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Liquido Confine II

Liquido Confine II
12/09/17

Questo progetto fotografico dovrebbe essere collegato a dei ragionamenti sull'evoluzione della metereologia terrestre, ai cambiamenti climatici in atto ma il discorso diventerebbe enorme.
Perché è difficile raccontare con le immagini, ciò che accade sulle nostre coste durante l'autunno e l'inverno.
Siamo tutti collegati al fatto che il mare e la spiaggia siano delle cose legate unicamente all'estate.
Sole e abbronzatura.
Poi ce ne dimentichiamo.
Nella sola costa di Bibione nel 2016 si sono stanziati 3 milioni di euro per la gestione degli arenili.
La Regione Veneto ha investito due milioni di euro, nell'unico progetto "REDUNE" partito nel 2017.
E sono "solo" una parte dei progetti aperti.
Ogni anno si investe per cercare di recuperare il litorale che il mare ha portato via, durante l'inverno.
Poi mentre noi, ce ne stiamo negli uffici a lavorare, al riparo nelle calde case d'inverno.
Li...
si contende, in una guerra senza fine, il dominio del mare sulla terra.
Che sale e vince,
che scende e porta via, come un predone affamato.
In una labile definizione di un confine che non è mai demarcato.
Si muove in continuazione secondo la sua furia temporanea.
E non c'è niente che si possa fare.





Oscilla il fronte
del duello cortese;
insita è l’arma di terra
e di mare nel corpo
loro gettato l’uno
sull’altro, si lotta,
opposti dal giorno
che Dio separò.

A noi che banchettiamo,
sulle coste sognatori,
e beviamo gli sguardi
rosseggianti di vele
e di tramonti, duole
l’arretrare d’arenili
e, lontana, l’eco di crolli.
Altrove di falesie
si nutre l’erosione,
ma remote nascono isole.






Jesolo Marina
01 febbraio 2014
Mareggiata di Scirocco con +125 di acqua alta a Venezia.
Raffiche attorno ai 40 nodi.










Liquido Confine è un progetto di documentazione fotografica della Costa Nord-Adriatica iniziato nel 2012, trovi uno stralcio a questo link



Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dagli autori.
Poesia di Carlo Tosetti - All rights reserved - © 2017
Testo iniziale e foto di Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017




L'onda e la ragione

L'onda e la ragione
Liquido Confine I
07/09/17

Un evento dedicato al mare, alla poesia, alla fotografia.
Ecco come ho conosciuto Carlo, poeta, Tosetti.
Un amica comune ci ha messo in relazione per vedere se dalle mie foto del litorale nord-adriatico, potessero sorgere dei versi.
Un mio progetto aperto dal 2011.
Lo ho chiamato “Liquido Confine”.
Cerca di fermare alcuni momenti durante le mareggiate che investono il litorale veneto.
Si può parlare di erosione e cattiva gestione dell’ambiente costiero.
Volendo.
Non so.
Non ne sono deputato certo io.
Io fotografo.
E mi sembra sia utile documentare.
E’ un lavoro lungo.
Ma chi mi conosce sa che è pane per i miei denti.
Non pensavo però potesse suscitare una riflessione poetica.
Carlo mi ha sorpreso.
Assieme abbiamo deciso di pubblicare alcune sue ispirazioni.
Se piacciono bene.
Altrimenti …
ciao, tutto come prima.





Il periglio sta chino,
è dietro, carponi,
al fronte dell’onda
e non solo attende
l’orzare audace,
il vincere creste che spumano:
si prende le merci,
issate le reti il pescato.

La sussistenza,
che portano a riva
l’oniriche barche,
sbilenche, stanche,
è tutta concessa.
Si gonfiano reti,
perché la tempesta
e i marosi altrove
inghiottono vita.




Foce del Sile - Jesolo
01 febbraio 2014
Mareggiata di scirocco con +125 di acqua alta a Venezia.
Raffiche attorno ai 40 nodi.








Liquido Confine è un progetto di documentazione fotografica della Costa Nord-Adriatica iniziato nel 2012, trovi uno stralcio a questo link




Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dagli autori.
Poesia di Carlo Tosetti - All rights reserved - © 2017
Testo iniziale e foto di Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

La fotografia del territorio e Insta-Mestre





Ciao a tutti,
inizio oggi questa rubrica, che si occuperà di fotografia, non per quella che può essere una considerazione generale o di massa, ma visto che devo cercare di parlarne io, per quella che è la mia ventennale esperienza professionale e la mia continua e mai finita (mai finirà), curiosità culturale e passione per questo ambiente. Mi scuso in anticipo però, per la mia, forse non precisa, maniera di scrivere.

Comincerò questo primo articolo, parlando di un progetto a me caro, poiché riguarda la nostra città, Mestre.
Risulta anche abbastanza adeguato con il tema del gruppo “Mestre Mia”, visto che nel tempo ho avuto modo di sviluppare più di un progetto di analisi fotografica sul territorio urbano della città che assieme viviamo.

Parto parlandovi di un mio grandissimo interesse che nacque dalla visione delle fotografie di un grande maestro quale era Gabriele Basilico nel 2001, proprio su di Mestre, che mi stupì profondamente poiché mi consegnava una visione della nostra città molto precisa e analitica.
Quel lavoro ha evidenziato degli aspetti peculiari di Mestre nel 2001, magari più “banali” all’occhio del suo abitante, ma proprio perché “non giudicati importanti” di conseguenza ”non osservati” riemergevano prepotenti nelle foto di Gabriele Basilico e poichè “visti” reclamavano giustizia ed interesse.

Ecco che nel corso degli anni una maggiore consapevolezza visiva e tecnica, ed il ricordo di quell’esposizione, mi ha fatto approcciare e delineare un progetto che mi ha permesso di documentare la nostra città non solo per come la sento io ma per come può essere rilevante ma, penso, “utile” documentarla.



Però prima di parlare di ciò, vi inoltro su alcuni minimi dettagli storici che rappresentano l’origine di questo tipo di fotografia, chiamata “Fotografia di territorio” o come usano definirla oltreoceano “New Topographics - A man altered landscape” (il nome prende origine da una grande mostra a proposito della mutazione dei territori americani dal dopoguerra in poi, fatta negli anni ’70).
Infatti, se pensiamo allo sviluppo industriale del secolo scorso ed il suo successivo passaggio al post-industrale, pensiamo anche alle estreme conseguenze patite dal secolare processo della natura che diventava così schiavo di una progressiva artificializzazione del mondo e dei suoi paesaggi.
A differenza dei secoli passati il processo romantico (tipico del ‘700 e ’800) tra il “paesaggio costruito” ed il “paesaggio naturale”, è lentamente sparito lasciando lo scettro a dei mutamenti radicali nel segno del caos.

Necessitava e diventava vitale in quegli anni, documentarlo con il mezzo più immediato ed utile, la fotografia.

Ecco che allora, anche in Italia la “fotografia di territorio” che ben accetta dunque l’idea della “New Topographics”, ha cominciato ad occuparsi di descrivere le mutazioni dei paesaggi e le metamorfosi che hanno portato gli stessi ad evolversi da grandi spazi agresti a spazi urbanizzati.
Nasce e si aggrega in quel periodo un nucleo di capiscuola che hanno fatto della loro visione dei territori, un tratto distintivo in un crescente mare di immagini fotografiche.
Parlo di Luigi Ghirri, Arturo Quintavalle, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, William Guerrieri, Guido Guidi, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Vincenzo Castella, Francesco Radino, e molti, molti altri, magari poco conosciuti al grande pubblico, ma che diventeranno importantissimi ai giorni nostri per i lavori fotografici eseguiti in quegli anni.

Questi grandi “prelevatori di immagini” che si apponevano ai colleghi americani, (ricordo solo i miei prediletti quali Stephen Shore, Lewis Baltz ed Walker Evans senza però dimenticare la scuola europea di Dusseldorf con i coniugi Becher) hanno creato un Atlante di un’Italia in fase sia di espansione urbana che di modifica stravolgente dei suoi paesaggi.
Nel contempo hanno documentato tutti i risvolti positivi e negativi di questa metamorfosi, con linguaggi fotografici che spesso sfioravano la poesia, come nel caso di Luigi Ghirri.
Partendo dalla visione di Italia del dopoguerra in pieno sviluppo economico, per arrivare ai giorni nostri.
Ne parla molto Roberta Valtorta in un suo bellissimo libro che si chiama “Luogo ed Identità nella fotografia italiana contemporanea” per cui rimando gli interessati a questo volume di rara precisione, dedicato sicuramente ad un lettore competente.

Perché vi parlo di ciò? Perché quando parliamo di “fotografia di un territorio”, dobbiamo partire da dei presupposti ben precisi, che non sono il semplice fotografare qualcosa, ma il relazionarsi con il nostro “sguardo verso la città”, con il nostro luogo, e razionalizzare la nostra visione al fine di creare il nostro racconto dei posti, così come suggerito e concretizzato da tutta la fascia dei fotografi della “New Topographics” .
Cercando di capirne i tratti distintivi con attenzione e pazienza, e basandoci sulla “sua storia”.
Gabriele Basilico usava dire che bisognava avere uno “sguardo lento”, io aggiungo (ma non sono il solo) che bisogna avere uno “sguardo progettuale e acculturato”, inteso a raccontare non la parte “fenomenale” ma bensì la parte più “anonima” e “quotidiana” dei luoghi per raccontare al meglio la “medietà” del vivere moderno.
Non tramite il “guardare di più” ma il “guardare meglio”.
Non a caso le periferie e gli aggregati cementizi rappresentano al meglio le “città medie” dove abitiamo.
E dopo tutto, Mestre rappresenta l’archetipo della “città media” del tri-veneto.



Passati i tempi della “fotografia emozionale” o della “fotografia dell’attimo” (escluso il “reportage fotografico” nel senso più stretto del termine) , perchè oramai inflazionati e ridondanti nel bacino di deposito delle immagini che troviamo nel web, la “fotografia documentaria del territorio” rimane un importante tema nel descrivere i tempi ma sopratutto i luoghi dove l’umanità vive.
Rendendo così possibile una analisi dell’evoluzione abitativa e della necessità di aggregarsi comunemente accordata nel condividere spazi e luoghi.

Ora passo però ai miei diretti risultati.
Con questi presupposti nel 2011 mi sono approcciato a descrivere il mio territorio, la mia città, cercando prima di tutto di avere bene in testa un metodo ed una visione complessiva di tutto il lavoro che avrei fatto, e dopo quattro anni, nel 2015, sono riuscito a concretizzare “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Ma questo progetto ha subito ben tre ripensamenti nel corso di questo periodo e un esempio precedente ad Evolutio Visio (che ne è la concreta risultanza) è visionabile qui



“Insta-Mestre” voleva essere una seconda visione (dopo un primo progetto che non ha dato una sufficiente soddisfazione) , fatta usando Instagram, della Mestre che percorrevo e guardavo quotidianamente usando un mezzo sempre disponibile, quale il telefono, ma il risultato finale, per quanto interessante, era deficitario di un esame critico ed asettico del visibile.
Ero sicuramente inteso (o succube) ad una parte emotiva, e forse molto “low-fi”, il tutto dovuto al mezzo di ripresa.
Era inteso, ad esempio, ad un maggior dettaglio dei luoghi ripresi. Dettaglio che sarebbe poi sparito in “Evolutio Visio” per dare spazio ai volumi abitativi nel senso più ampio.
Inoltre il senso di “non -luogo” emergerà di più nella fase di “Evolutio Visio” che in “Insta-Mestre”.
Infatti nell’ultima fase la mancanza voluta dell’elemento umano rende ancora di più straniante ed “in attesa” le parti della città riprese, quasi ad indurre ad una voglia di “essere abitate” o ad una sensazione di “eterna attesa”.

La prossima volta ve ne parlerò meglio.
Spero di non avervi annoiato e, scusatemi se non sono stato sufficientemente chiaro, i vostri commenti in merito saranno graditi.




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Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

Les Rencontres de la photographie, Arles

07-09-2016 22:03

tags: Arles, Rencontres, Fotografia, Mostre, Incontri, Storie,

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47ˆ Edizione - Settimana di apertura dal 4 al 10 luglio 2016
Dopo circa 8 ore di guida, arrivo ad Arles, una cittadina appena al di sopra di Marsiglia, posizionata a Nord solo a pochi chilometri dalla foce del Rodano. Arles è il più grande comune della Francia, con un territorio superiore a quello di Parigi. I monumenti più importanti, però, sono a pochi passi l'uno dell'altro, nel centro storico di questa bella cittadina che vivacchia placida sulle sponde del Rodano. Ha un passato glorioso, di cui conserva l'Arena e il Teatro Romano, a cui bisogna aggiungere il portale e il chiostro della Chiesa di St. Trophime, tutti entrati a far parte del Patrimonio mondiale dell'Umanità tutelato dall'Unesco. Arles è punto di passaggio obbligato durante una visita in Provenza, soprattutto per chi vuole visitare la Camargue.

Quando arrivo il cielo è terso e spira sempre una brezza da nordovest che rinfresca la calura e la rende secca. Così, tramite il presidente del Fotoclub Padova, al quale mi sono aggregato, in maniera metodica ed organizzata mi sono preparato a questa mia prima visita a "Les Rencontres de la Photographie".

Qui vi metterò alcuni scatti ed alcune considerazioni



Già la prima mostra mi colpisce ed affascina, "La perfetta imperfezione", (una collettiva ... parliamone ... uno degli artisti è Joan Fontcuberta) un esempio a dir poco lampante sul concetto di fotografia d'arte. Spesso se ne discute in maniera anche fin troppo ampia. Ma il succo rimane che la fotografia artistica è il mezzo con cui un artista contemporaneo si esprime, cioè la fotografia diventa un mezzo, non l'origine, non viene da un "fotografo" e prioritariamente campeggia il concetto o ancor di più il progetto di comunicazione ed il suo relativo linguaggio. Per cui se vedi foto come queste e ti viene il classico "ma che che foto sono?" "non capisco.. ma che c...o di foto!", ecco, ... passa oltre che và bene ...



Don Mc Cullin, non ha bisogno di presentazioni, una bellissima antologia dei suoi più famosi lavori in una delle location centrali. Mostra bellissima, dove peraltro si ha l'occasione di vedere com'era Palmira, prima di venire distrutta dai talebani. Dai suoi primi lavori alle ultime riflessioni sui paesaggi. Qui un accostamento a Salgado viene ovvio, anche lui distrutto interiormente dalle visioni delle guerre torna a sublimare la bellezza della terra ... per cucire e guarire le sue cicatrici dell'anima ... come il fotografo brasiliano ... però con meno ... meno pubblicità.



Ad Arles ogni muro è buono per diventare una piccola esposizione, rimandi, appuntamenti, feste, vernici, di tutto... tanti giovani artisti non selezionati appendono le loro foto sui muri.. una maniera a basso budget per far vedere i propri lavori.



Uno dei punti di ritrovo principali della cittadina è la piazza Du Forum, dove tutti i ristorantini in queste settimane lavorano senza sosta. Un punto dove ti puoi ritrovare a mangiare a fianco di qualche celebrità del mondo fotografico che mangia la tua stessa paella. Lì si danno appuntamento tutti e nel caos generale la vita della cittadina diventa una specie di movida fotografica.



Oltre alle esposizioni ufficiali, un centinaio di altre location vengono adibite ad esposizioni. Così ti può capitare di entrare in un garage fino a poco tempo prima abbandonato, che invece ospita i giovani emergenti della fotografia europea. (sic! .... e che foto!)



Interessante lo Yakusima Photography Festival che porta i suoi migliori lavori ad Arles. In uno bello spazio le fotografie giapponesi emergono in tutto il loro minimalismo, e con la solita armonia insita dei loro paesaggi. Sperimentazione di alcuni, documentazione di altri. Anche le modalità di esporre diventano gioco visivo.





In una cittadina che mi ha sorpreso, per la mitezza del clima, e l'aspetto, un po fatiscente degli edifici, non poteva mancare un aspetto turistico che però, pare appassioni tantissimo i camarguesi. La "Course Camarguaise", una sorta di scontro con il toro, che (per fortuna) non viene ucciso ma solo affrontato da un gruppo di corridori che devono sfilare una marca dalle corna dell'animale, di corsa ... tenendo conto che l'animale spesso rincorre ferocemente chi gli si avvicina. E le incornate sono frequenti .... (... non rompete le balle al cavaliere nero!!)





Qualche aspetto serale degli incontri che si protraggono fino a tarda sera.



Les Ateliers, uno spazio enorme dove gran parte delle esposizioni si concentra. Un vecchia zona industriale riconvertita, bellissima, dove a fianco la grande archistar Frank Gehry, sta realizzando una zona di esposizione veramente futuristica.



La lettura dei portfoli avviene in varie parti della città. Centinaia di giovani si avvicendano per sottoporre ai "guru" i loro lavori. Ad ognuno sono concessi 20min, qualche settimana prima dell'apertura della manifestazione tutti i lettori erano "sold out" ... ma quanta fotografi ci sono?



Il Maestro Ferdinando Scianna ad Arles per una sua esposizione in una delle gallerie del centro.



A pochi chilometri da Arles, il mediterraneo lambisce Les Saintes Maries de la Mer ... un piccolo ma carinissimo paese, vale la pena trascorrere qualche ora.





Una delle mostre che più mi hanno colpito, quella di Eamonn Doyle "END". Grandi fotografie di gente e posti di Dublino, portano a ragionare su degli elementi di decadenza del genere umano. Un europa anziana, spenta, preoccupata, la parte giovane senza futuro, schiavizzata dai mass media. Un lavoro enorme e grandioso, in termini fisici proprio. Alcune foto erano grandi come i muri che circondavano lo spazio espositivo. Coinvolgente.

Esponevano inoltre, Michael Ackerman, Andres Serrano, Maurizio Cattelan & Pierpaolo Ferrari, William Klein, Yann Gross, Bernard Plossu, Sid Grossman, Ethan Levitas / Garry Winogrand e tantissimi altri. Le mostre rimarranno aperte fino al 25 settembre 2016. Qui il sito ufficiale. Les Rencontres

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Fotografia Architettura, “Flash Urbani” uno scritto di Gianfranco Vecchiato


“Flash Urbani” uno scritto di Gianfranco Vecchiato su Evolutio Visio la mostra fotografica di Giovanni Cecchinato

La prima immagine fotografica fissata su lastra fu quella di una Architettura. Anno 1826, autore Joseph Niépce. Una incisione su lastra di peltro utilizzando “bitume di Giudea” su cui si fissò un paesaggio che Niépce vedeva dalla sua terrazza. Qualche anno prima (1810) Johann Wolfgang von Goethe pubblicò le sue ricerche sulla Teoria dei colori, e questo mescolarsi culturale fra studi di Letteratura e Scienza, fecero dire a Goethe che quest’ultima proveniva dalla Poesia. Una simbiosi che plasmò il carattere anche di una nuova forma d’Arte, quella fotografica che per il compositore Arrigo Boito “ nacque da un raggio di luce e da un veleno” . Boito colse nelle fotografie gli elementi estremi della vita e della morte, fissati dal tempo che li delimita e che si aprono allo stupore verso un’altra dimensione. L’istante che veniva fermato dall’immagine non sarebbe stato mai più lo stesso. Da allora la tecnica e la scienza sono progredite in ogni campo ma lo scatto fotografico è determinato dalla decisione di ogni autore di estrarre un immagine da uno specifico contesto con il proprio apporto di differenza espressiva, cromatica, emotiva, sensoriale. Tutti elementi importanti anche nella moderna psicanalisi come mezzo di indagine e di confronto. Ogni luogo rivela sempre, ad una attenta indagine, pregi e virtù, limiti culturali, sfruttamenti economici, disequilibri e qualità. Ed è così che nel campo dell’urbanistica e dell’architettura, un edificio si conquista il suo spazio vitale e che entra nel sistema di relazioni urbane ed ambientali. “Parla” della nostra presenza con modi che si possono leggere da una fotografia. Si può fare una diagnosi, senza la confusione dell’insieme di cui fanno parte, così come guardando una persona se ne può intuire la sofferenza o la gioia.

Il fotografo Giovanni Cecchinato , Autore dei fotogrammi che hanno come soggetto identitario Mestre, ha realizzato in passato un cortometraggio, “Quieto Mare” insieme ad un libro “L’Equazione Possibile” per l’AVAPO, una Associazione di volontariato che si occupa dell’assistenza ai pazienti oncologici nel territorio mestrino.

Questa esperienza lo ha posto davanti alla “nudità” dei sentimenti essenziali. Da cui ne deriva una sorta di scelta anche nel fissare immagini di architetture e paesaggi urbani di Mestre, privi di persone. Il tutto pone degli interrogativi, portando i soggetti materiali ad interrogarsi continuamente “sull’immateriale”. James Hillman (1926/2011), psicanalista junghiano e filosofo americano che dedicò molti studi ai rapporti fra l’Uomo e l’Ambiente, nel saggio “Politica della Bellezza” osservò come molti traumi emotivi fossero dovuti alla incapacità di trasformare le realtà che attraversiamo. Il nostro pensiero sociale sul futuro e la capacità di conservare con le forme il nostro passato, trasformano continuamente in “visioni evolutive” un processo sul quale si manifestano traumi complessi per la cui terapia, Hillman, suggeriva di generare forme d’Arte. “Ciò che appare perduto per le Arti, è proprio quello di cui lo psicologo si occupa: l’Anima.”

Se nella Pittura Metafisica di Giorgio De Chirico l’assenza dell’Uomo si traduce in un archetipo geometrico, nei nostri spazi urbani, il vuoto tormenta un ottundimento psichico tra le relazioni personali. L’elemento estetico come fattore di creatività richiede sempre forme di azione politica. Nell’estetica si trova la parte inconscia della nostra cultura dove il concetto di “bellezza” è entrato in crisi quando è stato ignorato, omesso o considerato secondario rispetto al suo valore economico di mercato. Queste fotografie mostrano una parte della evoluzione edilizia di Mestre; sono frammenti singoli di un racconto complesso e tormentato, per diversi aspetti mai interamente rivelato. Gli abitanti sono dentro o fuori le mura edilizie con le espressioni dell’Anima cercate nei colori, sulle strade e nei giardini, nelle case e tra le ville, che furono. Prima di tutto quello che si vede c’era una diversa identità scomparsa con le demolizioni. Nuove fissità rimandano ad un tempo oggi rigenerato e sostituito, in un processo che non si è ancora fermato, dopo aver arato il campo urbano sottraendogli gran parte delle sue radici . Queste fotografie se paiono rivelare ed accentuare una sensazione di “solitudine”, fanno anche emergere identità tutt’altro che banali. Quando il campo visivo si allarga, il vestito di “modernità” edilizia rivela le sue fragilità, tra edifici incompiuti, altri che paiono “spuri” fra loro. Pensati singolarmente, interrogano una immagine sociale a volte incomprensibile. E dunque quale città rappresentano? Nel vederle si è rafforzata in me la convinzione che il primato della pianificazione urbana prevalga su quello della singola architettura. Tuttavia non sempre è così. Ci sono edifici che raccontano e indicano una Comunità che fatica a ritrovarsi nel suo centro, spaesata dai Centri Commerciali, attraversata da forme di insicurezza sociale, da progetti di riqualificazione rimasti incompiuti, pensati per generare racconti e naviganti su sparsi brani edilizi. Quelle Fotografie in bianco e nero che conservano il fascino aspro della Storia, senza la distrazione del colore, paiono rimandare alle cartoline d’epoca. Ecco gli anni ’60 con lo spingersi in altezza di edifici da via Poerio a piazza Barche, a Corso del Popolo, con il fragile certificato di “modernità” della Mestre industriale, con il caotico costruire decine di migliaia di nuovi alloggi, nuove scuole e una vivace presenza giovanile fatta di una crescente vitalità che la pone ai vertici in Italia. Il giudizio severo su ciò che si generò si interroga sul cosa avvenne senza che la Soprintendenza sollevasse alcun problema. Si entra quindi nella dimensione che lega il passato recente al presente: l’edificio a lato del Palazzo S.Lorenzo sorto nel 1961 il cui progettista fu l’Ingegner Ivanissevich; a lato della Rampa Cavalcavia c’è un’opera del 1956, con le terrazze a punta, evocazioni organiche alla F.L.Wright, dell’architetto E.Venturini. Il discusso edificio dell’architetto e pittore Urbani De Gheltoff in via G.Felisati, che si ispirava a forme plastiche con pareti che in origine erano colorate in blu, rosso e giallo. Il “Palazzo delle Generali” , per molti anni il più alto di Mestre, costruito alla fine degli anni ’60 in Corso del Popolo dall’architetto A.Scattolin. Una arteria pensata come poche, fin dagli anni ’30 come un asse moderno e con un coerente equilibrio formale lungo i suoi lati con portici e altezze uniformi. Ma il retro di quell’edilizia, che quasi mai arriva al valore di “architettura” , era casuale perché si studiava l’ornato solo sulla facciata principale. Da una operazione complessa di riqualificazione urbana ed edilizia, una parte di quel retro è stato mascherato da nuove architetture che si affacciano sul piazzale della Madonna Pellegrina, nel quartiere di Altobello. Una fotografia riprende l’edificio residenziale sorto nel 2012 progettato dall’architetto Carlo Magnani. C’è una casa restaurata, che racconta un tempo in cui era parte di un complesso industriale, quello delle Fornaci da Re ad Altobello. Fu salvata negli anni ’80 dalla demolizione per progetti di edilizia popolare e con ciò arrestando quella cultura che aveva distrutto tante memorie urbane. E’ il simbolo di una svolta culturale, ora restaurata e inserita nella rigenerazione urbana di quell’area. Su un’altro asse stradale che da periferico è divenuto essenziale, via Torino, parallelo alla ferrovia ed al Canal Salso, è in atto una grande trasformazione positiva. La strada si apre con un intervento recente che ha sostituito l’ex sede degli autobus Actv con un progetto misto commerciale, residenziale e direzionale su cui sorge un edificio dal forte carattere simbolico. Più avanti si sviluppa una sede universitaria, con alcuni edifici progettati dagli architetti Giampaolo e Giovanna Mar, che prospettano sull’edificio della Cassa di Risparmio del 1988 fatta dallo studio degli Architetti Bernasconi di Milano. Ci sono l’Hotel Laguna Palace e l’Edificio delle Poste, si innesta viale Ancona, altro asse di scorrimento, su cui si affacciano gli uffici pubblici comunali. Sul Cavalcavia l’edificio denominato Vempa non esiste più perché è in corso la costruzione di un Ostello. Anch’esso è entrato a far parte del passato. In via Giuseppe Verdi c’è un altro edificio singolare, le cui forme circolari e il vano scale inclinato portano la firma dello Studio degli architetti Giovanni Trevisan e Plinio Danieli. Poi si riconoscono un tratto di Riviera Magellano, la Galleria Barcella progettata dell’architetto Antonio Fornasiero, il “provvisorio” mercato stabile di via Fapanni, il ponte pedonale e ciclabile sospeso che collega al Parco di San Giuliano. Dai Grandi Magazzini “Le Barche” si vedono degli edifici residue testimonianze di una città che si raccoglieva tra il suo Castello, Piazza Ferretto e Piazza Barche in un mercato di scambi con Venezia attraverso il Canal Salso ed il Teatro Balbi, demolito negli anni dell’Ottocento in cui Goethe scrisse le sue teorie e si inventava la fotografia. Se è stata una città orfana Mestre, di cui Luigi Brunello descrisse i traumi nel libro “Gli anni del saccheggio”, è anche una città nuova. Una gran parte del suo territorio costruito ha meno di 50 anni. La vita ed il tempo continuano a seminare ed a costruire proposte, pensieri, confronti, in un caleidoscopio che è parte della vita quotidiana. Quando Charles Dickens visitò l’Italia a metà Ottocento descrisse da cronista luoghi che erano pieni di grandi contrasti. Edifici maestosi, simbolo e retaggio di un glorioso passato erano mescolati accanto ad una diffusa desolazione urbana. Tra questi antichi monumenti e quelle strade Egli annotò che scorreva una vita quotidiana decadente e però attiva e vivace. Nel tratteggiare i costumi popolari, le feste, le tradizioni e l’esuberanza di “uno spettacolo caotico simile ad una “lanterna magica”, Dickens ne rimase incuriosito ed affascinato . Quella energia popolare presente nella storia in formazione e sui territori è la parte del capitolo nascosto che Giovanni Cecchinato lascia alla profonda riflessione sul nostro futuro.

Gianfranco Vecchiato

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Gabriele Basilico, Ascolto il tuo cuore città

Milano, Unicredit Pavillion, dal 18 dicembre 2015 al 31 gennaio 2016.
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Ecco il primo articolo di questo 2016, basato su una delle ultima giornate del 2015.

Una bella gita a Milano a vedere la spettacolare mostra di Gabriele Basilico, “Ascolto il tuo cuore città”. Una mostra antologica a qualche anno dalla sua scomparsa. In un posto veramente bello, l’Unicredit Pavillion, nello spettacolare quartiere di Porta Nuova a Milano. Simbolo di una edificazione bella e futurista. Con una piazza che attrae visitatori forse più di tante storiche piazze italiane.

A parte il viaggio piacevole e la compagnia di due amici ed un bel sole che non vedevo da quasi un mese (visto il dominio incontrastato della nebbia in questo passato dicembre), la visita all’esposizione è stata ricca emozioni e sorprese. Una scorsa tramite i lavori più acclamati di Gabriele Basilico, che lo hanno portato ad essere un riferimento fotografico non solo per i fotografi italiani, ma anche per i fotografi stranieri.

Il titolo della mostra contiene una citazione intrinseca al lavoro di Alberto Savinio, che nel 1944 scrisse “Ascolto il tuo cuore città”, profondo ragionamento pieno di speranze per il futuro in una Milano appena uscita dai bombardamenti bellici ed in procinto di ricrearsi. Forse implicitamente un augurio che lo stesso fotografo rifà alla sua amata città, o forse un accorato e sincero sentimento di amore per questo luogo.


L’interno dell’ Unicredit Pavillion

La struttura della mostra affronta i temi principali della carriera di Gabriele Basilico, “I porti di mare” “Beirut” “Ritratti di Fabbriche” “Porta Nuova” ed altre immagini a colori famosissime di alcune megalopoli mondiali ritratte con il suo particolarissimo sentire, “Metropolis”.

Una serie di filmati che lo ritraggono giovanissimo ma già autore acclamato, riprendono i temi che lo hanno contraddistinto ed il “fine sentire dello sguardo” padre del suo “vedere lento”. Un insieme di fotografie (150) molte di grande formato, che fanno vagare lo sguardo alla scoperta di dettagli infinitesimali ma non per questo poco importanti.

In un bianco e nero strepitoso, così come nella gestione del colore sempre posato e morbido, tutta la mostra contiene una visione dell’Italia che potrebbe da sola esprimere tutta la nuova urbanità, ed il nostro habitat attuale. Una specie di riferimento enciclopedico che dovrebbe fare da pietra miliare dello sviluppo del nostro territorio. Senza escludere le visioni delle altre metropoli mondiali che da sole basterebbero per essere rappresentative della vita umana attuale se dovessimo parlare di noi a dei popoli alieni.

Non mi dilungo oltre, vale la pena prendere l’auto od il treno ed andarla a vedere, lascerà in ognuno di voi una nostalgica sensazione, ed un sentimento di vuoto per la scomparsa di una persona così importante, capace di interpretare il nostro mondo tramite il suo obiettivo.

Qui il link ufficiale alla mostra.


Unicredit Pavillion, Gabriele Basilico – Milano

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SI Fest Savignano sul Rubicone

L’appuntamento con Savignano Immagini è uno di quelli a cui un buon appassionato di fotografia non può rinunciare. Vista la densità di mostre presenti e di personale addetto ai lavori.

Sono partito da Mestre, ed in un paio di ore il paese di Savignano sul Rubicone mi ha ben accolto con un bel sole, che poi comunque nella giornata avrebbe lasciato a tratti il palco per lasciare il posto ad un a pioggerellina leggera ma non fastidiosa.Tutto il paese è organizzato per contenere in questi tre giorni un insieme di iniziative di tutto rispetto: esposizioni, incontri, dibattiti, letture portfoli, insomma un concentrato di attività fotografica.

Devo dire che le mostre che ho visitato erano molto belle ma alcune erano sicuramente di un livello qualitativo enorme. Mi riferisco, ma forse qui sono un po di parte, al lavoro di Gabriele Basilico sull’Iran 1970, lavoro giovanile ma con tratti di maturità enormi. Questo a confermare le doti ed il talento del giovane fotografo che sarebbe diventato un riferimento per molti pochi anni dopo. Il corpo lavoro rieditato dalla moglie Giovanna Calvenzi e diventato un libro e fà scoprire con stupore dopo 45 anni questi scatti taciuti.

La sezione dedicata invece a Mike Brodie intitolata “A period of a juvenile prosperity” mi ha letteralmente fatto sobbalzare. Quando si dice talento, visione, fotografia, tutto questo viene riassunto in un ragazzo di diciassette anni che si sposta con i treni in una terra sconfinata come quella tra l’Arizona e la Florida per andare a trovare i propri amici. E intanto fotografa. E’ l’unico caso che posso appurare di un fotografo che ha talento anche senza esserne conscio, e non come supposto dalla totalità delle giovani leve che si affacciano alla fotografia. Tanto è vero che nel suo lavoro si respira questa mancanza di presuntuosità e viene confermato dal fatto che, scoperto e diventato un apprezzato fotografo dai media americani, ed emulato da centinaia di aspiranti nei toni ma non nelle intenzioni, lui abbia deciso di continuare a fare il meccanico e non altro.

Molto bello il lavoro di Martina Bacigalupo e come al solito le foto oniriche di Paolo Ventura che raccoglie le sequenze di Douane Michals e ne trae una visione personale. Anche tutti gli altri autori sono sicuramente interessanti, ma nell’insieme questi mi hanno raggiunto particolarmente. Alla fine, in questa kermesse, ho anche incontrato vecchi amici ed è nata l’occasione per bere assieme un havana-cola alle 3 del pomeriggio mentre qualcuno si fumava beatamente un sigaro ed il tutto è diventato un bel momento di rilassamento e di piacevole dialogo.

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Steve McCurry, From this hands Venezia Arsenale

Steve McCurry
From this hands: A journey along the coffee trail
Venezia, Arsenale, Tesa 113
dal 23 Settembre all’8 Novembre


Venezia alla mattina presto con la bora chiara che spazza le nubi.
La via delle Fondamenta Nove, praticamente nessuno intorno. Ho deciso .. vado a piedi …

Due giapponesi si fermano, continuativamente, a fotografarsi. Ma i capelli coprono ogni volta i volti. Riprovano. E ancora …
Seguo tutto il percorso delle fondamenta (arriverò tra un oretta), sono esposto a nord-est …. tira forte questa bora. Chissà com’è il mare fuori?
Vedo le ochette in tutta la laguna, chissà com’è al largo? (mi ripeto). I vaporetti vengono letteralmente spinti dal vento.
Ho trovato la Callas che mi salutava. Ma poi mi sono accorto che salutava anche altri. Tutti. Flighty….
Venezia di mattina col sole basso delle 8, in questo settembre, è onirica.
Ombre lunghe da est che cozzano contro i muri rossi delle case di Canareggio.
Di fronte a me San Michele e Murano splendono, con il contrasto di un cielo terso, che mi fà vedere le Prealpi friulane, da Piancavallo in poi. Mi pare che siano qui. Le posso toccare … no … lascia perdere.
Devo chiudermi la giacca… e anche il bavero, il vento mi infastidisce il collo.
Tra le case abbandonate in riva, cresce ogni tipo di erbaggio … è curioso … ma non per la fondamenta, per la via, spazzata dal salso, ma sulle pareti, in alto, dove l’acqua piovana arriva… strategie di sopravvivenza floreali.
Passo in fianco all’ospedale, rampe, tecnologia, organizzazione, dopo un minuto di cammino, il cenciaiolo, lui si scusa, ma si chiama “straseta” (straccetto). Ci Convive? Contrasto di luce, contrasto di vita.
Passo dentro, al riparo, sono arrivato a Castello, almeno per un po … non prendo il vento in faccia. Il sole passa tra i pertugi delle case e dei campielli. Le ombre lunghe tornano a salutarmi e la luce dorata rimbalza su ogni cosa.
Ma devo ri-uscire, all’aperto, per superare l’Arsenale … e farmi la passerella, rivedo Murano, da qui è proprio bella.
Dai … ecco l’entrata, Il Thetis è proprio nascosto, faccio fatica a trovare dove hanno allestito la mostra.
Poi la trovo e finalmente posso vedere l’esposizione.

L’enorme struttura è riempita da tanti libri enormi, che aperti, al posto delle pagine, hanno ognuno due foto di Steve McCurry retroilluminate. L’installazione è stata curata da Fabio Novembre e non c’è niente da dire sulla scenicità di tutto l’impianto. D’altra parte, lui, è uno dei talenti italiani più riconosciuti. Una musica pervade l’aria, stile “il Gladiatore”. E’ molto marcato l’aspetto epico del tutto … a me un po stomaca …
A quanto pare la Lavazza non ha badato a spese.
Di sicuro le foto sono belle, curate, colorate, come d’uso del famoso fotografo.
Ma ogni foto mi racconta di una cura enorme, eccessiva, nell’uso della luce … ambiente … più sapienti flash .. schiarite … qualche volta con ritocchi anche eccessivi in postprod, che mentre in certi ritratti emergono anche le porosità della pelle, in altre spariscono a mò di modella plasticata.
Di sicuro un lavoro enorme, ma che non mi sento di elogiare, chiaramente sempre in maniera del tutto personale. Mia opinione personale. Solo personale.
Piacerà sicuramente a molti … a me non troppo.

Dopo un po esco, eravamo in due a guardare la mostra. Forse per via del fatto che è mattina ….
Torno ai Bacini … questo giro torno con il vaporetto, una mezz’oretta di viaggio e sarò di nuovo a piazzale Roma.
Mi siedo e mi assaporo il rientro, mentre l’acqua della laguna gioca animosamente con il vento ed il finestrino.
Due ragazzi inglesi sorridono e mi domandano informazioni. Mi sà che stanno rientrando in patria, guardano tutto estasiati. Sono felici, catturano gli ultimi istanti …. Devono essersi appena sposati. Sono sempre appiccicati. Si .. secondo me .. si sono sposati da poco….
Belli.

Dopotutto … ho fatto una bella camminata … si … Venezia vale sempre la pena …

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