti ho pianto in silenzio, ma neanche tanto.
Quando mi ubriacavo fino al vomito.
Oggi ti parlo, e ti ricordo, tramite queste foto.
Almeno non mi faccio del male.
Fratello mio.















Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

La fotografia del territorio e Insta-Mestre





Ciao a tutti,
inizio oggi questa rubrica, che si occuperà di fotografia, non per quella che può essere una considerazione generale o di massa, ma visto che devo cercare di parlarne io, per quella che è la mia ventennale esperienza professionale e la mia continua e mai finita (mai finirà), curiosità culturale e passione per questo ambiente. Mi scuso in anticipo però, per la mia, forse non precisa, maniera di scrivere.

Comincerò questo primo articolo, parlando di un progetto a me caro, poiché riguarda la nostra città, Mestre.
Risulta anche abbastanza adeguato con il tema del gruppo “Mestre Mia”, visto che nel tempo ho avuto modo di sviluppare più di un progetto di analisi fotografica sul territorio urbano della città che assieme viviamo.

Parto parlandovi di un mio grandissimo interesse che nacque dalla visione delle fotografie di un grande maestro quale era Gabriele Basilico nel 2001, proprio su di Mestre, che mi stupì profondamente poiché mi consegnava una visione della nostra città molto precisa e analitica.
Quel lavoro ha evidenziato degli aspetti peculiari di Mestre nel 2001, magari più “banali” all’occhio del suo abitante, ma proprio perché “non giudicati importanti” di conseguenza ”non osservati” riemergevano prepotenti nelle foto di Gabriele Basilico e poichè “visti” reclamavano giustizia ed interesse.

Ecco che nel corso degli anni una maggiore consapevolezza visiva e tecnica, ed il ricordo di quell’esposizione, mi ha fatto approcciare e delineare un progetto che mi ha permesso di documentare la nostra città non solo per come la sento io ma per come può essere rilevante ma, penso, “utile” documentarla.



Però prima di parlare di ciò, vi inoltro su alcuni minimi dettagli storici che rappresentano l’origine di questo tipo di fotografia, chiamata “Fotografia di territorio” o come usano definirla oltreoceano “New Topographics - A man altered landscape” (il nome prende origine da una grande mostra a proposito della mutazione dei territori americani dal dopoguerra in poi, fatta negli anni ’70).
Infatti, se pensiamo allo sviluppo industriale del secolo scorso ed il suo successivo passaggio al post-industrale, pensiamo anche alle estreme conseguenze patite dal secolare processo della natura che diventava così schiavo di una progressiva artificializzazione del mondo e dei suoi paesaggi.
A differenza dei secoli passati il processo romantico (tipico del ‘700 e ’800) tra il “paesaggio costruito” ed il “paesaggio naturale”, è lentamente sparito lasciando lo scettro a dei mutamenti radicali nel segno del caos.

Necessitava e diventava vitale in quegli anni, documentarlo con il mezzo più immediato ed utile, la fotografia.

Ecco che allora, anche in Italia la “fotografia di territorio” che ben accetta dunque l’idea della “New Topographics”, ha cominciato ad occuparsi di descrivere le mutazioni dei paesaggi e le metamorfosi che hanno portato gli stessi ad evolversi da grandi spazi agresti a spazi urbanizzati.
Nasce e si aggrega in quel periodo un nucleo di capiscuola che hanno fatto della loro visione dei territori, un tratto distintivo in un crescente mare di immagini fotografiche.
Parlo di Luigi Ghirri, Arturo Quintavalle, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, William Guerrieri, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella, Francesco Radino, e molti, molti altri, magari poco conosciuti al grande pubblico, ma che diventeranno importantissimi ai giorni nostri per i lavori fotografici eseguiti in quegli anni.

Questi grandi “prelevatori di immagini” che si apponevano ai colleghi americani, (ricordo solo i miei prediletti quali Stephen Shore, Lewis Baltz ed Walker Evans senza però dimenticare la scuola europea di Dusseldorf con i coniugi Becher) hanno creato un Atlante di un’Italia in fase sia di espansione urbana che di modifica stravolgente dei suoi paesaggi.
Nel contempo hanno documentato tutti i risvolti positivi e negativi di questa metamorfosi, con linguaggi fotografici che spesso sfioravano la poesia, come nel caso di Luigi Ghirri.
Partendo dalla visione di Italia del dopoguerra in pieno sviluppo economico, per arrivare ai giorni nostri.
Ne parla molto Roberta Valtorta in un suo bellissimo libro che si chiama “Luogo ed Identità nella fotografia italiana contemporanea” per cui rimando gli interessati a questo volume di rara precisione, dedicato sicuramente ad un lettore competente.

Perché vi parlo di ciò? Perché quando parliamo di “fotografia di un territorio”, dobbiamo partire da dei presupposti ben precisi, che non sono il semplice fotografare qualcosa, ma il relazionarsi con il nostro “sguardo verso la città”, con il nostro luogo, e razionalizzare la nostra visione al fine di creare il nostro racconto dei posti, così come suggerito e concretizzato da tutta la fascia dei fotografi della “New Topographics” .
Cercando di capirne i tratti distintivi con attenzione e pazienza, e basandoci sulla “sua storia”.
Gabriele Basilico usava dire che bisognava avere uno “sguardo lento”, io aggiungo (ma non sono il solo) che bisogna avere uno “sguardo progettuale e acculturato”, inteso a raccontare non la parte “fenomenale” ma bensì la parte più “anonima” e “quotidiana” dei luoghi per raccontare al meglio la “medietà” del vivere moderno.
Non tramite il “guardare di più” ma il “guardare meglio”.
Non a caso le periferie e gli aggregati cementizi rappresentano al meglio le “città medie” dove abitiamo.
E dopo tutto, Mestre rappresenta l’archetipo della “città media” del tri-veneto.



Passati i tempi della “fotografia emozionale” o della “fotografia dell’attimo” (escluso il “reportage fotografico” nel senso più stretto del termine) , perchè oramai inflazionati e ridondanti nel bacino di deposito delle immagini che troviamo nel web, la “fotografia documentaria del territorio” rimane un importante tema nel descrivere i tempi ma sopratutto i luoghi dove l’umanità vive.
Rendendo così possibile una analisi dell’evoluzione abitativa e della necessità di aggregarsi comunemente accordata nel condividere spazi e luoghi.

Ora passo però ai miei diretti risultati.
Con questi presupposti nel 2011 mi sono approcciato a descrivere il mio territorio, la mia città, cercando prima di tutto di avere bene in testa un metodo ed una visione complessiva di tutto il lavoro che avrei fatto, e dopo quattro anni, nel 2015, sono riuscito a concretizzare “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Ma questo progetto ha subito ben tre ripensamenti nel corso di questo periodo e un esempio precedente ad Evolutio Visio (che ne è la concreta risultanza) è visionabile qui



“Insta-Mestre” voleva essere una seconda visione (dopo un primo progetto che non ha dato una sufficiente soddisfazione) , fatta usando Instagram, della Mestre che percorrevo e guardavo quotidianamente usando un mezzo sempre disponibile, quale il telefono, ma il risultato finale, per quanto interessante, era deficitario di un esame critico ed asettico del visibile.
Ero sicuramente inteso (o succube) ad una parte emotiva, e forse molto “low-fi”, il tutto dovuto al mezzo di ripresa.
Era inteso, ad esempio, ad un maggior dettaglio dei luoghi ripresi. Dettaglio che sarebbe poi sparito in “Evolutio Visio” per dare spazio ai volumi abitativi nel senso più ampio.
Inoltre il senso di “non -luogo” emergerà di più nella fase di “Evolutio Visio” che in “Insta-Mestre”.
Infatti nell’ultima fase la mancanza voluta dell’elemento umano rende ancora di più straniante ed “in attesa” le parti della città riprese, quasi ad indurre ad una voglia di “essere abitate” o ad una sensazione di “eterna attesa”.

La prossima volta ve ne parlerò meglio.
Spero di non avervi annoiato e, scusatemi se non sono stato sufficientemente chiaro, i vostri commenti in merito saranno graditi.




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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

Il ricordo e l'ora magica

28-03-2017 19:45

tags: poesia, bologna, ricordo, deus,

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Una musica riaffiora il ricordo,
mentre guardavamo il mondo ed i nostri disaccordi.

Era l’ora magica,
e guidavo,
senza riuscire a staccare la mia mano dalla tua.

La luna ci guardava abbracciati
e convulsi
in quella stanza,
sopra i tetti di Bologna,
fatta di vetri
senza tende,
senza nessun ritegno,
ne pudore,
un letto perennemente sfatto,
valigie sempre pronte
a fuggire,
per chi sa quale direzione
e quale motivo.

Erano incontri
come di suoni di violini elettrici
urlanti,
baci che aspiravano l’anima,
eterni cristalli
di umida
e profumata saliva,
fatti per svelare la pace
di cuori
in un tumulto d’amore perenne.

Petali di fiori di pesco,
soffiati da una brezza di primavera,
tiepida e profumata,
come i tuoi capelli
mentre passavamo
ed il mio pensiero era acceso
come mille fonderie di acciaio,
che turbinano e fagocitano e vomitano
fuoco e metalli.

Ma ogni ora magica
finisce,
e lascia solo una crepa
in un cuore
che diventa solido
senza più battiti,
ma creato nel marmo più bianco
e candido
con scolpito
sopra
un sorriso.

Sentivo,
che erano due vite
pronte ad esplodere,
mentre filavano come razzi verso l’infinito
dello spazio siderale
nel freddo più profondo.

Due ballerini separati
tenuti assieme
solo dal magnetismo indotto
del loro desiderio assetato.

E ti dicevo
che averti
era come un mangiare,
alla tavola degli Dei.

Ma quello che è restato,
dopo
è un misero fast food
di periferia
pieno di vita sudaticcia
melodorante e
persone sgradevoli
e grassoccie
e superficiali
e hamburger scaduti.

Come potrei nutrirmi allora?
ancora
se non ho la tua anima
accanto alla mia,
se
non vedo i tuoi occhi.

Il disastro ideale,
che ci ha accompagnato
sempre,
ma si teneva
a debita distanza,
pronto al suo
colpo di scena
più letale.

Anni vissuti in un sogno di fuoco,
hanno partorito,
una vita da vivere
in un quotidiano
e abitudinario
e rassicurante
gelo.

Resta una canzone e
il ricordo della tua pelle
sotto le mie dita,
il tuo profumo,
le tue morbide gambe,
mentre le parole d’amore sono sepolte,
e gli orgogli bugiardi di entrambi
spediti
veri colpevoli
sulla sedia elettrica dell’inutilità.



Quale pensiero ti assedia



Quale pensiero ti assedia

Quale pensiero ti assedia?
Quale sera ti accende,
il liquido ricordo?
Durante il disperato tentativo, alquanto futile e vano,
di allineare la tua vita?
Sereno,
il mondo,
procede (senza di te),
verso la sua notte.

Venezia maggio 2015

© Giovanni Cecchinato 2017


Giudecca_Atto_01.jpg

170120 SS51 Fadalto e Cansiglio


SS51 di Alemagna - Immagini da una desistenza.








Nel lavoro di rilevazione della SS51, che stò affrontando da oramai 6 mesi insieme all’Arch. Angeli, più volte ci siamo imbattuti in panorami di tutto rispetto che anticipano, nella fascia prealpina, la maestosità delle Dolomiti.
La SS51, che partendo da San Vendemiano a Conegliano, arriva a Dobbiaco, rappresenta il ricordo della più grande via di comunicazione tra l’Europa e Venezia originariamente chiamata "Via Regia".
La stessa via è stata più volte utile alla Serenissima Repubblica per far arrivare i legnami del Cadore che sono serviti per la sua edificazione, tramite il fiume Piave, assieme a tutti i chiodi ed i ferri necessari alla sua costruzione, prodotti nelle fucine della val Zoldana.
Nel secolo passato un ampliamento è stato strategico per la nuova industria del turismo diretto nel Cadore e come dimenticare che tutta l’energia elettrica che alimentava la produttiva Marghera proveniva da queste valli (non a caso il Vajont, che ho ricordato in questo post ).
Dunque una attivissima parte di territorio solcato da questa arteria stradale che permetteva la circolazione di uomini e cose.
Ma si sà il progresso non smette mai di chiedere vittime e nella sua velocizzazione la nuova via chiamata A27, più grande e connessa con le autostrade di pianura, ha costretto la SS51 mano a mano a spegnersi di vita o a rivedersi negli utilizzi.
Tutte le attività turistiche perse o in lenta scomparsa, poca circolazione di mezzi, 70 km di poco o niente (come sulla "Cavallera" vecchio inerpicamento alle porte di Tai di Cadore).
Paesi spenti e rimasti all’osso come Macchietto con 19 persone, Ospitale con poco più di 150 persone, e così via.
Ma per tornare ai panorami e alle cose da vedere, senza addentrarsi nei problemi non da me risolvibili, questa foto ci mostra dal Col Visentin, lo sviluppo della strada SS51 (in basso) dallo scavallamento del Fadalto verso Belluno. Di fronte la Piana del Cansiglio ed in bella vista il Lago di Santa Croce con il Col Mat ed il Col Nudo.
La giornata in cui ho scattato questa foto era tersa e secca e rendeva la visione freddissima con ombre bluastre e potenti.
L'immagine è ripresa nel gennaio 2017 con Arca Swiss Rm3Di con Schneider 35 mm, dorso Phase One IQ160, sviluppo in Capture One 9.
La foto fa parte del progetto, non ancora pubblicato ed in corso d'opera "SS51 di Alemagna - Immagini da una desistenza".
In collaborazione con l'Arch. Alessandro Angeli.


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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

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