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Evolutio Visio - Mestre 2015

Evolutio Visio - Mestre 2015
02/05/2017


Ciao a tutti,
eccoci di nuovo qui per il nostro terzo appuntamento con la fotografia e la nostra città, Mestre.
Oggi faremo dei ragionamenti su di un progetto che ha segnato molto il mio “modus operandi”.
Il progetto si chiama “Evolutio Visio - Sulle orme di Gabriele Basilico - Mestre 2015”.
Titolo che ci preannuncia un diretto ed implicito riferimento al grande fotografo che ha lasciato con i suoi lavori una traccia precisa, importante ed indelebile nella fotografia italiana ed internazionale.
Il mio accostamento è stato puramente citativo e non vuole assurgere a nessuna comparazione diretta con le foto del grande autore, che sono insuperabili, anzi ne vuole rievocare l’esistenza e utilizzarle come metro di paragone a distanza di un determinato lasso di tempo.
Abbiamo parlato ampiamente della “progettualità in fotografia” e questo è il mio apporto.
In quanto come accennato nel primo articolo, sono arrivato al completamento di questo lavoro, solo per via di una precisa modalità di lavoro e con il confronto con le altre persone che hanno condiviso il progetto, in primis il prof. Riccardo Caldura dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Abbiamo visto, nel primo articolo, che ci sono stati due step precedenti ad Evolutio Visio, prima di averne una versione definitiva. Partito il tutto nel 2011, solo nel 2015 sono riuscito a dare alla luce un idea che fosse concreta ed presentabile.
Il tutto avviene grazie ad un personale miglioramento tecnico dovuto all’uso di una macchina fotografica, chiamata banco ottico. Cioè un apparecchiatura che rappresenta la terza sezione nel corredo tecnico di un fotografo. Nella prima troviamo le reflex e le mirrorless, nella seconda il medio formato, nella terza i banchi ottici. A dispetto delle prima due che sono comunque più maneggiabili i banchi ottici necessitano di un supporto treppiedi, di un livellamento e di una necessaria tecnicità nella fase di ripresa. Anche in postproduzione i files derivanti dai banchi ottici, che vengono presi da dei dorsi digitali, necessitano di un adeguata messa a punto, come d’altronde avveniva nel secolo scorso quando invece le conoscenze tecniche chimiche aiutavano a sviluppare al meglio le lastre prodotte dalle stesse macchine.



Torniamo a noi, questo progetto che esamina la parte “urbana” di Mestre (escludendo la parte storica) è stato esposto al Centro Culturale Candiani di Mestre, all’Università di Architettura IUAV di Venezia, alla Galleria Biffi Arte di Piacenza. E inoltre stato selezionato dal sito “beautyitaly” (che si occupa di indagare fotograficamente i territori italiani) per essere presente al XXIX Congresso dell’INU (Istituto Nazionale di Urbanistica) a Cagliari. Ultimamente è apparso sulla home page del sito di Architettura Italiana, che funge da atlante dell’architettura contemporanea, segno di un interesse deciso verso questo tipo di lavori.
Ho scritto varie piccole cose su questo lavoro e lo ho presentato più volte in occasione di alcune mie piccole lezioni sulla fotografia. Ed è capitato che chi non conoscesse Mestre ne fosse colpito per una sua sorta di bellezza che ne emergeva. Mi è capitato di ricevere dei complimenti da dei follower stranieri su Instagram che addirittura ne vedevano una sorta di città del futuro … sinceramente lasciandomi spiazzato, ma in parte orgoglioso.



Perché dopotutto la nostra città non è cosi brutta, avendo girato il mondo (poco) ho avuto certamente maniera di fare delle comparazioni, ed è vero che c’è di meglio … ma c’è anche di tanto, tanto, tanto peggio.
Quando poi ascolto i commenti piccati dei miei concittadini verso questa nostra città, ecco … resto molto perplesso.
Ne viene questa considerazione: “Ma se chi non conosce Mestre. guardando il mio progetto ribalta una sua idea preconcetta, addirittura la migliora, allora è la maniera di vedere di ognuno di noi quella che stabilisce il rapporto con l’ambiente circostante”.
Non a caso una citazione del 1878 di M. Hungerford in “Molly Brown” recita che “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, ma il concetto possiamo trovarlo anche negli scritti di W. Shakespeare dove “il valore della bellezza è dato dal giudizio dell’occhio (…)”.
Arrivo senza fatica anche a capire che per opposto chiunque vorrà vedere brutta una cosa, in maniera intransigente ed acritica, continuerà a farlo.
Ma tornando alle nostre fotografie, con un po di attenzione alla ricerca del momento migliore o quello con la luce più adatta, sono riuscito a prelevare delle immagini che mi hanno veramente gratificato.
Segno che una parte di Mestre può essere godibile e piacevole … non sempre … ma in alcuni momenti … forse come tante persone scontrose che possono in rari momenti regalare sorrisi o gesti che fanno dimenticare tutto il resto.



Insomma il mio modesto contributo a Mestre è questo, quello dei miei occhi, in quel momento, con quell'idea.
Qui potete visionare, se ne avete voglia, nel mio sito, una galleria più estesa di immagini ed uno scritto importante di Riccardo Caldura a riguardo di “Evolutio Visio”.
Inoltre a questo indirizzo, che porta al sito di "beautyitaly" il mio articolo scritto per loro su Mestre e su "Lo sguardo e l'identità", che ripercorre un po il pensiero che vi ho appena espresso.
Perdonate sempre lo scribacchino per la sua maniera di scrivere e ciao a tutti, alla prossima settimana.


Tutti i testi e le foto sono protette da copyright.
E' vietato ogni utilizzo o riproduzione anche parziale non espressamente autorizzato dall'autore.
Giovanni Cecchinato Fotografo - All rights reserved - © 2017

Il progetto prima dello scatto



Ciao a tutti,
eccoci a questo secondo appuntamento dedicato alla fotografia per il gruppo “Mestre Mia”.
Visto l’insieme di elementi trattati l’altra volta, oggi sarò più leggero, e spero di riuscire a raccontare meglio i miei pensieri.
Non vi introdurrò ad Evolutio Visio come promesso, lo farò nel prossimo articolo.
Oggi vi parlerò di un altro argomento, secondo me importantissimo in fotografia. Parlo del “progetto fotografico” che sta prima di ogni fotografia. Resta inteso tra di noi, che l’ esempio che seguirà sarà comunque sul nostro territorio, su Mestre in particolare.

Da fotografo, tengo molto alle idee che precedono qualsiasi fotografia. Vivendo poi in un epoca che ridonda di immagini fotografiche, però, logico che quasi tutto sia ormai visto e trattato.
Ogni qualvolta ci proponiamo di fare qualcosa, la nostra idea è sicuramente già stata usata, e la nostra fotografia già ampiamente scattata da chissà quante altre persone.
Non a caso, ludicamente parlando, è apparsa sul mercato una macchina fotografica che non scatta la foto se quello che vogliamo riprendere è già stato pubblicato fortemente sul web o ha un numero eccessivo di geo-tag. Una sorta di diniego allo scatto che, ne sono sicuro, porterebbe l’utente medio ad una forte frustrazione in merito, ma penso anche al fotografo esperto. La macchina disobbediente si chiama “Camera Restricta” dateci un occhio qui. Se vi avanza del tempo date un occhio anche al video che parla di una ragazza che tenta di scattare delle foto a Copenhagen.

Come fare allora per poter avere qualche margine di differenza tra tutto ciò che prolifera in questo mondo e la nostra produzione?
La mia personale risposta, e convinzione, sta nell’idea, nel progetto, nell’insieme fotografico.
Diciamo anche che non è solo mia, ma è una considerazione ben sedimentata in molti grandi autori e critici fotografici.
Ce ne parla ampiamente Augusto Pieroni in un libro che dovrebbe avere ogni fotografo che si chiama "Leggere la fotografia".
Reperimento, Elaborazione, Acquisizione, Processo ed Edizione, sono le cinque fasi operative che dovrebbero precedere e poi accompagnare le immagini, ma non mi dilungherò su di loro.
Ecco perché un immagine può non contare molto, sopratutto se vistosa, ma contano di più, un insieme di immagini.
Una sorta di racconto che ci permetta di leggere la visione di quella persona, di quell’autore.
La sua personale maniera di vedere il mondo, il suo “linguaggio”, che come ricorderete abbiamo cominciato a discutere nell’articolo precedente.

Spesso si confronta la fotografia con la pittura.
Io non lo ritengo esatto, tenderei a confrontare la fotografia con la scrittura. Anche qui non sono solo.
Nel senso che, un insieme di immagini possono raccontare una storia, un’idea, ma fanno capire se l’autore ha un progetto, una maniera di proporre il suo lavoro omogenea e continuativa.
L’insieme può essere inframezzato da punteggiature, accenti, che lo caratterizzano, tramite colori e settori. Può parlare di persone o volumi, ombre o luci, fermandosi su dettagli o su ampie vedute.
Ecco che allora l’insieme, che forzatamente deve essere preceduto da un pensiero, comincia a raccontare non solo una storia ma anche la vita ed i sentimenti di colui che ci sta proponendo il tutto, con la sua personale visione.

Gli autori di spessore, così come gli scrittori importanti, sono riconoscibili per il loro stile, per la personalità univoca che trasmettono alle loro opere, alle loro fotografie, quasi una cessione fisica del loro carattere e della loro visione in ciò che producono.
E che si riscontra omogeneamente in tutto i loro operato.
Non dunque uno stilismo (come ha detto Ferdinando Scianna), ma un vero e proprio stile.
Non frutto di un attimo ma di un pensiero continuo.
Come ci ha ribadido Efrem Raimondi poco tempo fa in una conferenza al Centro Culturale Candiani, non si ritrae qualcosa o qualcuno, quando si scatta, si ritrae se stessi.
Ne consegue che la propria immagine e il proprio pensiero vengono distillati nel proprio lavoro fotografico e visibili non in uno scatto ma in un gruppo di immagini.

Per arrivare all’ esempio che vi propongo oggi, appongo ancora una piccola precisazione.

Circa un anno fa su Facebook incontrai un gruppo di fotografi che si erano uniti in un gruppo che si chiama “L’elogio dell’ombra”.
Fotografi che da tutta Italia si confrontavano su di un tema diciamo “banale” come quello dell’ombra, tentando di estrapolarne, distillarne l’inusuale, trovandone la forma giusta per “elogiare l’ombra”.
Per cui un progetto pregevole di unione di persone ed idee che tentano di produrre del materiale fotografico con un tema preciso e dei paletti definiti.
Ad oggi un gruppo di autori selezionati di questo gruppo (tra cui mi annovero) ha portato i risultati di questo gruppo in una mostra collettiva in più sedi espositive : Novafeltria (RI), Calcata (VT), Modena, Fanano (MO), e a breve altre date porteranno quei lavori in altre parti d’Italia.

Quando mi sono apprestato a candidare le mie foto, ho fatto precedere più di un ragionamento. E solo poi ho deciso di mettermi in gioco.

Le foto esposte nella collettiva riguardano Mestre e sebbene dovessero parlare di ombra, ho voluto che vi fosse una idea precisa in merito.
L’ombra come ristoro, ma anche un limite labile (dove finisce? dove inizia?) con la luce.
Come labile è il confine tra la vita e la morte.
Per chi conosce un po della mia vita sa che la perdita di tutta la mia famiglia mi ha segnato profondamente.
Ma nonostante tutto, la speranza o il conforto di persone care, ha lenito nel tempo i vari malesseri.
In una particolare parte della mia città, la quale, povera, è al centro sempre di mille polemiche, ho stranamente trovato una sorta di piccola pace e serenità.
Ora, in un determinato momento della giornata e dell’anno, sono riuscito a catturare, in questa sequenza, la mia sensazione di dove luce e ombra si sovrappongono.
Dove l’ombra ristora dall’arsura, insieme a dei simboli metaforici di vita, e di passaggio del tempo.
Forse nel ristoro dell’ombra, una sensazione di una qualche protettiva presenza, sempre vigile, ristoratrice.
Ecco dunque, questa era la mia visione, prima di creare le immagini che vi propongo, e che ora parlano di Mestre in giro per l’Italia.


Mestre 2015 - Canale dell'Osellino









Spero ancora ancora di non avervi annoiato, nel contempo spero di esservi stato utile per capire un po di più questo delicato ma complesso mondo fotografico. Anche se lo scribacchino non è tanto bravo. Alla prossima, e lasciate i vostri commenti senza timore.



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Lo Sguardo e l' Ombelico 25 marzo 2017 Massimo Siragusa


Lo Sguardo e l'Ombelico - 25 marzo 2017

Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Massimo Siragusa






“State of the art” si direbbe in inglese, “lo stato dell’arte della fotografia di territorio” invece mi ha suggerito un collega fotografo, architetto, nonché autore (vista la presenza dei suoi lavori fotografici alla Biennale di Architettura di Venezia del 2014).
Così mi ha salutato ed è esordito, alla fine dell’incontro con Massimo Siragusa, tenuto ieri al Centro Culturale Candiani, mi è parso più che giusto e ho condiviso il complimento.




Un grande autore, che un nutrito gruppo di amici fotografi stava aspettando con impazienza, poiché tutti interessati alla fotografia di territorio, di architettura, di interni.
Una mole di lavoro imponente che Massimo Siragusa ci ha raggruppato in due sequenze eloquenti, una sul lavoro “Teatro d’Italia” diventato un libro nel 2012 edito da Contrasto, l’altra su “Lo Spazio Condiviso” lavoro di indagine sui circoli d’Italia, che riflette le mille anime e i mille caratteri di questi spazi di aggregazione.
Una fotografia lenta e ragionata, molto precisa e basata su inquadrature rigorose e ferree, che tradiscono la passione per la scuola di Dusseldorf e la reinterpretano in una chiave prettamente mediterranea.

Esperienza e piccoli aneddoti, in un paio di ore volate così ad ammirare una fotografia delicata e precisa che può invece mutare con progetti nuovi e più aggressivi come quello sulle periferie di Roma.
Massimo Siragusa ci ha lasciato sicuramente dei germogli che non mancheranno di fiorire, tenendo conto di alcune regole ben precise nella fotografia, (che ci hanno anche consegnato gli autori precedenti), studio, impegno, rigore di applicazione e progetto … perché la fotografia è una cosa importante.






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Lo Sguardo e l' Ombelico 04 marzo 2017

Lo Sguardo e l'Ombelico - 04 marzo 2017

Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Settimio Benedusi




La Fotografia è una cosa importante

Settimio è un fotografo molto conosciuto, e non ha bisogno di grandi presentazioni. Come per tutti gli ospiti della manifestazione “Lo Sguardo e l’Ombelico” è sufficiente dare un occhio ai loro lavori, nei loro siti, per capire la portata del loro “sguardo”.
E’ partito nella sua esposizione portando veramente poche fotografie, ma relazionandosi molto con il pubblico e sulla base di slide, con frasi di appoggio, ha tessuto un discorso di due ore catalizzando l’attenzione dei presenti e inoltrandoli sui concetti cardine della (mi si permetta il termine) “mala education” fotografica odierna.

Ci ha riassunto per macro frasi, dei temi che devono far poggiare il nostro pensiero fotografico e da li, fargli prendere dei nuovi percorsi, lasciando a casa le cattive abitudini acquisite.



Li elenco, perchè …

La fotografia è una cosa importante

Moderate l’ego

Rischiate sempre

Rinunciate al consenso

Mettetevi in gioco

Domandatevi il perchè

Bisogna conoscere ciò che si fotografa: studiate!

Mangiate buon cibo, leggete buoni libri, guardate buoni film, ammirate buona arte

Eliminate il superfluo

Salite sulle spalle dei giganti per vedere più lontano

La fotografia è un linguaggio: raccontate storie

Realizzate qualcosa che vostra madre disprezzerebbe

Più grande è la firma sulle vostre foto più fà cagare: non mettetela

Guadagnateci qualcosa

Cercatevi un committente: vi renderà più liberi

Realizzate brutte fotografie



Potrebbero essere cose banali dette così, ma non lo sono, e tra di loro un sottile legame c'è.
Potrei anche osservare che forse queste sono le considerazioni che accomunano tanti veri fotografi, e se penso agli incontri avvenuti fino ad ora e a quelli che seguiranno, sono certo che abbiamo trovato e troveremo questi assunti anche nel pensiero degli altri ospiti della manifestazione.
Comunque, durante questa esposizione, Settimio non ha mancato di scherzare con il pubblico, provocare, e creare una sorta di satirica consapevolezza sugli atteggiamenti paradossali di gran parte dei ph. (così si definiscono) attuali, mi riferisco a coloro che amano definirsi fotografi a priori, pur essendo fotoamatori a tutti gli effetti (le parole sono importanti, diceva Moretti).



Settimio non ha mancato di rendere tutto il pubblico partecipe in un suo video pubblicato su Instagram a questo indirizzo.

Alla fine abbiamo sempre molto da imparare, tutti … e anche se l’approccio da fotografo provocatore, e dirò di più "intrattenitore" a tutti gli effetti, può "catalogarlo" facilmente, a detta di molti suoi detrattori, quando abbiamo anche mangiato qualcosa assieme, sono emerse le parti private di un Settimio fatto di sogni, idee, cultura, attenzioni, e passione per la fotografia che lo accomunano ad altri bravi Fotografi che ho conosciuto. Cose che ai "ph." mancano.



Non resta che ringraziare Settimio Benedusi per aver accettato il nostro invito, il Centro Culturale Candiani per averci ospitato e PhotoMarket Video di Mestre per averci fatto da sponsor.

Da parte di quelli che amano la fotografia (e mi pare che siamo in parecchi) ... GRAZIE!




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Lo Sguardo e l'Ombelico 11 febbraio 2017

Lo Sguardo e l'Ombelico - 11 febbraio 2017

Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Efrem Raimondi




Un escursus emotivo, dalle origini fotografiche di Efrem Raimondi fino ai giorni nostri. Un insieme di esperienze rappresentative che confermano un talento innato per la produzione di immagini evocative e molto punk. La fotografia come elemento arbitrario della visione di un autore e molto altro. Qui allego il video dell'incontro, prodotto da Francesco Brunello. Purtroppo non è visibile da cellulare ma solo dagli altri dispositivi.





Qui trovate il sito di Efrem Raimondi e qui il suo blog



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Lo Sguardo e l'Ombelico 28 gennaio 2017

Lo Sguardo e l'Ombelico - 28 gennaio 2017
Centro Culturale Candiani - Mestre Venezia

Riccardo Caldura (prof. di Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Venezia)

Fulvio Bortolozzo (docente allo IED di Torino, fotografo e curatore della rivista/laboratorio REST)





Ogni autore citato è linkato ad una pagina di riferimento per permettere di avere informazioni aggiutive.


Il rapporto tra la fotografia e l’arte è stato il centro del discorso del prof. Riccardo Caldura (insegnante di Fenomenologia delle Arti Contemporanee all’Accademia di Belle Arti di Venezia). Un escursus didattico che partendo dal lavoro di Lazlo Moholy-Nagy e dell’avanguardie Dada e Bauhaus arriva agli anni 60/70 con un altro fenomeno rilevante che è quello del New Topographics americano e degli inevitabili riversamenti negli artisti dell’europa di quegli anni e la nascita della scuola di Dusseldorf. Ci viene fatto osservare quanto il concetto alla base dell’intenzione dell’artista ed il metodo espressivo dello stesso sia preponderante rispetto alla fotografia che viene vista solo come una fredda operatrice che riporta il fatto in esame nel suo più realistico contenuto.
Nei suoi riferimenti troviamo Douglas Huebler ed Edward Rusha, che ci fà capire come il concetto prevale sull’atto fotografico . Passando alla scuola di Dusseldorf ci siamo concentrati sul concetto di griglia di Bernd ed Hilla Becher con gli allievi Andreas Gursky, Thomas Stuth e Alex Hutte.

Fulvio Bortolozzo invece ci propone una panoramica ricca di aneddoti, partendo dalla meccanicità delle fotografie di Edouard Baldus e Nadar, parlando poi di Alfred Stieglitz, Eugene Atget, Walker Evans, August Sander, Robert Frank, Mario Giacomelli, Lee Friedlander, arrivando a Stephen Shore, William Eggleston, Luigi Ghirri e Gabriele Basilico … non abbiamo avuto il tempo di continuare il percorso.
Rammento in queste righe che Fulvio è curatore di una rivista che si chiama “REST” e che potete trovare in vendita qui, inoltre tiene un blog sulla fotografia a questo indirizzo.

Fatto sta che in questo primo incontro abbiamo avuto maniera di ripercorrere la fotografia del ‘900 per riappropriarci di autori che ci serviranno per capire i percorsi dei prossimi ospiti. Abbiamo fatto le dovute distinzioni tra fotografia ed Arte, o almeno abbiamo capito in che casi la fotografia lo diventa. Non mi resta che ricordarvi che il prossimo autore Efrem Raimondi sarà da noi al centro Culturale Candiani l’11 di febbraio alla 18:30.


Si ringrazia ancora il Centro Culturale Candiani ed i suoi dirigenti nonché i tecnici e lo staff per avere creduto in questa iniziativa e contribuito al successo di questo incontro insieme allo sponsor tecnico PHOTO MARKET VIDEO di Mestre.




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Da "il Gazzettino" del 24 gen 17

Articolo apparso su "il Gazzettino di Venezia" in data 24 gennaio 2017

Evolutio Visio Piacenza Galleria Biffi Arte


Sulle orme di Gabriele Basilico
Piacenza
Galleria Biffi Arte, Via Chiapponi 39
Dal 6 di febbraio 2016 al 6 di marzo 2016

Foto di Giovanni Cecchinato

E’ partito il terzo step espositivo di “Evolutio Visio” a Piacenza. Ultima tappa designata dell’esposizione. Una serata importante dove confrontarsi con le impressioni degli abitanti di Piacenza e le sensazioni che ne derivano da questo progetto su Mestre. Ha suscitato interesse e colpito come la mostra si sia adattata allo spazio espositivo dopo essere stata esposta anche al Centro Culturale Candiani e all’Università IUAV di Venezia. Artista ospitato in concomitanza, Marco Ramasso con le tele del suo progetto Presenze.
La mostra resterà aperta fino al 6 di marzo 2016.

Qui la pagina Facebook e qui il sito web della galleria Biffi Arte.

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Evolutio Visio, l'inaugurazione


Mostra fotografica di Giovanni Cecchinato
Centro Culturale Candiani di Mestre Venezia
(Sulle orme di Gabriele Basilico)


In esposizione dal 14 novembre al 13 dicembre 2015
dal mercoledi alla domenica dalle 16:00 alle 18:00
3^ piano sala Paolo Costantini

Mostra Fotografica a cura di Riccardo Caldura e Giovanni Cecchinato
In collaborazione con Università IUAV di Venezia

Gabriele Basilico e Mestre
Era settembre del 1996 ed al Padiglione Italia ai Giardini della Biennale di Venezia venivano esposte 6 sequenze di foto che rappresentavano delle ipotetiche vie di comunicazione basate sui due assi Ovest-Est e Nord-Sud del territorio italiano. Le foto erano parte di un progetto di Stefano Boeri ed erano eseguite da Gabriele Basilico. Il progetto mirava a rappresentare questi assi di comunicazione ed a far emergere gli spazi inabitati, creando una nuova maniera di raccontare fotograficamente gli ambienti urbani che tutti noi viviamo. Il tutto venne poi raccolto in un libro firmato dai due autori dal titolo “Italy – Cross Section of a Country”. Questo progetto diede maniera a Gabriele Basilico di re-introdursi nel florido (allora) territorio del Nord-Est, in quel momento ricco di contraddizioni, ma dopotutto conosciuto per via di relazione materna e dunque ancorato ai sentimenti di una gioventù passata nel trevigiano nei momenti di pausa estivi. Nel 2001, in occasione della collettiva “TerraFerma” Gabriele Basilico ripercorre in specifico i luoghi dell’Urbe Mestrina per poi esporli al Contemporaneo di Mestre. In questa esplorazione visiva, egli permette l’emergere di visioni nascoste in una città senza forma cresciuta a dismisura e senza concetto, motivata solo dall’essere abitata o come si dice di qui “nata per far dormire gli operai”. Ed è li dove io lo incontro e rimango incantato dal suo lavoro. Le foto di Gabriele Basilico per me furono “pazzesche”. Come in maniera magica Escher ci prende in giro e ci stupisce nei sui percorsi alla Mobius, così Gabriele Basilico mi fece scoprire una città che abitavo ma non guardavo e il suo lavoro mi restò impresso in maniera indelebile. In un bianco e nero essenziale, tramite una percezione personale che lo contraddistingue e ne rende ogni inquadratura una visione esclusiva alla maniera di un alchimista della realtà che prende il piombo e lo tramuta in oro, lui vide Mestre e la rappresentò sia con critica che con grazia, quasi a far emergere una bellezza che risiede nei dettagli ma si perde nel contesto. Non a caso la manovra chirurgica delle inquadrature, intese a non includere ciò che disturba ma custodisce solo ciò che può esserne esaltato, permettono a chi fruisce delle immagini di restare stupito difronte a manufatti fino al momento prima anonimi o addirittura mai scorti.

Il progetto fotografico di Evolutio Visio
Per ciò che invece mi riguarda personalmente,parto dalla considerazione che nell’affrontare la professione di fotografo, spesso i temi e le necessità di adempiere bene ad una commissione, inducono ad esplorare tutte le possibili difficoltà e a trovarne una soluzione adeguata. Solo dopo un duro apprendistato e molte esperienze negative si può creare una visione propria. Pertanto come disse Lewis Baltz “Analogamente ad altri sistemi, anche le strategie artistiche offrono più informazioni riguardo a se stesse nei momenti di disfunzione rispetto a quando procedono senza intoppi”. Ne consegue che nel procedere della crescita professionale si acquisisce una sensibilità propria ed una capacità di giudizio dovuta ai confronti, li indico così in maniera riduttiva, continui che non hanno niente a che vedere con un giudizio che può invece avere la massa di un pubblico non addetto. Dico ciò perché quando intrapresi nel 2011 l’inizio di questo progetto ero reduce da vari tentativi di visione fotografica su Mestre, che pensavo potessero essere sufficientemente apprezzabili ma alla fine, non lo erano mai. Solo con l’introduzione dell’uso di una macchina tecnica cominciai a capire come esprimere la mia visione adeguatamente. Nello sviluppo del progetto in questi anni, inoltre, il confronto con la visione di Gabriele Basilico, mi ha più volte interdetto e instillato il dubbio sulla prosecuzione del lavoro, vista la qualità e la indiscutibile saggezza dello sguardo dell’autore, ma dopotutto certe idee sono dure a morire. La mia poi verteva sul fatto che mi sarebbe piaciuto poter rivedere la mia città a distanza dalla sua analisi e capirne le evoluzioni o le possibili, quasi certe, involuzioni. Mano a mano che il tempo si svolgeva, il mio modus operandi si è affinato ed i risultati divenivano finalmente apprezzabili. Ed ecco che in questo ultimo anno il progetto in toto prendeva una forma propria e poteva esserne apprezzato per completezza e rigorosità. In un incontro con Giovanna Calvenzi, moglie del defunto fotografo, le parole emerse sul progetto sono proprio quelle di “completezza e rigorosità”. In un confronto con i docenti dell’Università di Architettura di Venezia invece sono emersi i temi di importanza del progetto al fine di una identificazione che permetta alla città di discostarsi dal termine “non luogo”. Insomma un insieme di 57 immagini di largo formato che sia in bianco e nero sia a colori dovranno permettere di esaminare lo sviluppo urbano di Mestre dopo 15 anni dall’esame del famoso fotografo.

Evolutio Visio
Il titolo del progetto incarna, assimila, una molteplicità di interpretazioni. Per quanto i termini latini siano inequivocabili, a seconda della visione mi piacerebbe sperare che le risultanze possano cambiare. Evolutio nel termine latino sottintende un atto, che non ha niente a che vedere con la logica Darwiniana in se, ma include invece il gesto di svolgere un volume od un plico. Io lo ho sostituito con il gesto, o meglio con quello che è l’atto fotografico. Nella Visio, invece, viene inteso il punto di vista od il concetto, che ritengo sia la base di ogni singolo progetto, la partenza da un concetto.… Assieme possono dare l’idea di essere probabili genitori di una evoluzione sia della maniera di guardare sia della possibile maniera di vivere o progredire nella città. In questo titolo si concentra tutto il progetto fotografico e la spiegazione che si può avere su di esso, lasciando neutro ogni ragionamento in loco e tuttalpiù rimandarlo a posteriori se vi è necessità di esso.

Tutte le foto sono di © Andreas Ikonomu 2015

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